È vissuto in un’epoca che sembra lontanissima, in cui i macchinari fanno irruzione per la prima volta in Europa, poi nel mondo. Anche noi siamo nel bel mezzo di un’irruzione non così diversa. Le sue domande – di quali vite crescerà la potenza di vita, una volta incanalate nella geometria di questo nuovo medium? Di quali decrescerà? Quali si ritroveranno alleate? – restano attualissime
Karl Marx ha di nuovo qualcosa da insegnarci. È vissuto in un’epoca che sembra lontanissima, in cui le macchine fanno irruzione per la prima volta in Europa, poi nel mondo. Anche noi siamo nel bel mezzo di un’irruzione non così diversa da quella che travolge l’Europa del milleottocento, quando le macchine invadono le fabbriche, piegano il gesto dell’operaio al loro ritmo, fanno del lavoro umano un remoto ingrediente del grande meccanismo produttivo.
Certo oggi è tutto cambiato. Ci chiediamo se le nostre macchine pensano, se possono sentire e soffrire, se hanno qualche forma di intenzionalità. Altro che telaio meccanico, altro che carbone, vapore e stantuffi. Ma Marx metterebbe le cose in tutt’altra prospettiva. Per lui è ovvio che le macchine pensano. Non c’è alcuna linea di confine tra materia e pensiero. A pensare, e in generale a vivere, è sempre qualcosa di materiale. Un insieme di condizioni concrete, un concatenamento di oggetti, persone, abitudini, relazioni. Posta questa premessa, che è quello che si chiama solitamente il materialismo di Marx, la domanda che chiede se le nostre macchine sono intelligenti, più di noi, meno di noi, si rivela subito una domanda sospetta. O troppo ingenua, o troppo furba. In un modo o nell’altro, impedisce ogni passo avanti. Forse è fatta apposta, per impedire ogni passo avanti. È quello che Marx chiama ideologia.
La visione di Marx
Se la materia pensa sempre, se a pensare è sempre un insieme di cose tra cui c’è anche quella cosa che noi siamo, se pensare significa sempre organizzare un certo campo secondo certe linee dettate dal funzionamento di quel campo, ecco che la domanda inizia a trasformarsi. Queste macchine, posto che pensano, come pensano? Cioè, come organizzano quel campo di cui facciamo parte? Come ci portano a pensare al loro seguito? Come ci ridisegnano, ci ricalcolano, ci riprogettano?
È il genere di riflessioni che Marx azzarda in un testo rimasto allo stato di abbozzo, il celebre Frammento sulle macchine, composto attorno al 1857-1858, il cui spirito confluisce poi nel grande libro di Marx, l’opera di una vita, Il capitale.
È come dire che le macchine sono una specie di medium dentro cui una certa società riversa tutta sé stessa per uscirne radicalmente ripensata e riformulata. In ingresso ci sono i gesti degli operai, la loro abilità professionale, il sapere di certe pratiche e tradizioni. In uscita ci sono certe merci, tutta una rete di distribuzione, gente distrutta da quindici ore di lavoro quotidiano completamente despecializzato, un’enorme quantità di denaro che finisce nelle tasche dei padroni delle macchine. Qualcuno insomma diventa operaio, qualcuno capitalista.
Il fatto è che entrambi sono un’espressione della macchina, una sua conseguenza. È come dire che la conseguenza è una nuova distribuzione complessiva della potenza di vita, chiamiamola così, interna a quella società. Ecco che si impone tutta una serie di nuove domande. Quali vite escono rafforzate da questo transito nel grande medium, nella grande macchina che è la fabbrica? Dove si produce un più di vita, di potenza d’azione, di capacità di produrre altra vita? Dove un meno di vita, una minor capacità di maneggiare il presente, una minor capacità di allearsi ad altre vite?
Non gesti ma dati
Oggi la grande macchina, il grande medium è quello che chiamiamo intelligenza artificiale. In ingresso c’è sempre la nostra vita, ma anche, ed è una novità, la vita di tutti i nostri predecessori, e quella di tutti i nostri simili sparsi in giro per il mondo. Non però in forma di gesti, ma di dati, ed è un’altra novità. In uscita ci sono quegli stessi dati, ma disassemblati e riassemblati innumerevoli volte, divenuti infinitamente più preziosi, divenuti dei binari lungo i quali le nostre vite andranno quasi a ricollocarsi. È una novità ulteriore.
Le domande di Marx restano. Di quali vite crescerà la potenza di vita, una volta incanalate nella geometria di questo nuovo medium? Di quali decrescerà? Quali si ritroveranno alleate? Quali divise, sfruttate, rese antagoniste, rese nemiche? E soprattutto, che politica delle macchine vogliamo promuovere, che cosa vogliamo fare di quelle macchine che in ogni istante fanno qualcosa di noi? Domande che chiedono non tanto che cos’è l’intelligenza artificiale, ma che cosa diventiamo noi quando la usiamo massicciamente, collettivamente, venendone massicciamente e collettivamente trasformati.
Rispondere a queste domande è un compito tutto a venire.
Federico Leoni, coordinatore scientifico di Kum! Festival, terrà domenica 25 ottobre alle 16.30, al Teatro del Pavone di Perugia, l’incontro Karl Marx. Filosofia delle macchine. La manifestazione, diretta da Massimo Recalcati e in programma dal 23 al 25 ottobre, celebra la sua decima edizione affrontando il tema La tentazione della violenza.
© Riproduzione riservata