Otto episodi su Prime danno vita all’immaginario dell’anatomopatologa Kay Scarpetta. La serie tv funziona perché prende solo il meglio della saga, creando un nuovo immaginario
Appena Nicole Kidman risponde al telefono e pronuncia «Scarpetta», chiunque abbia passato gli ultimi trentasei anni a leggere i romanzi di Patricia Cornwell sa che la serie televisiva tratta dalla saga di thriller di maggior successo nel mondo funzionerà. Certo funziona molto meglio degli ultimi romanzi – l’ultimo uscito nel 2025, in concomitanza con il Natale – che continuano sempre più stancamente a raccontare storie simili a sé stesse, eppure seguite fedelmente dai fan.
Dei libri, la serie ruba l’argenteria e lascia la chincaglieria che a mano a mano si è accumulata negli anni: tiene i personaggi, lascia i moralismi di cui Cornwell li ha imbevuti negli ultimi capitoli della saga. Tiene la Virginia dove tutto è cominciato, lascia le basi segrete e i laboratori futuristici. Soprattutto rimette insieme la linea temporale che i lettori conoscono, ma lo fa stravolgendola per renderla chiara a chi i libri non ha letto.
C’è tutto, ma è diverso
La trama di un thriller non si anticipa, basti sapere che ci sono tutti i meccanismi necessari: il serial killer; gli omicidi efferati; l’arco narrativo della protagonista e di chi la circonda, giocato tra un passato che ritorna e un presente difficile. Per i lettori, la serie galleggia tra gli anni Novanta, l’inizio della saga e l’ineguagliato Postmortem e il presente del 2021, con Autopsia. Per gli spettatori, si oscilla tra il passato e il presente di Kay Scarpetta, che comincia la sua carriera da anatomopatologa a Richmond e qui ritorna, molti anni dopo, per riannodare i fili di una serie di omicidi seriali, con l’aiuto del detective Pete Marino e dell’agente Fbi Benton Wesley, mentre deve gestire i problemi familiari con la nipote Lucy e la sorella Dorothy.
Non era facile accontentare gli appassionati di una saga la cui trasposizione in video è stata per anni mitologia, ma il tempo costato ha pagato. Perfetta la scelta del cast, su tutti Nicole Kidman ormai a suo agio nelle serie televisive e soprattutto in questa. Perfetta anche la sceneggiatura, che non ha paura di toccare, modificando e reinventando, l’originale letterario: cambia leggermente il passato dei personaggi, cambiano anche alcuni tratti caratteriali per adattarli al nuovo arco narrativo.
Sembra un azzardo, invece funziona perché adatta l’universo di Cornwell a un diverso linguaggio e lo fa con il placet dell’autrice, che lo ha subito chiarito: nella serie non ci sarà Postmortem ma ci sarà Kay Scarpetta, e in fondo è ciò che ogni lettore vuole vedere, con il volto e l’ambientazione giuste.
Il risultato è una serie solida, in otto puntate, che Prime video ha lanciato come uno dei prodotti di punta dell’anno ben sapendo di andare a solleticare una base di fan già solida per quanto difficile da accontentare, ma lo ha fatto con una squadra e dei produttori (tra cui Kidman e Cornwell) amanti dei romanzi quanto i fan. I vecchi e i nuovi, visto che – per come è costruita – la serie aprirà all’immaginario di Cornwell una giovane generazione che non era nata quando è uscito Postmortem.
Tutto perfetto, o quasi. Fatto il binge watching e in attesa della seconda stagione già commissionata, è irresistibile la tentazione di riprendere dallo scaffale alto della libreria la versione economica Oscar Mondadori del primo romanzo con la sua copertina giallo sgargiante, per confermare quel luogo comune per cui «bellissima la serie, ma il libro...».
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