Tommaso Buscetta ha ricordato che subito dopo la riunione in cui si era discusso in merito alla partecipazione al progetto, era rientrato negli Stati Uniti e, appena sbarcato, era stato arrestato. Per prima cosa i funzionari della Polizia americana gli avevano chiesto «Lo fate o no, questo golpe?» e, alla sua prudente risposta «Quale?», era stato aggiunto «Quello con Borghese!»
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci dell’ordinanza del 18 Marzo 1995, “Azzi+25” di Guido Salvini, il giudice che a Milano provò, a più di vent’anni di distanza dai fatti avvenuti, a far condannare responsabili e complici di una stagione di sangue
L’altro argomento, emerso con chiarezza nel corso del colloquio svoltosi in data 31 maggio 1974 in Via degli Avignonesi, è la presenza a Roma, la notte del 7.12.1970 e nei giorni immediatamente precedenti, di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di eliminare il Capo della Polizia.
Per quanto concerne tale episodio è stato Torquato Nicoli a fornire notizie dettagliate al colonnello Romagnoli nel corso del colloquio, anche se quest’ultimo affrontando l’argomento con Nicoli, come emerge dalla trascrizione, mostra di esserne già a conoscenza avendo certamente già appreso alcuni elementi su tale episodio dalla lettura delle trascrizioni dei colloqui fra Labruna e Orlandini, ove già si fa riferimento alla presenza dei mafiosi. […].
Quindi il gruppo dei mafiosi siciliani era già presente a Roma sin dal giorno precedente. Essi alloggiavano in un albergo della Capitale (probabilmente il Residence Cavalieri, ove all’epoca era più normale non essere registrati, e non l’Hotel Cavalieri; cfr. deposiz. maresciallo Esposito in data 16.9.1993 e nota Ros Carabinieri in data 24.9.1993, vol.16, fasc. 5, f.17) anche se Torquato Nicoli si era stupito che, da professionisti quali erano, non avessero portato con sé i “ferri” e cioè le armi necessarie per effettuare l’azione. Può apparire poco comprensibile il motivo per cui tale aspetto degli avvenimenti del 7.12.1970 sia stato omesso nel rapporto finale e non sia stato nemmeno oggetto di un accenno cauto e non impegnativo.
Il capitano Labruna, il quale pur a distanza di tanti anni ha dimostrato di ricordare benissimo il discorso relativo all’intervento dei mafiosi (cfr. deposiz. 28.10.1991, f.1), ha tuttavia giustamente sottolineato l’importanza del riferimento, già contenuto anche nel brogliaccio di cui disponeva, al rapporto fra tale gruppo di mafiosi e il dr. Salvatore Drago, il medico in servizio presso il Ministero dell’Interno che si era anche occupato di far fare ad alcuni congiurati - certamente la squadra di An - una ricognizione preventiva, qualche giorno prima dell’azione, all’interno del Ministero per facilitare il compito che era stato loro affidato (deposiz. citata, f.1).
Nel discorso di Torquato Nicoli, il collegamento fra il gruppo dei mafiosi e il medico catanese – e l’altro importante congiurato di origine siciliana, Giacomo Micalizio - non è l’elemento che basta a spiegare l’omissione operata del rapporto, le cui ragioni devono essere trovate altrove e vanno oltre i probabili rapporti fra il dr. Drago e la mafia siciliana.
Bisogna infatti ricordare che il dr. Salvatore Drago non solo era molto vicino all’epoca al capo dell’Ufficio Affari Riservati, dr. Federico Umberto D'Amato, ma era iscritto alla P2, come del resto lo stesso D'Amato, mentre Giacomo Micalizio era anch’egli iscritto ad un’altra loggia della Massoneria.
È quindi probabile che il generale Maletti, il quale aveva già espunto il nome ed il ruolo di Licio Gelli dal rapporto sul golpe censurando l’intero episodio relativo alla presenza del gruppo di mafiosi collegato allo stesso dr. Drago, non abbia voluto aggravare la posizione di quest’ultimo e sopratutto abbia inteso recidere un altro elemento di collegamento fra il livello più alto della congiura, rappresentato da alcuni uomini vicini a Licio Gelli, e gli avvenimenti del 7/8 dicembre 1970. Certo anche in questo caso la censura su un episodio e su una presenza così significativi, chiari dopo tanti anni anche nel ricordo di un subalterno come il capitano Labruna, non può essere dovuta ad una svista o ad una dimenticanza.
Del resto che l’adesione di alcune cosche mafiose al progetto del Principe Borghese fosse una realtà è emerso con chiarezza, pure a distanza di molti anni, grazie alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Antonino Calderone dinanzi al G.I. di Palermo e alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso.
Con due racconti sostanzialmente convergenti e sovrapponibili, Buscetta e Calderone hanno ricordato che Pippo Calderone, fratello di Antonio, e Giuseppe Di Cristina erano stati messi in contatto, tramite l’esponente massone Carlo Morana, con un emissario del Principe Borghese ed era stato loro chiesto di mettere a disposizione gli uomini delle cosche mafiose per un colpo di Stato anticomunista in fase di avanzata preparazione.
Compito degli elementi mafiosi sarebbe stato quello di controllare, al momento del golpe, alcune zone della Sicilia, collaborare alla sostituzione dei Prefetti con uomini di fiducia del Principe Borghese, impedire contrattacchi di civili o comunque di forze fedeli al Governo legittimo e rastrellare gli oppositori politici.
Nel corso dell’azione, gli elementi mafiosi sarebbero stati muniti di un bracciale verde in segno di riconoscimento. In cambio sarebbe stata alleggerita la posizione processuale di alcuni importanti esponenti mafiosi detenuti e sarebbe stata forse concessa dal nuovo Governo un’amnistia (,,,).
La proposta era stata discussa nel corso di riunioni, svoltesi anche a Milano, con la partecipazione di capi mafiosi del calibro di Gaetano Badalamenti, Luciano Liggio e Salvatore Greco.
Erano sorte alcune perplessità, sia di carattere per così dire storico/politico (molti capi mafiosi ricordavano ancora l’invio al confino di loro affiliati durante il regime fascista) sia di carattere più concreto, in quanto non era stata gradita la richiesta avanzata dall’emissario del Principe Borghese di fare avere ai golpisti una lista di affiliati alle varie “famiglie”, circostanza questa che in un momento successivo avrebbe potuto ritorcersi contro i gruppi mafiosi stessi.
Alla fine era stata decisa un’adesione tiepida al progetto, senza consegnare liste e promettendo ai golpisti un impegno di carattere più generico (cfr. int. Calderone, 24.6.1987, f.59).
Tommaso Buscetta, in seguito, aveva appreso che, sempre tramite elementi “massoni”, era stato comunicato che tutto era stato “addormentato” e cioè che il progetto di golpe era fallito.
I contatti fra elementi mafiosi ed emissari di Junio Valerio Borghese in relazione al tentato golpe del 1970 sono stati addirittura confermati da Luciano Liggio nel corso di una udienza svoltasi il 21.4.1986 dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria (cfr. vol.12, fasc.4, f.175).
Luciano Liggio, “rivelando” tali contatti ed in particolare lo svolgimento di una riunione che si era tenuta a Catania con la presenza di Salvatore Greco, Tommaso Buscetta e dello stesso Liggio per discutere in merito all’adesione al golpe, intendeva smentire la credibilità di Buscetta e dimostrare che il collaboratore era reticente utilizzando a tal fine il racconto di una vicenda che Buscetta, secondo Liggio, aveva taciuto.
Ma la “rivelazione” di Liggio si era tuttavia risolta in un vero e proprio boomerang per il vecchio capo mafia in quanto egli, testimoniando dinanzi alla Corte d’Assise, non sapeva che Tommaso Buscetta aveva già parlato dei rapporti fra i mafiosi e gli uomini di Borghese e della stessa riunione di Catania già sin dal 4.12.1984, nell’interrogatorio poc’anzi citato reso al G.I. di Palermo e all’epoca ancora coperto dal segreto istruttorio.
Luciano Liggio aveva così, contrariamente alle sue intenzioni, confermato la lealtà e la credibilità del collaboratore di giustizia.
Alla luce dei racconti di Buscetta e Calderone, che non erano al corrente di tutti i contatti presi da uomini di Borghese con elementi siciliani (int. Buscetta, 4.12.1984, f.21), è del tutto plausibile che un gruppo di mafiosi, più interessato al progetto, fosse stato presente a Roma il 7.12.1970 per mettersi direttamente a disposizione dei congiurati.
Tommaso Buscetta ha ricordato un altro particolare importante. Subito dopo la riunione in cui si era discusso in merito alla partecipazione al progetto, egli era rientrato negli Stati Uniti e, appena sbarcato, era stato arrestato. Per prima cosa i funzionari della Polizia americana, invece di interrogarlo su vicende di droga o omicidi, gli avevano chiesto “Lo fate o no, questo golpe?” e, alla sua prudente risposta “Quale?”, era stato aggiunto “Quello con Borghese!”.
Buscetta, ovviamente, aveva ad ogni buon conto negato, ma aveva compreso che gli americani erano perfettamente a conoscenza del progetto (cfr. deposiz. alla Commissione Antimafia citata, vol.12, fasc.4, f.102).
Si noti che dal racconto di Buscetta e Calderone emerge ancora una volta l’intersecazione e la circolarità dei rapporti fra strutture occulte, in quanto è un elemento della massoneria a facilitare il collegamento fra gli uomini di Borghese e i capi delle cosche.
Anche i rapporti fra An ed ambienti mafiosi a Roma erano del resto stati stretti da tempo, infatti Vincenzo Vinciguerra e Carmine Dominici hanno ricordato che Frank Coppola aveva messo a disposizione la sua villa di Pomezia per riunioni di An (cfr. int. Dominici, 30.11.1993, f.3) e Vinciguerra aveva saputo da Mino D'Agostino, importante esponente della struttura occulta di An, che egli aveva fatto un viaggio in aereo negli Stati Uniti in compagnia di Tommaso Buscetta (cfr. int. 2.12.1992, f.2).
Potrebbe trattarsi dello stesso viaggio al termine del quale Buscetta era stato arrestato ed interpellato sugli sviluppi del golpe in Italia, ma tale verifica potrà essere svolta in seguito dalla Procura della Repubblica di Roma in quanto non è stato possibile, sinora, interpellare sul punto Buscetta, da tempo assente dall’Italia.
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