Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


La corruzione è una forte calamita per la presenza mafiosa e il fatto che il livello di corruzione sia stabile, al nord al pari del sud, mette a proprio agio le mafie lungo tutto lo stivale. La presenza delle mafie oggi nell’economia legale spiega molto del sud dell’Italia, ma anche dell’Italia e del mondo globalizzato in continuo mutamento.

È indubbio che mafie e corruzione siano due reati diversi, due fattispecie criminali differenti, eppure tra di esse esiste una particolare, complessa e durevole relazione. I mafiosi sono tra i principali attori degli episodi di corruzione degli ultimi anni, anzi si può parlare di una particolare governance mafiosa della corruzione e ciò non avviene solo al sud. Anche al nord, infatti, la corruzione si abbina a episodi in cui sono coinvolte le organizzazioni mafiose o persone abitualmente dedite anche ad attività criminali.

Le mafie sono, insomma, sempre più protagoniste del sistema della corruzione. Certo, ci sono fenomeni corruttivi in cui non sono implicate organizzazioni mafiose come, per esempio, nello scandalo del MOSE di Venezia, ma le inchieste sull’Expo di Milano, sulla sanità in Lombardia e in Piemonte, o quelle in Emilia-Romagna (solo per citarne alcune) dimostrano sempre più che corruzione e mafie si accompagnano con una naturalità e una serialità che non possono lasciare indifferenti gli studiosi.

Stessa cosa riguarda la corruzione nei piccoli, medi e grandi comuni italiani del nord, del centro e del sud che si abbina a una fortissima influenza delle organizzazioni mafiose sulle attività politiche e amministrative locali. Se si vanno ad analizzare gli scioglimenti dei consigli comunali degli ultimi anni per infiltrazioni mafiose, si noterà come nelle motivazioni viene evidenziata sempre più una impressionante correlazione tra presenze mafiose nelle istituzioni, investimenti pubblici in opere infrastrutturali e corruzione.

Questa correlazione è presente sicuramente in tutti gli scioglimenti che riguardano comuni del nord. Insomma, si ha la netta impressione che corruzione e mafie abbiano smarrito i loro confini e stabilito relazioni e nessi davvero intricati.

Le mafie possono esistere senza corruzione, ma ciò avviene solo se restano vincolate ai settori illegali; se, invece, si spostano sui settori legali dell’economia non possono consolidarsi senza corruzione. La corruzione per contro esiste senza le mafie. Ma dove le mafie entrano nel sistema della corruzione, ne diventano protagoniste e dettano le regole. In ogni caso, non sono le mafie a causare la crescita della corruzione in Italia; esse arrivano dove già essa c’è da gran tempo.

Anzi, è la corruzione è un elemento facilitatore delle mafie. La corruzione e le mafie sono due “questioni” che affondano le origini nel passato ma sono a loro agio nel presente, elementi di lunga durata della storia italiana che mantengono una impressionante continuità e presenza nell’oggi. È evidente, da quanto detto prima, che la corruzione sostituisce la violenza in alcuni settori di attività tipici delle mafie.

La forza di persuasione sostituisce la forza di intimidazione. I mafiosi non si comportano allo stesso modo se operano sui mercati legali o su quelli illegali. Se la forza e la violenza sono le caratteristiche fondamentali per la competizione sui mercati illegali dei mafiosi, sui mercati legali è la corruzione l’arma prescelta.

La corruzione non esiste sui mercati illegali, si manifesta solo sui mercati e sulle attività legali. Per questo motivo quando i mafiosi entrano nei mercati legali sostituiscono in linea di massima la violenza (con cui operano sui mercati illegali) con la corruzione.

Si può tranquillamente dire che, in linea di massima, la corruzione è il metodo mafioso sui mercati legali più della stessa intimidazione. La corruzione è un sistema agevolativo per le mafie per muoversi nell’economia legale. Senza l’esistenza della corruzione i mafiosi sarebbero costretti a usare la violenza anche sui mercati legali e ciò li danneggerebbe nel mimetizzarsi e nel reinvestire.

Perciò senza corruzione sarebbe molto più difficile per le mafie entrare e durare sui mercati legali. La corruzione è sovraordinata rispetto alle mafie nei mercati legali. Essa ha agevolato la presenza delle mafie nei mercati legali, come dimostra il caso dell’edilizia, dove l’abitudine alla tangente ai funzionari e ai politici tradizionali in questo settore ha permesso la presenza mafiosa senza grandi problemi.

In alcuni casi di corruzione ci sono coinvolti mafiosi e in altri no; ciò in quanto il ruolo “regolativo” può essere svolto anche da altri soggetti. Il mercato della corruzione è un mercato illegale complesso e ha dunque bisogno di essere regolato da persone che godono di una certa autorità in quanto in grado di ridurre le conflittualità all’interno di esso, ed evitare che l’insoddisfazione di alcuni soggetti coinvolti possa esporre alla denuncia.

Più è complessa e ampia la rete corruttiva, più ci sono ingenti risorse in gioco, più il bisogno ordinativo e regolativo è alto, più c’è bisogno di un comando unico delle decisioni corruttive. Quando la corruzione riguarda solo due soggetti, il tutto si risolve in maniera più semplice. Prima questo ruolo regolativo lo svolgevano alcuni rappresentanti politici con grandi capacità di mediazione tra i diversi interessi coinvolti: la tangente alla politica garantiva la composizione di più aspettative, comprese quelle dei burocrati. L’esempio più clamoroso è quello di “Mani pulite”.

Con la crisi dei partiti politici, altri regolatori del mondo della corruzione si sono fatti avanti per coprire il vuoto: perché senza regolazione coattiva e autoritaria il mondo della corruzione è menomato ed esposto.

Così in alcuni momenti si sono affermati regolatori burocratici come nel caso dello scandalo dei grandi appalti che hanno riguardato l’ANAS e il Ministero dei lavori pubblici, o imprenditoriali come nel caso del MOSE di Venezia. In altri casi, quando sono presenti sul mercato della corruzione imprese mafiose o soggetti violenti, allora si fa riferimento ad essi come regolatori.

Come nel caso di mafia capitale. Insomma, il mercato della corruzione ha bisogno di essere regolato, ma ciò - come è ovvio - non può avvenire per via legale, e nell’ambito illegale i mafiosi si dimostrano molto ricercati per questa funzione, pur non essendone monopolisti. Nella corruzione si sperimenta, dunque, un “sistema criminale evoluto” dove i mafiosi non sono esclusivi protagonisti, ma il capitale “violenza” fa assumere a chi lo possiede una funzione importante.

Nel campo della corruzione dicesi metodo mafioso il bisogno di regolazione non soddisfatto per altre vie non violente. Il metodo mafioso è un principio regolativo dei mercati illegali complessi non soddisfatto per via “pacifica”, una necessità ordinatrice e intimidatrice della rete corruttiva.

Ma se prima del 1992 nel centro-nord i casi di coinvolgimento delle mafie o di violenti nelle rete corruttiva erano quasi inesistenti, dopo di allora corruzione e mafie cominciano ad intrecciarsi, fino a diventare prassi abituale anche se non esclusiva. Nel sud, invece, anche prima del 1992 mafie e corruzione appartenevano allo stesso ambito operativo.

Dunque, dove è presente la criminalità organizzata di tipo mafioso essa finisce per gestire il mercato della corruzione. Leggendo le pagine dell’inchiesta Aemilia si scopre che un imprenditore che aveva pagato due milioni per ricevere un appalto di venticinque, visto che le cose non si concretizzavano si rivolge allo ‘ndranghetista, convinto che lui è più in grado di altri di far rispettare i patti.

Corruzione e mafie hanno, poi, in comune l’impunità. Anzi, meglio dire che l’hanno avuta. Perché se oggi l’azione repressiva contro le mafie è del tutto evidente, non lo è verso la corruzione, che si dimostra più impunita delle mafie. L’impunità è dovuta al meccanismo stesso della corruzione: il reciproco interesse dei coinvolti. Entrambi ne hanno un guadagno diversamente da ogni altra azione delittuosa dove esiste una vittima e un carnefice.

Si tratta di un “reato-contratto”, due soggetti che si accordano per ottenere un vantaggio reciproco.

Mentre per le mafie l’impunità storica, fino grosso modo all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, era dovuta essenzialmente al riconoscimento della funzione d’ordine che esse assicuravano nei confronti dei criminali comuni o delle forme criminali non rispettose delle classi dirigenti e dei loro beni, nel caso della corruzione l’impunità è dovuta al reciproco interesse delle parti di tenere segrete le forme di transazione e di esazione che li coinvolge. Nelle mafie l’impunità è un accordo indiretto, nella corruzione è diretto. Il silenzio nella corruzione non è imposto, minacciato, ma è conveniente.

L’omertà nella corruzione è più immediata che nelle mafie. Il fatto che ci siano così scarse denunce in presenza di una percezione così alta vuol dire che il patto regge, “l’ordinamento alternativo” funziona.

Nella corruzione è coinvolta quell’economia che ruota attorno alle pubbliche amministrazioni, cioè imprese che hanno come cliente principale la pubblica amministrazione. In una società di mercato si monetizza il proprio potere, a maggior ragione se il mercato è politico, cioè non dipende dalla propria capacità di competere ma dai rapporti politici e amministrativi.

La corruzione è il sovrapprezzo del mercato politico, perciò non incontra grandi resistenze perché la si ritiene un prezzo da pagare in quel mercato. Il mercato politico è condizionato dalla corruzione. Il mercato non è ostile ontologicamente alla corruzione. Corruzione e mercato coesistono senza grandi problemi.

Perciò fa sorridere l’idea che basterebbe rafforzare la cultura della concorrenza per sconfiggere la corruzione, come più volte in vari convegni suggeriscono le organizzazioni imprenditoriali, dimenticando che, anche per loro, è la corruzione il mezzo concorrenziale per eccellenza nella pubblica amministrazione. E non va dimenticato che i settori economici dove si pratica la corruzione sono in gran parte gli stessi che sono al centro delle attività economiche legali delle mafie.

Ormai è chiaro che le mafie da fenomeno criminale, sia pure con caratteristiche istituzionali che ne facevano un interlocutore necessario del potere politico, si sono inserite nel più grande e indistinto giro della grande criminalità economica, le cui armi sono le relazioni privilegiate, la corruzione, il riciclaggio, l’intimidazione ambientale e le collusioni che ne derivano, che, combinate insieme, compongono un nuovo, inedito sistema economico-politico-mafioso, destinato nel tempo a deformare l’assetto della democrazia nel nostro Paese.

Le mafie hanno in Italia e nel mondo un “futuro arcaico” perché il metodo arcaico di contare con la violenza, di accedere al potere e alla ricchezza tramite la forza e alla capacità di intimidazione si sta dimostrando un metodo sempre più in sintonia con il moderno, in politica, nella società, nell’economia.

Dall’intimidazione alla collusione Mobilità, flessibilizzazione organizzativa, propensione imprenditoriale e costruzione di legami nell’area grigia comportano dunque profondi mutamenti che rinnovano la questione del riconoscimento delle mafie: quando prevale il reinvestimento nell’economia legale, accompagnato da un abbandono dei tratti esplicitamente criminali e violenti, diviene talvolta complicato definire il perimetro stesso delle organizzazioni mafiose, ovvero il confine tra interno ed esterno.

Da qui la necessità di problematizzare non solo gli elementi qualificanti del riconoscimento giuridico-giudiziario dell’associazione mafiosa, ma anche talune sue interpretazioni consolidate nella politica, nell’opinione pubblica e nelle definizioni accademiche. In effetti, le trasformazioni del fenomeno sopra riportate sono individuate anche in sede istituzionale, dove alimentano un dibattito sulla normativa antimafia che, tra le varie ipotesi, sollecita l’indicazione dello scambio corruttivo-collusivo come fulcro di un “nuovo metodo mafioso”.

Un metodo che con sempre maggiore evidenza funge da veicolo attraverso “cui le mafie possono indurre assoggettamento”. Sul punto vanno aggiunte alcune evidenze empiriche in merito agli orientamenti delle politiche e delle strategie giudiziarie in tema di repressione dei fenomeni corruttivi, che sembrano procedere nella stessa direzione.

Studi sui circuiti corruttivi che coinvolgono soggetti detentori di cariche politico-amministrative a livello locale, regionale e nazionale hanno documentato che sempre più spesso le vicende di corruzione, soprattutto di tipo “sistemico”, sono affrontate in sede giudiziaria ricorrendo a fattispecie riconducibili a reati associativi, di frequente anche di tipo mafioso.

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