È l’avvocato Maurizio Degli Innocenti nel colloquio del 31.5.1974 a informare il col. Romagnoli il quale riceve e appunta zelantemente le notizie ricevute. Non si tratta di un fuggevole scambio di battute ma della delineazione da parte dell’avvocato dell’esistenza di un compito ben preciso affidato a Licio Gelli: la cattura del presidente Saragat come azione autonoma all’interno del progetto golpista
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci dell’ordinanza del 18 Marzo 1995, “Azzi+25” di Guido Salvini, il giudice che a Milano provò, a più di vent’anni di distanza dai fatti avvenuti, a far condannare responsabili e complici di una stagione di sangue
E’ ora possibile esaminare il contenuto della trascrizione dei due nastri nelle parti che interessano in questa sede e cioè il preambolo esposto dal tenente colonnello Romagnoli ai due informatori, il ruolo affidato a Licio Gelli nel progetto del 1970, cioè la cattura del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, e la presenza a Roma di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di uccidere il Capo della Polizia Angelo Vicari.
Il ragionamento introduttivo illustrato dal tenente colonnello Romagnoli, prima di iniziare a ripercorrere con l’avv. Degli Innocenti e con Nicoli gli episodi legati alla nascita del Fronte Nazionale e alle prime riunioni dei golpisti, è ampio e quantomai elaborato e merita di essere analizzato con attenzione per comprenderne in pieno il significato.
Il senso del ragionamento e la linea suggerita dall’ufficiale sono infatti chiarissimi nonostante la non completa intelligibilità di qualche frase dovuta a difetti della registrazione.
Secondo il tenente colonnello Romagnoli è necessario mettere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria molti dei dati di cui sono in possesso persone come l’avv. Degli Innocenti e Torquato Nicoli, ma nello stesso tempo “troncare la catena”, “sviluppare una contro-manovra”, “condurre un’azione di frenaggio”, impedendo che certi giudici trovino le “chiavi” o “l’anello di congiunzione” che rischi “di dare un colpo feroce alle Forze Armate” (ff. 5 e 11 della trascrizione).
E’ evidente il riferimento soprattutto all’Autorità Giudiziaria di Padova che in quei mesi stava procedendo in direzione ascendente nel ricostruire non solo le trame golpiste, ma anche le strutture parallele del S.I.D. e delle Forze Armate.
E’ necessario quindi mettere “alcune persone, che potrebbero venire coinvolte, in condizioni di non esserlo” e “trovare degli strumenti di ricatto nei confronti di coloro che potrebbero aprire quel determinato cassetto” (f.3 della trascrizione) e cioè collaborare senza remore con l’Autorità Giudiziaria.
Secondo Romagnoli è questo il caso del colonnello Amos Spiazzi che “sta annaspando” (f.11) e avrebbe potuto evidentemente dire o essere in procinto di dire più di quello che, nell’interesse globale delle Forze Armate e dei Servizi di Sicurezza, gli era consentito.
Il riferimento al colonnello Spiazzi, tenendo presente il momento in cui si erano svolti i colloqui in Via degli Avignonesi (fine maggio 1974), è quanto mai pertinente.
Nella primavera del 1974, infatti, il colonnello Amos Spiazzi, detenuto a Padova, messo alle strette dalla confessione fiume di Roberto Cavallaro e incalzato dai giudici di quella città, aveva cominciato a fare ammissioni molto gravi sulla struttura parallela anticomunista esistente all’interno del S.I.D. e delle Forze Armate, struttura cioè sovraordinata ed in grado di muovere ed indirizzare gruppi come quello della Rosa dei Venti.
Tale organizzazione esisteva e, secondo le parole del colonnello Spiazzi: “l’organizzazione di sicurezza delle Forze Armate, che non ha finalità eversive (almeno secondo l’ottica di Spiazzi, nota Ufficio), si propone di proteggere le Istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il S.I.D., ma in gran parte coincide con il S.I.D.” (cfr. int. Spiazzi al G.I. di Padova, 3.5.1974, vol.17, fasc.6).
L’esistenza di una struttura del genere, che non coincide nemmeno interamente con Gladio e che è emersa nella sua completezza solo a distanza di quasi venti anni, non poteva all’epoca assolutamente essere rivelata.
Si tratta dell’“Organizzazione di Sicurezza” o Nuclei di Difesa dello stato, struttura parallela a Gladio di cui in questa istruttoria hanno parlato il colonnello Spiazzi, Enzo Ferro, Giampaolo Stimamiglio ed altri e di cui si tratterà nella parte VII di questa ordinanza.
In un’epoca in cui era ancora in piena corso la guerra fredda, l’esistenza di tale struttura segreta non doveva venire alla luce ed infatti il colonnello Spiazzi, messo a confronto qualche tempo dopo a Roma con un superiore quale il generale Alemanno – allora Capo dell’Ufficio Sicurezza del S.I.D. – sarà invitato da questi durante il confronto a tacere e a dire solo le cose che “facevate voi privatamente, senza coinvolgere altri”: infatti dal quel giorno il colonnello Spiazzi avrebbe effettivamente taciuto.
In quest’ottica e tenendo conto del particolare momento in cui si trovavano le indagini bisognava quindi evitare, secondo il tenente colonnello Romagnoli, che “qualche malintenzionato” avesse interesse “ad esprimere il concetto globale della vicenda”, bisognava mettere i magistrati “in condizioni di avere un muro oltre il quale non possano andare” e quindi “far rientrare nel battistrada l’indagine” (f.5).
Era doveroso certamente fermare operazioni terroristiche come la strage di Brescia e il campo di Pian del Rascino che hanno “scosso tutti e non sono sorte spontaneamente per iniziativa di singoli” rientrando appunto in un disegno terroristico (f.9), ma impedire nello stesso tempo che venissero colpite le “forze sane nell’ambito del Paese, forze che è un peccato che vengano disperse da un’ondata repressiva”. Questa è la linea del tenente colonnello Romagnoli “come ufficiale, come uomo, e soprattutto come cittadino” (f.13).
Anche il generale Ugo Ricci, che è “sotto il fuoco del nemico e sta per essere spinto verso il muro”, “deve essere messo in condizioni di sfuggire, di sgusciare fra le maglie di questa rete che gli stanno chiudendo intorno, anche perché, signori miei, Ricci non vuol dire Ricci da solo, vuol dire Ricci e....” (parole purtroppo incomprensibili) (f.5).
Il ruolo del generale Ugo Ricci, iscritto fra l’altro alla P2 e molto legato al colonnello Spiazzi ed anche alla componente “legalitaria” di Edgardo Sogno, risulterà effettivamente ben poco messo a fuoco nel rapporto finale del S.I.D., benché nel corso dei colloqui il suo nome compaia più volte quale presente a moltissime riunioni dei congiurati (cfr. ff.123, 127, 144, 152, 207 della trascrizione del colloquio del 31.5.1974).
Sulla linea strategica imposta dal tenente colonnello Romagnoli, e che risale nella sua concezione certamente al generale Maletti, non sembrano necessari davvero altri commenti, tanto chiaro è il disegno di indirizzare le istruttorie in corso su binari compatibili con gli interessi globali dei settori politico-militari all’epoca predominanti e di disattivare eventuali linee di indagine, come quelle in cui si erano imbattuti i giudici di Padova, che portassero a rivelare il cuore segreto della struttura nello stesso tempo occulta e ufficiale costituita nel quadro della Difesa degli interessi dell’Alleanza Atlantica.
Anche la parte del colloquio dedicata al compito specifico affidato a Licio Gelli (e cioè privare della libertà personale il Presidente della Repubblica on. Giuseppe Saragat) è assai chiara, nonostante la presenza nella conversazione di alcune battute non comprensibili a causa della sovrapposizione delle voci degli interlocutori.
In relazione a tale aspetto del piano è l’avv. Maurizio Degli Innocenti nel colloquio del 31.5.1974 a informare il col. Romagnoli il quale riceve ed appunta zelantemente le notizie ricevute. […].
Non si tratta quindi di un fuggevole scambio di battute all’interno del colloquio ma della delineazione da parte dell’avv. Degli Innocenti, in un modo sufficientemente particolareggiato, dell’esistenza di un compito ben preciso affidato a Licio Gelli: la cattura del Presidente Saragat come azione autonoma all’interno del progetto golpista della quale non erano incaricati i Nuclei del Fronte Nazionale ma un nucleo specifico diretto da Licio Gelli (f. 176 delle trascrizioni).
Risulta poi evidente dalle notizie fornite dall’avv. Degli Innocenti il diverso atteggiamento che doveva essere tenuto nei confronti del Presidente della Repubblica in occasione dei due diversi progetti golpisti del 1970 e del 1973/74.
Nel 1970, quando Presidente della Repubblica era l’on. Giuseppe Saragat, non si poteva sperare in uno spontaneo cedimento ai congiurati del Presidente e quindi l’on. Saragat doveva semplicemente essere catturato e messo in condizione di non potersi opporre ai golpisti.
Nel 1973/74, quando Presidente della Repubblica era l’on Giovanni Leone, il quadro si presentava in modo diverso poichè l’on. Leone poteva essere convinto, senza la necessità di usare la forza, ad assumere un determinato atteggiamento di arrendevolezza o passività, essere indotto a sciogliere le Camere e a comparire alla televisione annunciando più o meno spontaneamente che la “Repubblica aveva cambiato indirizzo”.
I golpisti confidavano cioè, in questo secondo progetto, in un avallo presidenziale (foglio 167 della
trascrizione). La diversa origine e posizione politica dei due Presidenti - l’on. Saragat legato al mondo del socialismo riformista e l’on. Leone certamente vicino ad ambienti moderati - rende peraltro del tutto plausibile il racconto dell’Avv. Degli Innocenti.
Si noti che il colonnello Romagnoli ha ammesso di avere preso costantemente appunti nel corso dell’“audizione” dei due informatori (cfr. int. 26.10.1992).
Nonostante ciò e nonostante il fatto che il discorso dell’avv. Degli Innocenti relativo al ruolo di Licio Gelli fosse stato abbastanza preciso ed articolato ed attenesse al momento “centrale” della congiura dal punto di vista istituzionale, il colonnello Romagnoli ha dichiarato di non ricordare il nome di Gelli o che perlomeno tale nome , forse annotato negli appunti, non aveva suscitato in lui alcun interesse (cfr. int. citato, f.3).
Sta di fatto, a parte tale inspiegabile commento (si parlava con riferimento a Gelli del rapimento del Presidente della Repubblica e non di un qualsiasi oppositore politico), che non solo tali appunti sono spariti, circostanza che può essere anche giustificabile, ma anche che negli atti del S.I.D. relativi all’operazione “Furiosino” (nome in codice con cui era denominata l’indagine sul golpe sulla base dell’assonanza Orlandini-Orlando furioso-Furiosino) non è presente alcuna informativa, accertamento o approfondimento su Licio Gelli.
Secondo gli accertamenti del SISMI, è presente negli atti del S.I.D. solo un foglietto informale e non protocollato in cui si rileva che fra gli ufficiali aderenti ai progetti golpisti vi erano ufficiali iscritti alla massoneria, assicurazione questa che sarebbe pervenuta tramite un certo Gelli (cfr. nota SISMI in data 19.9.1992, vol.16, fasc.15, f.1).
La conclusione è evidente: la figura di Licio Gelli è stata volutamente espunta dagli accertamenti e dal rapporto conclusivo del S.I.D.
Del resto si trattava, secondo le parole del generale Maletti, di una “persona sacra per il Servizio”, come emerge dal racconto del capitano Santoni - di cui si parlerà nel prossimo capitolo –, l’ufficiale di uno dei Centri C.S. di Roma che aveva “incautamente” osato svolgere alcuni accertamenti su Gelli. Purtroppo l’avv. Degli Innocenti, che disponeva delle notizie sul ruolo di Licio Gelli nel golpe e probabilmente di notizie assai più ricche sul capo della P2, è deceduto sin dal 1983 e non è e non sarà quindi facile effettuare nella sede giudiziaria competente ulteriori approfondimenti.
Si deve tuttavia sottolineare che l’avv. Degli Innocenti, già combattente nella X Mas e uno dei primi seguaci di Junio Valerio Borghese nel Fronte Nazionale (cfr. nota Digos di Firenze in data 14.10.1992, vol.16, fasc.5, f.3), era uno degli esponenti di alto livello della congiura e quindi era un testimone affidabile ed attendibile di quanto doveva avvenire, ed in parte è avvenuto, la notte del 7 dicembre 1970.
La bontà, la serietà e il carattere di prima mano delle notizie acquisite dall’avv. Degli Innocenti sugli sviluppi del progetto sono del resto testimoniate dal complessivo contenuto della trascrizione dei colloqui in data 30 e 31 maggio 1974 nell’ambito dei quali egli certamente ha fornito al colonnello Romagnoli elementi sempre precisi e particolareggiati ed era in sostanza il suo principale interlocutore.
Si ricordi inoltre che l’avv. Degli Innocenti ha reso anche nel processo relativo alla strage di Piazza Fontana una lucida e importante testimonianza, originata dal suo rifiuto di azioni violente e terroristiche e dalla sua dissociazione dalle componenti più estremistiche dell’arco della destra.
Egli infatti ha dichiarato di avere ricevuto a Pistoia, nell’estate del 1969, l’inaspettata visita di Mario Merlino il quale in quei giorni doveva incontrare nella zona un esponente di Ferrara del Fronte Nazionale, tale Mario Bottari, già citato nelle testimonianze di Torquato Nicoli.
Durante la breve permanenza nell’abitazione dell’avv. Degli Innocenti, Mario Merlino gli aveva fatto cenno all’opportunità di compiere attentati contro le banche, cenno risultato quanto mai preveggente visto quello che sarebbe successo pochi mesi dopo (cfr. deposiz. Degli Innocenti al G.I. di Catanzaro, 20.8.1975).
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