Gli studenti in piazza ricordano che la domanda non è se la scuola tecnica debba dialogare con il lavoro, ma a quale prezzo e con quale idea di persona; se vogliamo studenti adattabili alle oscillazioni del mercato, oppure persone capaci di comprendere, negoziare e orientare i cambiamenti tecnologici e sociali
Gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma degli istituti tecnici proposta dal ministro Valditara, denunciandone il carattere classista. Hanno ragione o gli studenti protestano sempre, come vorrebbe una certa lettura paternalistica del conflitto scolastico? Hanno ragione, e per capirlo occorre guardare all’idea di scuola che si intravede dietro il nuovo impianto.
La revisione degli istituti tecnici, destinata a entrare in vigore dalle classi prime del 2026/2027, si colloca nel solco del Pnrr e non modifica la facciata dell’ordinamento: restano i due settori, economico e tecnologico, e gli undici indirizzi complessivi.
Non è un aggiornamento amministrativo, ma una revisione della struttura interna dei percorsi: profili in uscita, quadri orari, rapporto tra area generale e area di indirizzo, autonomia scolastica, raccordo con gli Its Academy e fabbisogni produttivi.
I problemi della riforma
L’esigenza di ammodernare l’istruzione tecnica non è in discussione, da anni gli istituti tecnici, considerati con colpevole miopia percorsi minori rispetto ai licei, scontano laboratori obsoleti, orientamento debole, rapporti diseguali con i territori, difficoltà nel seguire le trasformazioni tecnologiche e ambientali.
Sarebbe sbagliato respingere in astratto ogni riforma, come se la scuola potesse sottrarsi al mutamento ma bisogna capire se sia stata scelta una modernizzazione capace di rafforzare la dignità culturale e professionale dell’istruzione tecnica, oppure siamo di fronte a una riorganizzazione orientata soprattutto a adattare più rapidamente i percorsi scolastici alle richieste immediate del mercato.
Si presentano comunque diverse criticità, la prima riguarda il metodo. Una riforma che incide verticalmente su quadri orari, classi di concorso, organici e continuità didattica non può procedere attraverso indicazioni incomplete, aggiustamenti successivi e incertezza normativa, come si sta verificando in questo caso.
Il Consiglio superiore della pubblica Istruzione ha richiamato la necessità di tempi più distesi, linee guida compiute e valutazioni preventive dell’impatto sugli organici e non si tratta di resistenza corporativa: quando l’indeterminatezza viene scaricata sulle scuole, il prezzo ricade su dirigenti, docenti, studenti e famiglie.
Il secondo nodo riguarda organici e classi di concorso. La ridefinizione degli insegnamenti può produrre soprannumeri, ricollocazioni forzate, interruzioni della continuità didattica, di fatto un taglio mascherato. Le indicazioni ministeriali pensate per attenuare «eventuali effetti problematici» mostrano che il timore è concreto, che il problema esiste, la riforma nasce con criticità applicative reali, non con semplici difficoltà di assestamento.
Il punto più rilevante resta tuttavia culturale. A fronte di un monte ore complessivo sostanzialmente invariato, cambia la gerarchia interna delle discipline: cresce il peso dell’area di indirizzo e della flessibilità curricolare, mentre l’area generale viene ridimensionata a partire dal biennio. In questo quadro assume particolare rilievo la riduzione dell’italiano nel quinto anno, da 4 a 3 ore settimanali. Come se la lingua italiana fosse un ornamento umanistico, un lascito della scuola del passato da comprimere in nome di una modernità intesa come addestramento operativo.
In realtà lo studio della lingua consolida comprensione del testo, padronanza argomentativa, precisione espressiva, capacità di interpretare documenti complessi, norme, contratti, contesti sociali e produttivi. Un tecnico chiamato ad attraversare le trasformazioni contemporanee non ha bisogno solo di competenze applicative.
Deve saper leggere processi, comunicare scelte, valutare conseguenze, collocare il proprio lavoro dentro responsabilità sociali, ambientali e democratiche. Indebolire l’area generale non significa soltanto ridurre la cultura: significa rendere più fragile anche la professionalità, in contraddizione con le premesse della riforma di voler rafforzare la qualità della formazione.
La contrapposizione tra sapere e saper fare è falsa, perché il lavoro tecnico, quando non è mero addestramento esecutivo, richiede linguaggio, astrazione, pensiero critico, apprendimento permanente.
Infine: la riforma assegna alle scuole quote di autonomia e flessibilità crescenti, fino a 231 ore annue: in teoria è una possibilità progettuale; in concreto, senza risorse, formazione e accompagnamento, può diventare un fattore di divaricazione, gli istituti più solidi potranno forse valorizzarla; le scuole nei contesti più fragili rischiano invece di subirla come un nuovo onere. L’autonomia, infatti, se non è sostenuta, non emancipa, finisce con selezionare.
Prendere sul serio i tecnici
Bisogna allora restare fermi? Certo che no, ma si può cambiare perseguendo altre vie.
In Finlandia, la formazione professionale gode di pari dignità rispetto ai percorsi generali e conserva una robusta componente comune, nella quale comunicazione, competenze scientifiche, cittadinanza e capacità per la vita lavorativa non sono accessorie, ma costitutive della qualificazione professionale.
A Singapore, l’Institute of Technical Education ha costruito il prestigio dell’istruzione tecnica investendo in campus avanzati, competenze trasversali, pensiero critico, solide conoscenze di base e sviluppo personale. Sono Paesi in cui la formazione tecnica viene presa sul serio non alleggerendo l’offerta didattica, anzi: viene resa più ricca, più esigente, più completa.
Gli studenti in piazza ricordano che la domanda non è se la scuola tecnica debba dialogare con il lavoro, ma a quale prezzo e con quale idea di persona; se vogliamo studenti adattabili alle oscillazioni del mercato, oppure persone capaci di comprendere, negoziare e orientare i cambiamenti tecnologici e sociali.
Per dirla con Mario Lodi, la scuola può asservire o liberare. In questo senso va inteso l’aggettivo “classista” usato dagli studenti: se l’innovazione produce incertezza per gli organici, riduzione dell’area generale, compressione della lingua e aumento delle disuguaglianze tra istituti, non siamo davanti a una vera modernizzazione, ma a un restringimento dell’orizzonte formativo.
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