Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


La complessità della criminalità organizzata nel Lazio era stata ben delineata, già nel corso dell’audizione del 12 febbraio 2014, dal procuratore della Repubblica presso il tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone e dal procuratore aggiunto, Michele Prestipino Giarritta.

L’applicazione di metodi investigativi sperimentati con successo in contesti territoriali caratterizzati dallo stabile insediamento mafioso, come a Reggio Calabria, ha portato a risultati importanti, soprattutto a Ostia, dove erano stati registrati sul litorale numerosi episodi di intimidazione, incendi di esercizi commerciali, danneggiamenti di veicoli, colpi di arma fuoco contro le serrande di locali e negozi a fronte di una diffusa omertà ud una bassissima propensione a denunciare gli atti intimidatori subiti.

“Attraverso un paziente lavoro di rivisitazione di precedenti attività investigative, collegando eventi delittuosi che erano stati affrontati in un’ottica parcellizzata, e grazie al contributo fornito da vari collaboratori di giustizia, la DDA di Roma ha delineato l’esistenza di due distinti sodalizi, qualificati come mafiosi, dediti all’usura, alle estorsioni, al traffico di armi e di stupefacenti e alla gestione e al controllo delle attività balneari di Ostia (operazione “Nuova Alba”).

La prima associazione, facente capo alla famiglia Fasciani, è nata e si è costituita nel territorio del litorale, dove opera in alleanza con il gruppo degli Spada. L’altra, facente capo ai fratelli Triassi, costituisce una proiezione, in territorio laziale, della famiglia mafiosa agrigentina Cuntrera-Caruana”.

Il procuratore aggiunto Prestipino Giarritta ha specificato che le intimidazioni, la sequela di incendi e danneggiamenti verificatisi dal 2007 al 2012, erano finalizzate ad un riposizionamento delle gerarchie criminali ad Ostia e alla scalata della famiglia Spada per il controllo delle attività illegali di Ostia e in tale contesto era poi maturato il duplice omicidio di Galleoni Giovanni e Antonini Francesco, indagini che, come si vedrà, hanno poi portato all’esecuzione, il 25 gennaio 2018, di ordinanze di custodia cautelare (operazione Eclissi) nei confronti dei componenti il clan Spada. La Commissione ha quindi prestato sin da subito particolare attenzione all’evoluzione della criminalità organizzata, anche di stampo mafioso, a Ostia, acquisendo altresì le sentenze pronunciate dall’autorità giudiziaria e i provvedimenti di sequestro e confisca emessi dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma.

L’attenzione è proseguita con maggiore interesse subito dopo l’esecuzione delle misure cautelari dell’inchiesta “mondo di mezzo”, e dopo l’emergere delle prime risultanze dell’attività della commissione di accesso ispettivo (“commissione Magno”), prontamente nominata il 15 dicembre 2014 dal prefetto di Roma, a seguito della delega conferita dal Ministro dell’interno.

La relazione della commissione di accesso al comune di Roma Capitale ha infatti subito evidenziato la particolare fragilità della macchina amministrativa di Ostia, la permeabilità del territorio agli interessi illeciti dei gruppi criminali, il condizionamento da parte dei clan dell’azione municipale, la diffusa assenza di legalità; tali elementi avevano quindi portato allo scioglimento del X municipio per infiltrazioni mafiose e alla nomina della commissione straordinaria presieduta dal prefetto Vulpiani per la gestione dell’ente.

Come evidenziato nella Relazione sulla situazione dei comuni sciolti per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso o sottoposti ad accesso ai sensi dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (…) in vista delle elezioni del 5 giugno 2016 96 , alla cui lettura si rinvia, prima ancora dell’intervento della commissione di accesso e dunque della commissione straordinaria, il sindaco Ignazio Marino, subito dopo la prima ordinanza su mafia capitale, aveva nominato assessore alla legalità del comune di Roma il magistrato Alfonso Sabella, e dopo le dimissioni rassegnate dal presidente del X municipio di Roma, Tassone (poi risultato coinvolto nell’inchiesta e condannato in primo grado per corruzione), gli affidava anche l’incarico di delegato sul litorale di Ostia, con specifica competenza sulle spiagge, delega conservata fino alla data del 27 agosto 2015, quando il municipio di Ostia veniva sciolto per infiltrazioni mafiose.

Anche il dottor Sabella è stato convocato in audizione il 19 novembre 2015, e ha ampiamente riferito sulla situazione di sostanziale illegalità che aveva contraddistinto l’azione amministrativa del X municipio, poi evidenziata dall’inchiesta su mafia capitale, che era emersa, in tutta la sua gravità, già dai primi approfondimenti.

Si evidenziava in tutti i settori ma in particolar modo in quello della gestione del litorale e delle concessioni balneari, che rappresentano il business economico più rilevante di Ostia e quindi preso di mira dagli interessi mafiosi, una gestione deficitaria ancor prima che corrotta, sicuramente non improntata ai principi di trasparenza, legalità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Il livello dei controlli era stato carente sotto ogni profilo: mai l’amministrazione era intervenuta per ristabilire la legalità, di fatto consentendo che gli interessi privati potessero sovrapporsi o addirittura sostituirsi all’interesse pubblico. In particolare, l’assessore pro tempore spiegava che, durante la giunta Alemanno, era stata attribuita al municipio di Ostia la competenza esclusiva per le concessioni sul litorale e per il verde che venivano così direttamente gestite dal municipio e, nello specifico, dall’unità organizzativa ambiente e litorale (UOAL).

L’anomala attribuzione di tale competenze al municipio aveva determinato la giunta Marino ad approvare immediatamente una modifica dello statuto, così che ritornasse al comune di Roma la competenza sulle 71 concessioni insistenti sul lungomare. Ma l’iter amministrativo non era riuscito a concludersi (la delibera approvata dalla giunta ancora non era stata ratificata dal consiglio) a causa dell’intervenuto scioglimento dell’amministrazione capitolina per le rassegnate dimissioni di taluni consiglieri.

Le verifiche condotte consentivano di affermare che la pur complessa gestione del litorale era stata condotta dal X municipio al di fuori di ogni regola: non si era mai proceduto alla revoca o alla pronuncia di decadenza delle concessioni nonostante le riscontrate violazioni anche per la presenza di innumerevoli abusi edilizi; non si era mai provveduto all’abbattimento dei manufatti abusivi realizzati sul litorale; non si erano mai applicate, né tanto più erano state fatte rispettare, le norme regolamentari pur esistenti che disciplinavano la materia. Sintomatica del livello di inefficienza amministrativa era la presenza, sul litorale di Ostia, del cosiddetto “lungomuro”, cioè uno sbarramento che impediva l’accesso libero alla spiaggia e la stessa visione del mare, realizzato in violazione delle norme di legge, delle previsioni del piano e delle stesse concessioni (che, in molti casi, già prescrivevano che la recinzione non dovesse essere realizzata in muratura).

La situazione era stata tollerata per anni senza che mai l’amministrazione fosse intervenuta per ripristinare la legalità nonostante le proteste e le segnalazioni dello stato di degrado. Delle norme e dei regolamenti si era persa completamente memoria negli annali del comune di Roma, che dunque non erano stati mai applicati e, di conseguenza, mai fatti rispettare, consentendo che l’accesso al mare venisse precluso in violazione di espresse e vigenti norme cogenti

Invero l’amministrazione non aveva mai proceduto a dichiarare, nonostante l’evidenza di situazioni di illiceità, l’immediata decadenza delle concessioni e la conseguente revoca del titolo, trincerandosi dietro al fatto che non si poteva procedere fin quando non si fosse pronunciata l’amministrazione comunale sulle domande di condono edilizio nel frattempo presentate dai titolari delle concessioni.

Motivazioni queste del tutto prive di fondamento giuridico, posto che mai l’amministrazione avrebbe potuto rilasciare una sanatoria edilizia in presenza di opere che abusivamente insistono su un’area demaniale e in una zona vincolata. Lo stato di soggezione e di condizionamento dell’amministrazione del municipio da parte dei gruppi di potere locali, nonché l’assenza di capacità di reazione alle pressioni, avevano avvalorato il convincimento che ad “Ostia tutto fosse possibile”.

Paradigmatiche, a tale proposito, erano apparse alcune vicende, riportate nella citata relazione (Doc. XXIII, n. 16) alla cui lettura si rimanda, come quella dell’avere tollerato che componenti della famiglia Spada, nota famiglia rom della zona già segnalata per comportamenti prevaricatori e metodi mafiosi, gestissero la palestra Femus sita in un immobile di proprietà del comune di Roma occupato in modo abusivo; o quella della “spiaggia delle suore” (dopo la revoca della concessione originariamente affidata alle suore, per il mancato pagamento del canone, la spiaggia era stata lasciata gestire da componenti del gruppo Triassi che vi avevano collocato una piattaforma e un chiosco abusivo); o, ancora, quella del Faber Beach (stabilimento gestito dai Fasciani sino all’intervenuto sequestro da parte dalla magistratura).

Altrettanto significativa era la mancata esecuzione degli ordini di demolizione delle opere realizzate abusivamente nell’area di Castel Porziano, area della riserva naturalistica ceduta dalla Presidenza della Repubblica al comune di Roma e la vicenda delle “concessioni francobollo” (concessioni originariamente rilasciate per finalità particolari, come il rimessaggio o i servizi di gestione della spiaggia, denominate “francobollo” in quanto rappresentate da una piattaforma di 20 mq in cui poteva essere autorizzato un chioschetto per vendere bevande o altri servizi) abusivamente trasformate in concessioni balneari.

Tra queste spiccava il famoso chiosco Hakuna Matata, situato all’interno di una piattaforma di proprietà della famiglia Balini, presidente del porto, gestita da Cleto Di Maria, pregiudicato coinvolto, anni prima, in un traffico di stupefacenti, arrestato in Brasile in quanto trovato a bordo di una nave che trasportava 200 kg di cocaina.

Anche sul versante degli appalti pubblici si erano rilevate molteplici irregolarità, indicate nella citata relazione (doc. XXIII n. 16): lavori affidati con finte procedure negoziate in cui venivano invitate ditte selezionate, irregolarità nelle procedure di somma urgenza.

Per ricondurre l’agire amministrativo ai canoni della correttezza, si era riorganizzato il municipio, procedendo alla sostituzione di tutti i dirigenti con la nomina di un nuovo direttore del municipio, di un nuovo direttore dell’UOA, di una nuova direttrice dei servizi sociali, mentre il direttore dell’ufficio tecnico era stato lasciato al suo posto in quanto sostituito da poco tempo.

L’impegno dell’amministrazione a realizzare un sostanziale cambiamento aveva determinato la reazione di gruppi di interesse a che nulla fosse modificato e, proprio in quel periodo, si erano registrati vari gesti intimidatori (danneggiamento all’auto della dirigente del municipio, parcheggiata davanti all’edificio comunale; la direttrice dei servizi sociali aveva subito un tentativo di violenza sessuale; la direttrice dell’UOAL era stata fatta oggetto di pesanti minacce da parte di uno dei gestori dei chioschi abbattuti e di una minaccia indiretta che sarebbe arrivata da parte di uno dei Triassi).

Il radicamento della cultura dell’illegalità nel X municipio, segnalato dal dottor Sabella specie in tema di balneazione, è stato direttamente constatato da questa Commissione soprattutto nelle audizioni svolte a Roma il 14 dicembre 2015 come seguito della missione ad Ostia della quale si dirà, nel cui ambito venivano ascoltati il presidente del sindacato italiano balneari Lazio, Fabrizio Fumagalli, il presidente dell’associazione Volare, don Franco De Donno, il referente per Roma dell’associazione Libera, Marco Genovese.

Fabrizio Fumagalli, audito a Palazzo San Macuto il 14 dicembre 2015, quando il X municipio era già stato destinatario del provvedimento dissolutorio, premetteva di rappresentare il 30 per cento delle concessioni balneari ad Ostia e di svolgere onestamente il proprio lavoro, essendo la terza generazione ad occuparsi nella propria famiglia di concessioni balneari. Evidenziava poi, negando di avere subìto un incendio nel 2013 del suo stabilimento, di non avere mai riscontrato infiltrazioni di malavita nelle concessioni demaniali, dovendosi distinguere le irregolarità mafiose da quelle amministrative; precisava che nessuno degli iscritti al sindacato era titolare di concessioni francobollo; che Mauro Balini, imprenditore le cui azioni potevano non essere sempre condivisibili, aveva acquistato negli anni Ottanta stabilimenti balneari in crisi; che non aveva mai avuto rapporti con famiglie malavitose e che non aveva mai subìto minacce o pressioni, continuando a prospettare larvati dubbi sulla presenza della mafia ad Ostia e ribadiva la onestà sua e degli iscritti al suo sindacato. Di segno opposto, ma indicative del radicamento mafioso a Ostia, erano le dichiarazioni rese da don Franco De Donno, presidente dell’associazione Volare (ma anche responsabile della Caritas di Ostia e presidente del Centro per la vita).

Egli ripercorreva la storia dello sportello di prevenzione all’usura e al sovra-indebitamento, nato nel 2002, dedicato all’ascolto di cittadini in difficoltà e alla promozione della legalità, con formazione nelle scuole e conferenze nelle piazze. Nonostante l’impegno e l’opera di sensibilizzazione, la denuncia fatta, dodici anni prima, della presenza della mafia ad Ostia era caduta nel vuoto, avendo le autorità provinciali e regionali negato l’esistenza della mafia e la attività svolta aveva finito per produrre solo tre denunzie per usura, atteso che “il tipo di mafia che c’è a Ostia non è quello che c’è a Palermo.

Avvolge come un serpente, stringe e poi stritola. Inoltre è sotterranea, nel senso che prende in considerazione soprattutto le grandi risorse commerciali di Ostia, dagli stabilimenti balneari alle altre realtà commerciali”.

Sulla stessa scia si collocano le dichiarazioni rese da Marco Genovese, referente dell’associazione Libera per Roma che ricordava l’impegno a Ostia sin dal 2008/2009, quando non si parlava ancora della mafia sul litorale, nonostante fossero risapute le storie della banda della Magliana, il dominio sul territorio del clan dei Fasciani e le pressioni sui gestori delle concessioni balneari (con circa trenta attentati violenti o incendiari nei confronti di attività commerciali dal 2011 al 2015).

Libera aveva inoltre sostenuto, su richiesta dell’amministrazione giudiziaria, l’azienda Faber Beach, sequestrata per bancarotta fraudolenta a soggetti riconducibili ai Fasciani nell’operazione “Tramonto” (da non confondersi con il Faber Village, sequestrato direttamente ai Fasciani). Ciò aveva determinato immediati attacchi sui blog e su altri social e intimidazioni ai dipendenti e analoghi attacchi si erano verificati per la partecipazione, come ATI, al bando del 2014 per i servizi connessi alla balneazione con risistemazione dei manufatti del lotto di arenile messo a gara.

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