Nella prima puntata della prima serie di Criminal Minds, i profiler dell’Fbi entrano nell’appartamento di un sospetto e trovano un goban, quella che potremmo dire la scacchiera del go, su cui si sta giocando una partita serrata tra pietre nere e bianche. Il dottor Spencer Reid, apparentemente l’unico che lo conosca, spiega che il gioco del go ha la caratteristica di mostrare elementi psichici profondi del personaggio, al punto che i giocatori possono essere profilati; e che la persona che ha giocato mostra un carattere detto: extreme aggressor. È il titolo dell’episodio originale; in Italia diventa, chissà perché, “Il profilo dell’assassino”.

Se dovessimo fare la stessa cosa con il giocatore di scacchi riusciremmo molto spesso a centrare un profilo chiaro. Le partite di Nežmetdinov, uno scacchista di buon livello della metà del secolo scorso, sono distinguibili da quelle di chiunque altro per la straordinaria capacità inventiva – e se mi si dicesse: da chi inizio, lui sarebbe un ottimo esempio di arte al servizio della scacchiera. Mikhail Tal’, l’ottavo campione del mondo di scacchi, lo noti dalle capacità di calcolo strabilianti in condizioni complesse, che spesso risolve con colpi tattici difficili per chiunque da gestire. Tigran Petrosjan, anch’egli campione del mondo, strangolava l’avversario con una posizione che man mano avrebbe impedito qualsiasi movimento; il polacco Rubinstein creava da lontanissimo scenari pronti per il finale, che avrebbe vinto con immancabile maestria.

Regine degli scacchi

Quando mi è stato chiesto di parlare dell’argomento per Cose da maschi ho pensato: e le donne? Dove stanno in questo mondo?

E in realtà, come spesso succede per gli scacchi, ogni taglio argomentativo crea nuovi scenari. Partiamo dal primo, e forse più evidente. Perché le donne sono meno brave a giocare rispetto agli uomini?

Cerchiamo di capirlo insieme. Di scacchiste molto forti ce ne sono state, nella storia, e – ultimi anni a parte, in cui hanno dominato prima l’indiana Humpy Koneru, che curiosamente non ha mai vinto il titolo mondiale a cadenza classica, e poi Xie Jun, cinese – possiamo dare un occhio alle quattro che hanno fatto più clamore. Vengono alla mente così questi nomi: Vera Menchik, prima campionessa del mondo; la russa Nona Gaprindašvili; Maja Čiburdanidze e, soprattutto, Judit Polgár.

Tra tutte, il risultato più eclatante è quello della Polgár. Genio degli scacchi, divenne Grande maestro all’età di quindici anni e rotti, sbriciolando il record di Bobby Fischer; arrivò all’ottavo posto nel mondo nella classifica della federazione internazionale, e nonostante poi abbia chiuso all’ultimo posto del campionato del mondo di San Luis, nel 2005, resta la prima e unica donna che sia arrivata alla finale.

Per quanto concerne Nona Gaprindašvili, ecco che ci porta al nostro argomento. A lei è ispirata la recente miniserie La regina degli scacchi; e lei ha citato per cinque milioni di dollari Netflix per esser stata descritta in modo «sessista e riduttivo», perché nella miniserie si sottolinea come i risultati di Beth Harmon siano di basso livello se paragonati a quelli degli uomini. Nella realtà, la Gaprindašvili batté ventotto uomini, ottenne risultati di rilievo, vincendo anche il nostro Torneo di Capodanno di Reggio Emilia nel 1982, ed è stata la prima donna in assoluto a ottenere il titolo di Grande maestro, la carica più alta nel mondo degli scacchi.

La domanda a questo punto si pone: se facciamo eccezione per questi nomi, perché le donne non hanno mai ottenuto risultati di rilievo? Perché hanno provato, anche con la scusante dell’espediente narrativo, a sminuirne il valore? E perché, per dire, Judit Polgár è invece arrivata così in alto?

Lo scacchista e psicologo Reuben Fine, nel suo arcinoto La psicologia del giocatore di scacchi (Adelphi) una risposta la dà, sostenendo che gli scacchi sarebbero uno sport tipicamente edipico: lo scopo è uccidere il Re e promuovere a Regina.

Alexander Cockburn, scrittore e giornalista irlandese, gli va dietro, sostenendo che il gioco degli scacchi è la pantomima di una storia di famiglia e del dramma di Edipo.

Ma questo basta a sostenere che le donne sarebbero meno invogliate a vincere perché, diciamo, l’archetipo di fondo è sostanzialmente maschile?

Ecco che ritorniamo alla Polgár, che insieme alle due sorelle – una Grande maestro ed ex campionessa del mondo, una Maestro internazionale – forse arriva a spiegarci più di quanto non pensiamo. Le tre sorelle presero parte al progetto educativo del padre, László Polgár, uno psicologo intenzionato a dimostrare che un bambino può ottenere risultati eccezionali se allenato fin da piccolo in un certo campo.

E quindi, in un mondo nettamente maschile, al punto che Kasparov dichiarò di lei – per poi ricredersi una volta battuto – «ha molto talento negli scacchi, ma dopo tutto è una donna. Tutto si riduce alle imperfezioni della psiche femminile. Nessuna donna può sostenere una battaglia prolungata», la più giovane delle sorelle Polgár dimostrò un concetto-chiave dell’educazione della fine del Novecento: chiunque può accedere a risultati eccezionali se gliene diamo i mezzi. Anzi: spesso la lotta che avviene, diciamo, ai piani più bassi, consiste nel tentativo di accedere a quei mezzi.

Inconscio simbolico e linguistico

Ma il discorso sul maschile e il femminile non si limita al gioco sulla scacchiera. Nel libro in uscita, Un re non muore, ho provato a dimostrare come un simbolo può modificare il rapporto con un concetto, e tanto più con un gioco, anche quando su questo simbolo non siano state fatte riflessioni approfondite. Un po’ come la forza di gravità: il fatto che la ignori non ti salva dal cadere.

Anzi: da un certo punto di vista, meno si riflette su un valore simbolico, più questo viene incorporato in profondità. L’esempio più evidente è quello dell’alfiere. In Francia è le fou, che significa sia giullare sia matto, mentre, per dire, in Inghilterra e in Portogallo è rispettivamente the bishop e o bispo, il vescovo. Da una parte giochi col matto o col giullare, che muove solo su case dello stesso colore, che splendida figura retorica; dall’altra col vescovo. Se un inglese e un francese giocano a scacchi, stanno di certo giocando con le stesse regole; ma simbolicamente stanno davvero inscenando la stessa storia?

Ed è significativo come in italiano tutti i pezzi siano maschili, dal pedone al re – sì, la torre è femminile, ma essendo un oggetto la potremmo definire neutra –; fatta eccezione per la donna. Nasce come visir, poi si traduce per omofonie in donna o regina – ma, per dire, in ungherese è ancora Vezér. È interessante vedere come il pezzo più significativo negli scacchi sia femminile, e in sé racchiude le potenzialità della torre e degli alfieri – muove in tutte le direzioni, come il re, ma con una potenza di fuoco molto maggiore.

Da un punto di vista superficiale diremmo tra noi che la corte è fatta di uomini, il dominio di donne. Ma non è così: gli scacchi sono un gioco di collaborazione, feroce e fittissima. Non esiste il pezzo più forte in sé, ma lo schieramento più forte, che è dato dal vantaggio materiale – appunto: chi è riuscito a mantenere pezzi col maggior valore in gioco – e posizionale – chi è stato in grado di mettere i propri pezzi nella migliore posizione.

Battaglia e desiderio

Al Salone di Torino una persona mi ha chiesto perché dovrebbe interessarsi di scacchi, visto che alla fine a scacchi non sa giocare. Le ho risposto che gli scacchi sono un’arte, che riunisce in sé apollineo e dionisiaco. Avete presente quel film meraviglioso di Bruno Barreto che è Dona Flor e i suoi due mariti, tratto dall’altrettanto meraviglioso romanzo di Jorge Amado? Flor ama Vadinho, ma è devastata dal suo essere totalmente dionisiaco, distruttivo, proiettato fuori casa dall’amore per il gioco e il bordello. Ma come la ama Vadinho… E poi sposa il dottor Teodoro, finalmente rassicurante, benvoluto dalla madre e dalla società, bravo musicista, ottimo farmacista; ma quanto le manca Vadinho.

Ecco. Gli scacchi sono la stessa cosa. Si presentano come il dottor Teodoro a chi non li conosce. Vedi un’attesa di venti minuti per spostare una torre, un tremore sul volto del giocatore, un sussulto, una fronte sudata; e poi una mossa d’alfiere. Dentro c’è la guerra, l’amore, gli assalti, le emozioni più impronunciabili, e anche un desiderio che, ve l’assicuro, sa essere tremendamente vicino al desiderio sensuale di dona Flor.

Dentro c’è Vadinho. E Vadinho, quando muore, guarda caso, è vestito da donna.


È appena uscito per UTET: “Un re non muore. Corso letterario di scacchi” in cui Ivano Porpora adopera le strutture e i segreti simbolici e tattici degli scacchi per leggere la realtà, i sentimenti, i tipi umani che incontriamo e con cui ci scontriamo.

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