Pare che nella rielezione di Trump, abbia avuto un ruolo importante anche la longevità: non la sua, politica, ma quella che promette agli americani. Lunedì 20, Inauguration Day, nell’immenso pubblico che assisterà alla cerimonia di insediamento, vedremo sventolare cappellini e striscioni con l’acronimo MAGA (Make Amerika Great Again = rifacciamo una grande America) e sue varianti, di cui una è MAA (Make Amerika Ageless = facciamo un’America senza età).

Un articolo comparso nel The Wall Street Journal ha reso pubblico che la campagna elettorale vincente, è stata fortemente sostenuta dalla lobby del settore anti-invecchiamento. Come mai? Nella fiducia che la nuova amministrazione renda più facile lo sviluppo di trattamenti mirati alla longevità e aumenti i fondi destinati alla ricerca dell’elisir di lunga vita. Ne sono una conferma le persone scelte dal presidente per i maggiori incarichi sanitari nel Paese, a partire da Robert F. Kennedy Jr messo a capo del dipartimento della salute e dei servizi umani che, tra le varie cose, ha dichiarato di seguire un protocollo anti-invecchiamento. In palio due obiettivi. Il primo è mantenere attiva una società che, anche negli USA, diventa sempre più anziana. Il secondo obiettivo è l’allargamento del mercato, ora di nicchia, indottrinando la massa con l’idea che la vecchiaia sia una condizione patologica evitabile e addirittura reversibile: si culla l’illusione di fermare il tempo e di riuscire a farlo con qualcosa che arriva magicamente dall’esterno piuttosto che attraverso l’impegno personale.

Invecchiare non è una malattia

A oggi però, la scienza ci dice che l’invecchiamento non è una malattia e infatti nessuna autorità sanitaria, nazionale o sovranazionale, riconosce farmaci o protocolli per trattare una patologia che non esiste. Anzi, attualmente la centralità dell’attenzione scientifica si posiziona proprio all’opposto di questo atteggiamento ed enfatizza la responsabilità individuale; è il campo di indagine in cui si muovono gli studi dell’epigenetica, quella branca della scienza che si occupa di come l'ambiente e le esperienze possano "accendere" o "spegnere" certi geni, influenzando così il funzionamento delle cellule e, di conseguenza, la salute e il comportamento degli organismi.

Ciò ha rivoluzionato la comprensione dell'invecchiamento, dimostrando che lo stile di vita può influenzare direttamente l'espressione del DNA. Ne deriva che i presupposti della longevità li creiamo noi stessi facendo nostre abitudini sostenute da quattro pilastri fondamentali: alimentazione, movimento fisico, esercizio cerebrale, gestione dell’ansia. Metà di ciò che possiamo fare per vivere di più e meglio dipende quindi da un comportamento che gravita attorno al concetto di “allenamento” da intendersi in senso lato come compiti da svolgersi regolarmente e con continuità per creare adattamenti crescenti e duraturi. L’accento però ricade sul movimento fisico che stimola in maniera rilevante anche il mantenimento delle capacità cognitive (esercizio cerebrale) e l’equilibrio emotivo (gestione dell’ansia).

Per il momento dunque, finché l’immortalità resta al di fuori delle potenzialità umane, ci tocca anche invecchiare. Ciò su cui però possiamo impegnarci è fare in modo che il passare degli anni turbi il meno possibile la salute, l’autonomia e la gratitudine per il fatto di essere vivi. E il movimento è l’alleato principale, quello che ha maggiore correlazione con tutti gli altri. In fondo è ciò che anche l’epigenetica rappresenta: una visione dinamica della genetica, che disinnesca l’alibi «io sono fatta così».

Lo stile di vita

Le parole allenamento e movimento, ricorse fin qui, non devono spaventare. Non si parla del regime di lavoro degli atleti agonisti che tende a usurare invece che a proteggere. Si tratta piuttosto di un tipo di esercizio che si potrebbe definire con quattro aggettivi: moderato, regolare, vario, piacevole.

Innumerevoli i dati che lo confermano. Tra tutti una revisione di 20 studi condotti tra il 1980 e il 2023, che ha coinvolto 398.716 partecipanti, pubblicata di recente sul British Journal of Sports Medicine: il lungo lavoro conduce all’evidenza per cui la forma fisica (intesa come indice di massa corporea normale e buone capacità di forza, resistenza, mobilità e coordinazione) è un fattore cruciale per la salute generale e la longevità. Il movimento fisico è stato anche correlato positivamente con un due effetti che riguardano il sistema nervoso. Il primo è legato all’aumento dei livelli di BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor), un ormone fondamentale per la crescita e la sopravvivenza dei neuroni proteggendo il cervello dall'invecchiamento e dalle malattie neurodegenerative. Il neuropsichiatra di Harward, John Ratey, lo ha definito «un legame biologico cruciale tra pensiero, emozioni e movimento». Il secondo effetto supporta la tesi che l'attività fisica, e in particolare l’aerobica moderata (camminare, nuotare, pedalare) oltre ad avere dei benefici dal punto di vista medico, possa migliorare anche i processi cognitivi e le capacità esecutive (cioè di controllo del comportamento) tendenti al declino con l’avanzare dell’età. Il denominatore comune di tutti gli studi su movimento e epigenetica è che anche piccoli cambiamenti portano a grandi risultati nel tempo e…anche se si inizia tardi, un beneficio c’è sempre.

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Due esempi

Quando si tratta di buone abitudini le parole confortano ma sono più i modelli a ispirare. C’è chi ha sempre fatto sport come Johanna Quaas che ora ha 98 anni. Ha smesso di esibirsi nel 2019 quando ancora eseguiva un esercizio alle parallele di difficoltà impensabili a prescindere dall’età. I suoi video in rete sono virali. Ha iniziato con la ginnastica quando aveva 10 anni ma ha praticato anche pallamano, calcio, ha fatto l’allenatrice. Ora gioca a bocce, esegue esercizi quotidiani, mangia con moderazione, frequenta persone e mantiene un atteggiamento positivo e ottimista nei confronti della vita. Aforisma preferito: «Il mio viso è vecchio, ma il mio cuore è giovane».

Poi c’è Wang Deshun, idolo d’Oriente. A 24 anni inizia a muoversi nel cinema passando, senza fama, da un lavoretto all’altro. Quando arriva ai 50 anni decide di fare qualcosa di diverso, inizia a prendersi cura del suo fisico, va in palestra, si muove molto in tanti modi diversi e, da questa svolta, dà vita a una nuova forma d’arte, chiamata scultura vivente. E siccome non è mai troppo tardi, a 80 anni, con un fisico straordinariamente asciutto, tonico e muscoloso viene chiamato, per la prima volta, a sfilare sulle passerelle della Fashion week cinese: è un lancio da cui entra nell’orbita della notorietà vera. Ora a 89 anni, è considerato un’icona di uno stile di vita sano e corretto. Aforisma preferito: «Un modo per capire se sei vecchio o no, è chiedere a te stesso se hai il coraggio di fare qualcosa che prima non hai mai fatto».

Esempi straordinari e lontani ma possibili perché veri. Tra loro e noi probabilmente abbiamo molti altri casi su cui fermare l’attenzione per familiarizzare con l’idea di noi stessi anziani e capire come vogliamo e possiamo essere. L’epigenetica ci dice che la longevità non è un destino bensì una scelta.

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