È ormai chiaro che questa pagina è dedicata ad approfondire in egual misura la mia dissonanza cognitiva generazionale e quella sul piano economico-finanziario: non sono abbastanza vecchia per spiegare niente a nessuno, né abbastanza giovane per gli entusiasmi nuovi, non ho abbastanza soldi per esaudire i miei sogni borghesi, ma non sono nemmeno abbastanza povera per farmi portavoce di una qualsivoglia istanza sociale. Ogni quattro o cinque mesi scrivo delle ansie immobiliari dei trentenni e passo oltre, continuando a fingermi esponente militante di un gruppo a cui forse non appartengo. Né cane né lupo, so solo quello che non sono, come il mio intellettuale di riferimento nonché primo amore: Balto.

Era dunque inevitabile che l’intervista di Tony Effe a Passa dal BSMT – podcast di chiacchiere condotto da Gianluca Gazzoli – attirasse la mia attenzione, essendo Tony Effe una persona della mia età che ha fatto i soldi (da rapper, prima con la Dark Polo Gang e ora da solo), e che stimola quindi allo stesso tempo le mie due dissonanze di cui sopra.

Non posso dire di conoscere il personaggio oltre al nome e a una vaga consapevolezza dell’esistenza del suo gruppo (non sono abbastanza giovane per la trap del rione Monti, né abbastanza romana), ma in virtù della caciara sollevata negli ultimi giorni da una sua dichiarazione controversa, e anche della mia ignoranza in merito, decido di ascoltarmi questa sua intervista da quasi un’ora e mezza (durata percepita: Via col vento).

L’internet è indignata e si capisce subito perché: su Instagram vedo girare una clip in cui Tony Effe dice che al liceo aveva una paghetta misera, suo padre gli dava solo 150 euro a settimana (anche detto “primo stipendio”, per noi dell’editoria). Ci metto quaranta minuti ad arrivare al momento incriminato della conversazione, quaranta minuti noiosissimi che mi sono sufficienti per decretare che, a differenza dalle mie aspettative, il mio mondo e quello di Tony Effe non si intersecano in nessun punto. Ancora una volta mi sento precocemente invecchiata, mentre dice di essere appassionato di un videogioco dell’NBA su cui ha speso un sacco di soldi per customizzare la divisa dei suoi giocatori. C’è “la collabo con Crocs”, dice, mentre io mi sento come mia nonna quando le spiego Twitter.

La romanità

Scopro che nonostante la quintessenziale romanità sua e dei suoi colleghi, Tony Effe vive a Milano, ma schiva abilmente la polemica che da sempre si accompagna alla contrapposizione delle due città, non dicendo niente di sgradevole, ma nemmeno niente di interessante. In compenso dice “di base” abbastanza volte da farmi venire voglia di iniziare un drinking game per sbronzarmi alla svelta e mi ricordo che devo prendere il mio integratore di vitamine che si chiama, appunto, Di Base. È forse anche questa una collabo? Deve dire “di base” una volta al minuto per contratto?

Dice poi di essere un ragazzo molto educato, un buono, e noi gli crediamo, perché nessuno stronzo ha mai avuto una flemma simile. Afferma anche di essere molto umile, e stavolta mi fido un po’ di meno perché nessuna persona veramente umile si è mai autocertificata tale. Anche perché nell’ora successiva parlerà della propria carriera con la serietà morbosa di chi ha scoperto la penicillina.

Gazzoli indaga anche la passione di Tony Effe per la moda, che a quanto pare è sempre stato un suo pallino, un’informazione per me difficile da indovinare dalla breve ricerca che faccio su Google immagini: molte felpe, giacche indossate a pelle e gioielli cafoni, non esattamente un Cary Grant. Di nuovo lo spirito di mia nonna – che è viva e vegeta e non manca di lamentarsi dello stile contemporaneo e delle sfilate di Balenciaga – si impadronisce di me e mi fa scuotere la testa con disappunto. Scopro che nella sua musica cita spesso i marchi, sottolinea Gazzoli, e io, come la povera scema che sono, mi trovo a pensare a Bret Easton Ellis, che ovviamente nessuno chiama in causa, e forse questo è il segnale che sono lì per sbaglio e devo spegnere.

«Sni»

Invece persevero, non sono ancora arrivata alla scandalosa risposta sulla paghetta. Ma poi al minuto trentanove Gazzoli si permette di supporre che il riscatto economico non abbia mai fatto parte delle motivazioni iniziali della Dark Polo Gang, composta perlopiù da ragazzi benestanti, se capisco bene. «Sni» risponde Tony Effe, proseguendo la sua storia di disagio sociale a Monti, in quanto “povero del centro”. Una considerazione che ha fatto arrabbiare un sacco di gente – e che in effetti denota un certo scollamento della realtà – ma che a ben guardare è anche un’acuta osservazione sociologica. La ricchezza non è tutta uguale, la pressione sociale esiste anche se non sei un personaggio di Vittorio De Sica, forse a maggior ragione (chissà se Tony Effe ha visto Succession e quella puntata sulla borsa gigante di Burberry). Essere il più povero tra i ricchi non è come morire di fame, ma può essere molto imbarazzante, persino deprimente.

Gazzoli gli fa notare che centocinquanta euro a settimana non sono nemmeno pochi a diciassette anni, guadagnandosi il mio personale premio Nobel per la pace, ma l’altro gli ricorda che è tutto relativo, soprattutto quando tutti quelli che conosci hanno la casa con piscina a Capalbio e tu vivi con la tua famiglia in novanta metri quadri (che pure non sono pochi, ma ci siamo capiti). «Stavo già in fissa con i soldi» dice Tony Effe con un candore che tocca qualche corda profonda nel mio cuore materialista, e vincendo infine la mia stima utilizzando “radical chic” correttamente.

Purtroppo nei successivi quaranta minuti non trovo momenti di equiparabile lucidità, né una qualche ombra di umorismo. Nemmeno una battuta sul fatto che la sua ex fidanzata stia ora con Leonardo Di Caprio, una premessa dal potenziale comico infinito che ahimé non viene sfruttata minimamente. Eppure nei giorni successivi continuo a pensarci e giungo alla conclusione che il problema non è Tony Effe in sé, ma il Tony Effe in me.

© Riproduzione riservata