«È tutto sbagliato, sta andando tutto al contrario di come l’ho immaginato». Per mesi questa frase, all’inizio di una canzone di Samurai Jay e Vito Salamanca, ha fatto da sottofondo a piccoli video rilanciati su TikTok o su Instagram: è il nuovo modo in cui si emerge, ci si fa notare e alla fine si finisce anche a Sanremo. È finito il mondo dei long play: bastano pochi secondi di dubbia qualità che diventano un trend per trasformarsi in una meteora, che illumina un angolo di cielo e poi sparisce.

Si potrebbe discutere in eterno se sia il simbolo del degrado del mercato musicale o se sia solo un modo diverso, e perfettamente contemporaneo, di concepire la musica. Resta però il punto che la musica oggi è anche questo e Samurai Jay ne è una perfetta espressione.

È facile che una buona parte del pubblico di Sanremo non riuscirà a capirlo. Ma il punto è che un’altra parte di pubblico guarderà Sanremo solo per lui. E se il festival vuole essere davvero inclusivo, deve fare a patti con questo modo nuovo di fare musica, in cui si diventa famosi per un pizzico di ritornello. «Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 secondi diventati virali», in una rilettura un po’ distopica di Andy Warhol.

Chi è Samurai Jay

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Gennaro Amatore (vero nome di Samurai Jay), 27 anni, è nato a Mugnano (Napoli), e nelle interviste dice di essere orgoglioso di essere un cantore di provincia. In questo senso, la musica diventa anche una forma di riscatto sociale. Cresciuto con il rap, contaminato da tematiche e sonorità urban e latine, ha debuttato nel 2018 con l’ep “Promesse”. Il singolo “Gang”, poco dopo, diventa disco d’oro (anche grazie alla partecipazione di Geolier).

Il testo fa così: «Entro nel club, yah, senza la gang, yah / Non faccio flex, fanno foto con i flash, yah / Non siamo friends, no, non ti conosco». E poi: «E questa tipa che vuole fare la diva con me / Che si comporta come se ce l’avesse solo lei / Mi ha visto in giro e il giorno dopo mi ha intasato il DM / Mi spiace baby ma sei l'ultimo dei pensieri miei / ‘Sto scemo che si atteggia in giro e dice di essere il capo / Peccato che il capo alla fine si è preso il mio scarto / Non ci fotti con la squadra perché sei troppo scarso / Ti mando a scuola con lo zaino dai chiamami babbo».

Ossessione

Ok, non sarà De Andrè e non suonerà come i Pink Floyd. E probabilmente si candida alle ultime posizioni della classifica di Sanremo e alle prime di quella dello streaming. È stato scelto perché intercetta una nicchia di pubblico molto giovane, con pure il proprio slang. E perché ha una buona capacità di farsi notare: forse anche per questo ha deciso di portare sul palco, nel venerdì delle cover, Belén Rodriguez e Roy Paci.

Il brano, destinato a diventare un tormentone anche per le sue tinte reggaeton, è dedicato all’ossessione. Tema di per sé controverso, ma trattato qui – precisa nelle interviste – nel suo senso senso più positivo.

In verità il testo sembra raccontare un rapporto non troppo sano, e forse non è proprio un bel messaggio da portare sul palco più importante della musica italiana: «Sicuramente stai dormendo nel letto di un altro pure stasera / Marò che pena (…) Sarà strano ma ti sento addosso / Come un’ossessione stanotte ritorni qui / Al centro delle mie fantasie / Ti amo solo di venerdì / Bailando contigo asì / Per un’ora ti sento mia / Non è amore è una malattia (…) Non può durare una vita intera / Una storia se fa solo male / Tra noi sarà solamente / Una noce de sexo».

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