Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci delle motivazioni della sentenza di secondo grado sul processo Montante


Nell'ambito delle società di Montante erano inseriti anche componenti della famiglia di Leonardo Falcone, cugino acquisito di Vincenzo Arnone, nonché Gerlando Ciotta, persona in stretti rapporti con Giuseppe Onorato, esponente della famiglia mafiosa di Caltanissetta.

Alla luce di questi elementi il GUP giungeva alla conclusione che Montante non potesse considerarsi effettivamente impegnato nel contrasto alla mafia.

I numerosi atti intimidatori da lui denunciati a far data dal 2004 ed elencati nell'annotazione della Squadra mobile di Caltanissetta n. 1709 del 26.6.2015 non potevano avere valenza probante in senso contrario perché i collaboratori Riggio e Di Francesco ne avevano disconosciuto la matrice mafiosa e perché lo stesso comportamento del Montante (il quale, dopo l'innalzamento sino al terzo livello del dispositivo di sicurezza, aveva violato 31 volte i protocolli di sicurezza, come da contestazione del Prefetto in data 20.7.2015) dimostrava che egli non fosse effettivamente preoccupato da possibili ritorsioni.

Montante aveva iniziato a denunciare atti intimidatori nello stesso periodo in cui si poneva in radicale opposizione con Di Vincenzo e gli imprenditori a lui vicini e si poneva al vertice di Confindustria.

Erano gli anni 2004-2005. A quell'epoca egli entrava in rotta di collisione anche con l'allora direttore del Consorzio ASI, Salvatore Iacuzzo; Montante era vicepresidente del!' ASI, ma aveva assunto le funzioni di vertice in ragione delle vicende giudiziarie che avevano colpito l'allora Presidente Umberto Cortese.

Iacuzzo aveva attivato delle verifiche quando Montante aveva fatto diffondere la notizia del conferimento a lui di una laurea honoris causa da parte dell'Università La Sapienza. E in seguito alle iniziative di Iacuzzo l'ateneo aveva fatto una pubblica smentita della notizia (Montante aveva invece conseguito una laurea da una università privata).

Montante aveva allora additato Iacuzzo come persona vicina a Di Vincenzo e ad ambienti criminali, come hanno riferito gli stessi Iacuzzo e Di Vincenzo, ma anche Giovanni Crescente, Marco Venturi e Pasquale Tornatore. Il collaboratore Di Francesco ha riferito che Arnone, dopo la sua scarcerazione a seguito dell'espiazione della pena nel processo "Urano", lo aveva informato che

Montante gli aveva proposto di far pervenire allo stesso Di Francesco una significativa somma di denaro per proporgli di avviare una finta collaborazione e accusare Iacuzzo; progetto che Arnone non volle coltivare temendo che durante la collaborazione Di Francesco potesse essere indotto anche a riferire circostanze su "cosa nostra" e i suoi affiliati.

Iacuzzo, come si vedrà, è uno dei soggetti sui quali Montante raccoglierà illecitamente diverse informazioni dalle banche dati delle forze di polizie e nei suoi confronti verranno attivate iniziative investigative da parte della Guardia di Finanza.

Il GUP riteneva credibili le dichiarazioni di Di Francesco anche in ragione del fatto che Montante all'epoca in cui aveva formulato ad Amone la proposta di offrirgli del denaro per avviare una falsa collaborazione poteva disporre di ingenti somme di denaro, costituenti riserve occulte derivanti da una spregiudicata gestione della contabilità delle sue società.

La distrazione di liquidità era già emersa nel procedimento n. 774/00 r.g.n.r. che lo vedeva indagato per vari reati tributari e societari e per truffa.

La AN.CO Europa s.r.l., di cui il collaboratore Aldo Riggi aveva riferito parlando di una richiesta di autorizzazione alla famiglia mafiosa di San Cataldo per eseguire in quel territorio un fabbricato, risultava avere annotato debiti di entità superiore a quelli realmente contratti con i debitori per accantonare somme per destinazioni diverse.

Nella M.S.A. s.p.a., la società di Montante che si occupa di costruzione e commercializzazione all'ingrosso e al minuto di ammortizzatori, ricambi e accessori per veicoli, erano emersi cospicui disallineamenti tra cassa fisica e cassa contabile, accertati per il periodo 2003-2005 nell'ambito di un procedimento penale pendente presso la Procura di Asti (n. 281/06 r.g.n.r.), e rispetto ai quali era stato ipotizzato il dirottamento delle somme mancanti alla persona di Montante, sebbene rimase del tutto carente di prova la reale e finale destinazione.

Dalle dichiarazioni di collaboratori dell'imprenditore era emerso che alcuni fornitori, ricevuti i pagamenti, restituivano in buste denaro contante e che le società procedevano ad anomale distribuzioni di dividenti con il pagamento per cassa contante.

Le consulenze tecniche segnalavano anche l'impiego artificioso dello strumento della concessione in uso, non esclusivo, del marchio commerciale "Gimon" (dal padre di Antonello Montante concesso alla MSA e poi dalla MSA alla Alechia s.p.a. e poi ancora da questa di nuovo alla MSA) con conseguenti circuiti di pagamenti che potevano consentire lo spostamento di denaro contante.

Inoltre l'imprenditore Massimo Romano, coimputato di Montante e separatamente giudicato, ha riferito nell'interrogatorio del 18.7.2016 un episodio, verificatosi tra il novembre e il dicembre 2014, in cui Montante gli aveva richiesto di cambiargli in banconote di piccolo taglio la somma complessiva di 100.000 o di 300.000 euro, da lui posseduta in biglietti da 500 euro.

Ad ulteriore dimostrazione dei metodi utilizzati da Montante il GUP richiamava le dichiarazioni di Marco Venturi del 12.11.2015 sulle confidenze fattegli dallo stesso Montante che gli aveva raccontato di avere finanziato con contributi economici "in nero" la campagna elettorale di Totò Cuffaro, circostanza ulteriormente confermata da una conversazione avvenuta il 18.9.2015 alle ore 10,16 presso la sede della SIDERCEM tra Romano, Venturi e Michele Trobia, il quale ultimo riferiva agli interlocutori di avere accompagnato l'imprenditore di Serradifalco dallo stesso Cuffaro proprio con le borse piene di contanti; circostanza questa di cui Trobia parlerà più volte in alcune conversazioni con la moglie e in un'altra con l'avv. Pietro Rabiolo.

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