Alice Valeria Oliveri e Giulia Pilotti commentano con noi l’ultima serata della kermesse condotta da Carlo Conti. «Non è stata una grande kermesse, inutile negarlo. Tuttavia, c’è poco da lamentarsi della conduzione asburgica di Carlo von Conti, poco da fare i nostalgici per la mancanza di Amadeus, poco da rimpiangere l’allegria di quelle atmosfere pandemiche che ci avrebbero fatto amare qualsiasi cosa trasmettesse uno spiraglio di evasione. Questo settantaseiesimo festival non era una manifestazione canora, era il funerale di Pippo Baudo»
Eccoci, dunque, a festa quasi finita. Non è stata una grande kermesse, inutile negarlo. Tuttavia, c’è poco da lamentarsi della conduzione asburgica di Carlo von Conti, poco da fare i nostalgici per la mancanza di Amadeus, poco da rimpiangere l’allegria di quelle atmosfere pandemiche che ci avrebbero fatto amare qualsiasi cosa trasmettesse uno spiraglio di evasione. Questo settantaseiesimo festival non era una manifestazione canora, era il funerale di Pippo Baudo.
Alice Valeria Oliveri e Giulia Pilotti commentano con noi l’ultima serata di questo festival di Sanremo.
PUNTI CHIAVE
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Michele Bravi
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Samurai Jay
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Fedez e Masini
Michele Bravi
(Giulia Pilotti) Bravissimo Christopher Walken.
Premio Michele Bravi
Samurai Jay
(Alice Valeria Oliveri) Per Samurai Jay è sempre agosto. Beato lui. Comunque, il mix tra Irama, Bad Bunny e questo nuovo genere anche noto come “napolatino” a mio avviso è riuscito nella sua missione di riscaldare la gelida atmosfera asburgica di Kaiser Conti. Ma la cosa migliore che ha fatto è stata riportare Belèn su quel palco, santa protettrice e icona della kermesse. Proposta per Sanremo 2028, visto che il 2027 ce lo siamo giocato: diamo la conduzione a lei e a Elisabetta Canalis, come quando eravamo felici e lo sapevamo.
Premio Farfallina
(Giulia Pilotti) Ma questo con le treccine non aveva appena cantato? Pare di no, è invece un altro giovane uomo a cui voglio molto bene e che purtroppo non mi ricambia. Bravissimo anche lui, che porta la mamma sul palco, facendomi piangere per la seconda volta in 15 minuti.
Fedez e Masini
(Giulia Pilotti) Sono felice di essere arrivata fino a questo momento senza sentire la canzone di Fedez e Masini e sarei stata ancora più felice se fossi riuscita a tenere il punto, ad andare in bagno durante la loro esibizione, uscire di casa e non tornare mai più. Invece l’ho sentita e non posso più non sentirla. Era un male necessario? No, se ne poteva fare a meno. Sembrano le T.a.t.u. se le T.a.t.u. fossero state due maschi tristi di nero vestiti. “Come latitanti a un passo dall’arresto”. Si sbrigasse, ‘sta volante.
Premio Digos
Levante
(Alice Valeria Oliveri) Credo che Levante, al netto di tutto, bacio (forse?) censurato, cuoricino intarsiato sul sedere, canzone su misura, nota sbilenca spezzata alla Thom Yorke nel ritornello, in questo Sanremo ci abbia insegnato una grande lezione. Non bisogna mai decolorarsi le sopracciglia. O se si vuole farlo, non bisogna pensarci prima di andare al festival dei fiori e dei colori netti, come accadde alla cantautrice siciliana nel lontano 2023. Ma non pensiamoci più, è acqua ossigenata passata.
Premio Armocromia
Sayf
(Giulia Pilotti) Questo Ghali comprato su Temu è un giovane uomo su cui esercitare ancora una volta il mio inopportuno spirito materno. Stavolta sono leggermente più giustificata da una più ampia distanza anagrafica, ma spero anche che mio figlio non si faccia mai quella frangia da Amélie Poulain. Poi Sayf porta la mamma sul palco e io mi metto a piangere.
Premio Figlio dell'Anno
Max Pezzali
(Giulia Pilotti) Se riproduci Come mai all’incontrario puoi sentire “fatemi scendere da questa cazzo di nave”.
Premio Xamamina alla carriera
Arisa
(Alice Valeria Oliveri) Per quanto ne sappiamo, nonostante i diversi incroci tra ex fidanzati ed ex amici in questo Sanremo, non ultimo quello tra Cardinaletti e Ayane, notabili ex di Cremonini, non sono scoppiate risse o faide degne di nota dietro le quinte. Sarebbe stato molto divertente se Arisa e Levante, famose per essersi dissate (per finta) su internet dando vita alla celebre frase di sfida «ne devi mangiare ancora di cereali sottomarca», ci avessero intrattenute con un bel litigio tra usignole, di quelli con cui campiamo fino al prossimo giro di Morgan. Forse sto delirando o «forse sono solo stanca», ma questa è la mia personale magica favola.
Premio Cheerios
Nayt
(Giulia Pilotti) Scopro testé dell’esistenza di Nayt, e lo inserisco prontamente nel gruppo di giovani uomini di cui non ascolterò mai una canzone ma per cui provo comunque un incongruo sentimento materno. Mi è successa questa cosa, avendo un figlio maschio: tutti i giovani maschi del mondo sono figli miei. Mi chiedo se trattano bene la loro mamma, sono fiera di loro anche se non ne ho motivo. Nayt nello specifico ha 3 anni meno di me, ma non importa, e come per tutti gli altri misuro il suo valore in base a quanto vorrei che mio figlio crescesse come lui. Niente tatuaggi in faccia, vestito con sobrietà. Peccato il guantino da autista, ma percepisco pochi soldi da investire nella sua psicanalisi.
Premio A spasso con Daisy
Ditonellapiaga
(Alice Valeria Oliveri) «Che fastidio» è la cosa che penso tutte le volte che vedo Ditonellapiaga, i suoi capelli morbidi e lucenti, la sua pelle compatta da Marlene Dietrich, le sue gambe chilometriche da valchiria che fa sei ore al giorno di pilates. In tutto ciò canta bene, la canzone è bella, ieri ha vinto con un tizio che è riuscito a farsi prendere sul serio nonostante le polemiche che rischiavano di darci una seconda defezione alla Pucci. Che fastidio.
Premio Loredana Bertè
Ermal Meta
(Giulia Pilotti) Realizzo che non siamo nemmeno a metà di questa serata e mi prende lo sconforto, che non sarà mai grande quanto quello di Ermal Meta che si sente dire da Matteo Salvini che parla bene l’italiano, essendo cresciuto in Italia. Risulta vieppiù offensivo detto da una persona che parla così male l’italiano. Bravo che oltre a sensibilizzarci sulla Palestina ci ricorda anche di differenziare i rifiuti indossando un sacco del pattume.
Premio Matrix
Pooh
(Alice Valeria Oliveri) È in cantiere il biopic dei Beatles. Nei panni dei quattro di Liverpool Paul Mescal, Harris Dickinson, Barry Keoghan e Joseph Quinn. Vedendo questa instancabile esibizione dei Pooh, parcheggiati al Suzuki Stage come cinque suv col cambio automatico e i sedili riscaldabili, mi domando chi potrebbe interpretarli in un riadattamento cinematografico della vita dei fab five di Bergamo. Luca Marinelli? Saul Nanni? Alessandro Borghi? Paul Mescal?
Premio Paolo Bitta
Elettra Lamborghini
(Giulia Pilotti) Non ho opinioni controverse sulla carriera musicale di Elettra Lamborghini, so solo che se il mio nome fosse su una macchina da 300.000 euro non farei niente, ma davvero niente, e di sicuro mi risparmierei la fatica e le infinite potenziali umiliazioni in agguato al festival della canzone italiana. Avrei anche già comprato casa.
Questa canzone sarà probabilmente la colonna sonora di tutte le mie spese alla Pam per i prossimi trent’anni, poco meno sgradita del mutuo che mi trascinerò per lo stesso periodo.
Premio Tasso Fisso
Sal Da Vinci
(Alice Valeria Oliveri) Ci sono così tante cose da dire su Sal Da Vinci che una pagella non basta. Provo comunque a sintetizzare, anche se quando un artista è larger than life l’impresa è ardua. Prima di tutto, è umanamente impossibile non sentirsi galvanizzati dal rullante che apre il ritornello di “Per sempre sì” in continuità diretta con un’altra canzone epocale, “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri. L’effetto di questo inno risoluto e volitivo al matrimonio è simile a quello delle droghe serotoninerghiche: sale, si impossessa di te, e in un attimo stai facendo strani gesti con le mani per dire accussì. Sal sembra il risultato di un prompt dato a ChatGPT che dice: dammi un misto perfetto tra Adriano Pappalardo, Totò Cutugno e Gianni Sperti, l’equivalente canoro di una barretta proteica da seimila calorie. L’unico problema di questa canzone è che potrebbe essere strumentalizzata per infime ragioni referendarie, ma a questo punto tanto vale tutto.
Premio Rossetto, caffè e filler mandibolare
Patty Pravo
(Giulia Pilotti) Se c’è una persona a cui di questo Sanremo frega meno che a me quella persona è Patty Pravo. Io però spero che a 77 anni mi lasceranno stare a casa con le ciabatte e che troverò la forza di dire no a chi mi chiede di uscire dopo le nove di sera (forza che ho già trovato benissimo a 33). Lei invece sceglie di affrontare questa esperienza regalandoci la conturbante presenza di un Lord Voldemort con la parrucca e noi non possiamo che inchinarci.
Premio Tom Riddle
Serena Brancale
(Giulia Pilotti) L’anno scorso scrivevo che avevo paura che Serena Brancale potesse avere l’occasione di gonfiarmi di botte e anche in questa versione più sentimentale confermo che Serena Brancale è bravissima, mi piace tantissimo, e spero di non trovarmi mai con lei in un vicolo buio. Non mi lascio ingannare da questo nuovo aspetto da spot di Dolce&Gabbana, questa mena come un fabbro e solleva dei bilancieri importanti senza fatica, soprattutto con quella mano a cucchiara con cui viene fotografata ogni sera da martedì.
Premio Virgin Active
Lda e Aka7Even
(Alice Valeria Oliveri) Dicono che questo è il festival dei nepo babies, quelli che un tempo chiamavamo figli di papà e che quando ci stanno simpatici chiamiamo figli d’arte. Vorrei approfittare di questo spazio concessomi per complimentarmi con Gigi D’Alessio, l’unico padre che in questi giorni ha saputo fare un passo indietro, a differenza di Gianni Morandi che ieri ha occupato il palco con la sua spropositata quantità di capelli e di Alessandro Gassmann che ha tirato su una polemica per non essere stato invitato a promuovere la sua serie Rai in quanto padre di Leo. In tutto ciò non mi è ancora chiarissimo chi tra i due artisti sia LDA e chi AKA7EVEN, ma chiedo scusa, io con i codici alfanumerici ho sempre non poche difficoltà.
Premio Codice Fiscale
J-Ax
(Giulia Pilotti) Come dicevo sto cercando casa a Milano, quindi tutto ciò che mi fa pensare a Milano mi fa arrabbiare, o mi deprime, o entrambe le cose insieme. J-Ax mi fa pensare molto a Milano, ma riesce a distrarmi con dei brutti cappelli, con questa brutta canzone che fa papaparapapa, e con una rivisitazione country di se stesso che lo rende chiaramente il Beyonce di Cologne Monzese.
Premio Cowboy Carter
Tommaso Paradiso
(Alice Valeria Oliveri) Come dissi un anno fa su queste scoppiettanti e molto ironiche pagelle a proposito di Simone Cristicchi: io ogni anno a Sanremo ho un nemico. Stavolta il nemico è Tommaso Paradiso. Parliamoci chiaro, non ho niente contro di lui né contro i suoi romantici che guidano bici rosse Atala, citano sognanti i film di Jerry Calà e mangiano Cornetti sotto le stelle mentre la Corea del Nord non potrà fermare tutto questo. È solo che, da abitante della Capitale, questa zaffata di romanordismo acuto tutto Gallagher e forza Lazio mi trascina violentemente in un posto dove adesso proprio non vorrei stare, cioè Prati.
Premio IQOS e Smart in doppia fila
Malika Ayane
(Alice Valeria Oliveri) Trascinata dal vento della polemica sulla pubblicità occulta che puntualmente scorre tra i corridoi di Sanremo, scopro non solo che “Animali notturni” è il nome del prodotto anti-age che Malika Ayane promuove in combutta fagianica con una nota imprenditrice bresciana, ma anche il titolo di un film con Jake Gyllenhaal e di un libro di Carlotta Vagnoli. Sono solo le 21.33 e ho già mal di testa. In ogni caso, il vero elefante nella stanza mi sembra che questa canzone sia palesemente una versione NOLO di “Figli delle stelle”.
Premio Alan Sorrenti
Leo Gassmann
(Giulia Pilotti) C’è uno sketch di Amy Schumer di diversi anni fa (si chiama Girl, you don’t need make-up, è su YouTube) che è la canzone di Leo Gassmann, solo che quella faceva ridere e questa fa venire il latte alle ginocchia. Leo Gassmann canta “sei più bella al naturale” a una che probabilmente ci ha messo un’ora, tre tutorial di TikTok e 50 euro da Sephora per sembrare naturale come piace a lui, che come tutti i nostri fidanzati si asciuga la faccia con la salvietta del bidet e ha un aspetto molto migliore di noi povere coglione.
Premio Tigotà
Le Bambole di Pezza
(Alice Valeria Oliveri) Le Bambole di Pezza mi hanno illusa. Mi hanno fatto immaginare le pareti dell’Ariston che tremano per le schitarrate distorte in stile Hole e invece l’unica degna sostituta di Courtney Love in sala è Alba Parietti. “Resta con me” mi sembra una canzone dei Modà senza però la forza del ciuffo pietrificato di Kekko. Restano comunque immutati la stima e il rispetto per essere stata la prima girl band a Sanremo.
Premio Pino Scotto
Raf
(Giulia Pilotti) Io vorrei parlare della canzone di Raf ma purtroppo riesco solo a chiedermi che tecnica sia stata utilizzata per realizzare quei capelli (Tratto Pen? Porporina? Uno stencil di Diabolik? Una maschera di Mickey Mouse?) e come faccia ad avere questo aspetto a 66 anni. Canta “il tempo ti sta una meraviglia”, verso scritto evidentemente allo specchio.
Premio Uniposca
Chiello
(Alice Valeria Oliveri) Per noi vecchi fan della FKS Satellite, detti anche la Dark Polo Gang lucana, l’approdo di Chiello a Sanremo è una conquista spirituale, oltre che artistica. Non sarà della stessa opinione Morgan, che ha pensato bene di applicargli un trattamento Bugo preventivo lasciandolo prima ancora della serata cover di ieri, saranno state le brutte intenzioni e la maleducazione, ma nessuna brutta figura per lui. Sulla canzone mi spingerei in là con un giudizio pseudo-tecnico e azzardato da penna brillante di Pitchfork quale non sono mai stata e dico: se la FSK è la DPG lucana Chiello è il King Krule di Venosa. Sul look invece non posso che provare un misto di tenerezza e orrore di fronte al ritorno della moda Emo che ha forgiato la mia pubertà, rivisitata con un tocco di Giappone che fa molto nato nel 1999 fan di Death Note.
Chiello premio Nekomimi
Francesco Renga
(Giulia Pilotti) Prima excusatio non petita della serata: ho un bambino di un anno e sto cercando casa a Milano, che significa che sono in debito di sonno e ho i nervi a pezzi. Non è escluso che io possa piangere questa sera, né che mi possa addormentare davanti alla televisione. Detto questo iniziamo con Francesco Renga, che canta quella che definirei una canzone di Francesco Renga. Ieieieieiiii, uaaaaaaa. Se gli togli le vocali, Renga diventa Marcel Marceau.
Premio Tarzan
Si inizia
«La festa appena cominciata è già finita» diceva il vincitore del diciottesimo festival di Sanremo, Sergio Endrigo. E indovinate un po’ che c’era a condurre quella edizione? Sì, proprio lui, Pippo Baudo.
Eccoci, dunque, a festa quasi finita. Non è stata una grande kermesse, inutile negarlo. Tuttavia, c’è poco da lamentarsi della conduzione asburgica di Carlo von Conti, poco da fare i nostalgici per la mancanza di Amadeus, poco da rimpiangere l’allegria di quelle atmosfere pandemiche che ci avrebbero fatto amare qualsiasi cosa trasmettesse uno spiraglio di evasione. Questo settantaseiesimo festival non era una manifestazione canora, era il funerale di Pippo Baudo.
Ecco spiegata la sovrabbondanza di nero, l’umore basso e la scelta di Alessandro Siani per evitare che qualcuno ridesse troppo. Questo Sanremo, il primo senza il conduttore «regionale e impopolare», salvatore di tentati suicidi, vittima di strizzate benignane, protettore di televoti, generatore di vallette, inventore di talenti altrui, non poteva che essere un Sanremo di raccoglimento e sobrietà. Ed è con questo spirito di contegno che ci accingiamo ad assegnare gli ultimi premi, quelli della finale. E come diceva il vincitore della prima edizione condotta da Baudo, «chissà se finirà», o se finiremo noi addormentati prima di vedere chi trionferà, accussì, per sempre sì.
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