Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Sul tema della criminalità mafiosa straniera in Italia la Commissione ha svolto un attento lavoro di analisi avvalendosi, in via prioritaria, delle periodiche relazioni della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (DNA) e della Direzione investigativa antimafia (DIA).

Significative, per comprendere l’evoluzione del fenomeno, sono state le indicazioni fornite dal Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, nella Relazione annuale 2016, che ha evidenziato come le attività investigative portate a conclusione nell’ultimo periodo confermino la presenza sul territorio nazionale di diversi gruppi criminali di origine straniera.

Tra di essi emerge comunque una sostanziale differenziazione: alcuni sodalizi criminali sono infatti dediti prevalentemente alla commissione di reati comuni, mentre altri, connotati da un elevato livello di organizzazione, sono in grado di interagire con sodalizi autoctoni e di gestire anche traffici a livello transnazionale. Le emergenze investigative e gli atti giudiziari hanno fornito prove che: “alcuni sodalizi transnazionali (soprattutto nigerianie balcanici) appaiono caratterizzati da un’organizzazione interna talmente strutturata da riuscire a gestire numerose attività illecite, anche con modalità mafiose, contestate agli indagati con l’imputazione di cui all’articolo 416-bis del codice penale e confermate anche in diverse sentenze di condanna.

Le condotte criminali di tali sodalizi sono finalizzate, prevalentemente e in linea con il trend fenomenico tipico degli ultimi anni, alla commissione di reati quali il traffico di stupefacenti, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e la tratta di persone, sovente propedeutiche allo sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero, il contrabbando di sigarette, la contraffazione di marchi e il riciclaggio dei proventi illeciti.

Ogni tipologia di illecito sembra, oramai, essere assoggettata ad una sorta di ‘monopolio naturale’ di alcune organizzazioni straniere, su cui incide sia il livello di specializzazione dei gruppi criminali quanto la loro particolare capacità di agire a livello transnazionale, anche in ragione del modello criminale del Paese di origine”.

In tale ambito un dato di particolare rilevanza è presentato dalla Direzione investigativa antimafia, che, a proposito della connotazione mafiosa dei sodalizi nigeriani, ha evidenziato: “in Italia sono ormai radicate alcune formazioni criminali straniere che stanno evolvendo verso forme sempre più pericolose, tendendo a passare, rapidamente, da una originaria funzione sussidiaria svolta a favore dei clan italiani alla conquista di autonomi spazi operativi.

Una di queste è la ‘black axe confraternity’, composta da criminali nigeriani ormai stanziali in Italia e dedita alla commissione di gravi delitti e che si scontra, anche violentemente, con gruppi rivali. Come emerso da diverse attività d’indagine, gli appartenenti alla ‘confraternita’ hanno creato una delle loro basi in Sicilia, in particolare a Palermo, con il consenso di cosa nostra che, nel caso specifico, avrebbe optato per una strategia non interventista; le famiglie mafiose, difatti, avrebbero mantenuto il controllo delle attività illecite che si svolgono nelle zone di propria competenza, limitandosi ad ‘imporre la propria protezione’ ai traffici appannaggio dei nigeriani”.

Deve, dunque, rilevarsi che la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo sulla base delle risultanze di servizio fornite dalle forze di polizia, nella richiamata Relazione annuale ha evidenziato come: “nell’Italia meridionale, ove le attività illecite più qualificate sono controllate dalle tradizionali organizzazioni mafiose, lo spazio d’azione autonomo si riduce ai settori dell’immigrazione clandestina e dei reati collegati (quali il falso documentale), nonché dello sfruttamento della prostituzione e lavorativo.

In tale area sono state ripetutamente accertate nel tempo, anche da indagini del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei carabinieri, qualificate forme di cooperazione tra sodalizi mafiosi e di matrice etnica, registrando l’interazione tra la criminalità organizzata albanese e le cosche della ‘ndrangheta e i clan pugliesi o, in Campania, tra la camorra e la criminalità cinese, nordafricana o ucraina, con riferimento al traffico di stupefacenti e di armi, di tabacchi lavorati esteri (TLE) e all’introduzione di prodotti contraffatti.

Negli ultimi anni, in Sicilia e in area pugliese, sono stati documentati rapporti di imprenditori locali con sodalizi di matrice magrebina e subsahariana, funzionali al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla tratta prevalentemente di connazionali, da sfruttare successivamente in ambito lavorativo”.

Gli organismi antimafia di riferimento, nei loro elaborati più recenti, ricordano che nei differenti settori d’interesse delle organizzazioni criminali etniche, in ragione della nazionalità, è possibile distinguere:

 i sodalizi albanesi e slavi particolarmente attivi nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione. Soprattutto in Puglia, le formazioni criminali albanesi sono dotate di maggior potenzialità offensiva rispetto ad altre etnie. Le inchieste degli ultimi anni stanno evidenziando la costante e graduale integrazione di soggetti albanesi nei circuiti criminali locali, per i quali risulterebbero talora referenti privilegiati nella conduzione di specifiche attività criminali;

 i gruppi di origine balcanica ed est europea confermano il loro interesse per l’immigrazione clandestina, finalizzata anche allo sfruttamento sessuale di giovani donne, il contrabbando di TLE, il traffico di armi e di stupefacenti, nonché la clonazione, contraffazione e indebito utilizzo di strumenti di pagamento elettronici. In particolare, l’operatività della criminalità romena si colloca su più livelli, passando dalla commissione di reati minori ad attività complesse, che sottendono necessariamente la presenza di organizzazioni strutturate.

Il campo d’azione di tali gruppi spazia, infatti, dal traffico di esseri umani, spesso connesso allo sfruttamento della prostituzione, al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, dai reati contro la persona e il patrimonio, alla clonazione e falsificazione di strumenti di pagamento. È emerso altresì che i gruppi criminali dell’ex URSS diversificano le proprie attività illecite spaziando dal riciclaggio dei capitali illeciti, ai più tradizionali reati predatori e al traffico di stupefacenti.

Negli ultimi anni si è assistito, peraltro, al coinvolgimento di elementi provenienti dall’area in esame nella tratta di esseri umani: sempre più spesso, infatti, scafisti ucraini e georgiani vengono individuati e arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per quanto attiene ai gruppi di matrice georgiana, la loro principale attività illecita continua ad essere rappresentata dai furti in appartamento. Gruppi di origine ucraina si sarebbero, invece, specializzati nel contrabbando di TLE.

Risulta, altresì, riconducibile a organizzazioni criminali operanti, in particolare, in Ungheria e nella Repubblica Ceca, il fenomeno della cosiddetta “zoomafia”, neologismo che descrive l’importazione clandestina di cuccioli (cani e, occasionalmente, anche gatti) di razze pregiate, utilizzando i valichi del nord-est quale porta d’ingresso per il territorio nazionale, già collaudati per altri traffici illeciti;

 i sodalizi criminali cinesi, oltre alla spiccata attitudine per l’attività di riciclaggio, per reati di natura economico-finanziaria e la frode fiscale, riescono a gestire i traffici transnazionali di merci contraffatte e di contrabbando nonché i rilevanti flussi migratori illegali anche attraverso il consolidato legame con la madrepatria.

Di interesse appare quanto rappresentato dal Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei carabinieri che, nell’ultimo periodo, ha registrato inusuali segnali riconducibili alla propensione di imprenditori “cinopopolari” ad avvalersi della manodopera irregolare (ossia in totale violazione degli obblighi fiscali e previdenziali) di soggetti di altra etnia, finanche italiani.

Sul punto, inoltre, un preciso quadro di riferimento emerge dall’analisi elaborata dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo quando osserva che: “il rilievo che la comunità cinese riveste nel panorama degli insediamenti stranieri in Italia appare direttamente proporzionale al peso delle attività delittuose dalla stessa perpetrate, connotate da transnazionalità e dalla strutturazione in reti criminali operanti pressoché esclusivamente in ambito intraetnico.

La solida identità etnica e culturale e l’attitudine a radicarsi stabilmente sul territorio nazionale in ragione della comune provenienza dalle regioni e città della Repubblica Popolare Cinese, hanno contribuito alla diffusione di autonomi gruppi delinquenziali composti - spesso - da soggetti di uno stesso nucleo familiare e capaci di esercitare un capillare controllo soprattutto nei confronti dei membri della comunità etnica di appartenenza.

Diffusa è, infatti, l’operatività delle cosiddette bande giovanili, presenti soprattutto in Milano, Brescia, Torino e Prato e dei gruppi criminali organizzati, cui sono riconducibili le più eclatanti e cruente manifestazioni criminose, per lo più consumate in ambito intraetnico.

Tali formazioni criminali, utilizzando metodi violenti, intimidatori e omertosi, estrinsecano le loro condotte criminali nel controllo e nella gestione di locali pubblici, utilizzati soprattutto per la gestione del gioco d’azzardo e per lo spaccio di stupefacenti, nello sfruttamento della prostituzione, nell’usura in danno di connazionali, nelle rapine ed estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti connazionali. Il carattere cruento di alcuni episodi e fatti di sangue che hanno visto il coinvolgimento di cittadini cinesi, unito all’efferatezza delle modalità esecutive, tende a far propendere per la loro potenziale ascrivibilità anche a contesti di criminalità organizzata”;

- sui gruppi criminali africani (magrebini, nigeriani e senegalesi) emerge la propensione al traffico internazionale di sostanze stupefacenti e alla gestione dei flussi migratori illegali, anche connessi allo sfruttamento lavorativo e/o della prostituzione attraverso il costante utilizzo di metodi di forte coercizione fisica e psicologica sulle vittime. Tale ultimo fenomeno ha a volte visto la partecipazione di soggetti siriani e più recentemente di cittadini del Gambia con il ruolo di “scafisti”, impegnati nel trasporto di migranti originari prevalentemente dal Maghreb e dal Corno d’Africa, nonché recentemente anche dell’area medio orientale. I gruppi magrebini, in particolare, avrebbero progressivamente assunto una connotazione più articolata, risultando suddivisi in cellule operanti sia in territorio nazionale che all’estero (Europa, Africa e Medioriente).

Tali cellule, pur mantenendo una notevole autonomia operativa nei rispettivi ambiti territoriali, avrebbero creato un vero e proprio network, funzionale alla gestione delle molteplici attività illecite d’interesse, tra cui il contrabbando e il traffico di armi e di stupefacenti. Forti di questa efficiente rete relazionale e tenuto conto che una delle rotte principali per l’importazione dello stupefacente in Europa percorre proprio alcuni Paesi del Maghreb (Marocco, Tunisia e Algeria), tali organizzazioni sarebbero in grado di gestire l’intera filiera del traffico, associandosi anche con gruppi albanesi e italiani;

- la criminalità sudamericana, oltre all’interesse per il narcotraffico, è attiva anche nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nello sfruttamento della prostituzione di ambosessi, in particolare di brasiliani e, da ultimo, argentini . Inoltre, alcune attività di contrasto, concluse in particolare a Milano e Genova dall’Arma dei carabinieri, hanno ulteriormente confermato l’aggressività criminale delle cosiddette “bande giovanili” sudamericane, attive prevalentemente nei reati contro il patrimonio e la persona.

Al riguardo altri aspetti emblematici di un generale contesto di illegalità vengono forniti dalla Direzione investigativa antimafia che riferisce: “la criminalità organizzata sudamericana rimane un punto di riferimento per le organizzazioni criminali autoctone, ivi comprese quelle di stampo mafioso, per le importazioni di cocaina. A tale scopo, i narcotrafficanti si avvalgono indistintamente di container, aerei e corrieri di vario tipo, in modo da far transitare la merce su fronti diversi e renderne, così, più difficile l’individuazione.

In questo settore, è nota l’operatività di soggetti provenienti dalla Colombia, dalla Repubblica Dominicana o dal Perù, inseriti anche all’interno di organizzazioni di narcotrafficanti a composizione multietnica. Alcune recenti attività d’indagine hanno peraltro confermato come il Perù si attesti – insieme alla Colombia e alla Bolivia – tra i maggiori produttori mondiali di cocaina. Più in dettaglio, i componenti di ben ramificate organizzazioni di narcotrafficanti di matrice sudamericana, alcuni dei quali dimoranti anche in Italia, avrebbero, peraltro, stabili contatti d’affari con le organizzazioni mafiose autoctone, in primis la ‘ndrangheta”.

La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ha altresì opportunamente segnalato che: “al di là delle più note consorterie etniche tradizionali, stabilmente radicate sul territorio nazionale, non può sottovalutarsi che la recrudescenza del fenomeno migratorio dell’ultimo periodo ha messo in luce il dinamismo di ulteriori consorterie criminali straniere, (gruppi curdo-iracheni, mediorientali, del sub-continente indiano e turchi), attive nel reclutamento e nel trasporto illegale di connazionali e, da ultimo, di profughi afghani e siriani. Alcune cellule criminali hanno raggiunto livelli di pericolosità tali da essere perfino in grado di organizzare l’allontanamento dei migranti dai centri di accoglienza ove sono ospitati e il loro smistamento in altri luoghi, in attesa di farli partire, dopo aver loro procurato i titoli di viaggio necessari, verso località del Centro e del Nord Italia, da dove eventualmente alcuni possano raggiungere più agevolmente le più ambite località del Nord Europa”.

La Commissione, inoltre, nel corso delle missioni in territorio nazionale, si è avvalsa delle audizioni dei prefetti, dei rappresentanti delle forze di polizia, dei magistrati della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e delle DDA per acquisire ulteriori indicazioni e aggiornamenti in ordine alle caratteristiche che sempre più va assumendo il fenomeno della criminalità mafiosa straniera nel nostro Paese. In tali occasioni ampio spazio è stato dedicato alla problematica connessa al proliferare della criminalità cinese, volta, oltre che agli “storici” reati connessi alla contraffazione di prodotti e marchi, anche allo sfruttamento della prostituzione, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, allo spaccio e al traffico di sostanze stupefacenti.

A dimostrazione di tale assunto, si riporta quanto segnalato dal questore di Milano, dott. Antonio De Iesu che, audito in occasione della missione a Milano del 18 aprile 2016, a proposito della criminalità cinese, dallo stesso definita di “tipo chiuso”, aveva rappresentato: “i cinesi fanno estorsioni, commettono reati, gestiscono la prostituzione soprattutto in luoghi chiusi, non all’aperto, ma non interferiscono con le organizzazioni nostrane.

È un mondo chiuso, in cui grandi profitti derivano anche dal favoreggiamento dell’immigrazione. Vengono portate qui donne cinesi consapevoli che saranno poi coinvolte nell’esercizio della prostituzione. Bande di giovani cinesi consumano estorsioni ai danni dei loro connazionali, c’è chi gestisce attività imprenditoriali, chi addirittura case di prostituzione. Coloro che vanno al casinò di Campione – hanno una propensione genetica a giocare – molte volte si fanno finanziare dalle organizzazioni criminali cinesi, che poi pretendono la restituzione con tassi usurari”.

Nello stesso contesto il prefetto di Verona, dottoressa Perla Stancari, nell’audizione del 31 marzo 2015, aveva posto l’accento sullo sfruttamento della prostituzione ad opera della criminalità cinese, che, mascherando l’attività di meretricio in “centri massaggi” gestiti da cittadini della medesima etnia, aveva consentito, nel territorio veronese, alle forze di polizia di pervenire, attraverso la misura ablativa del sequestro preventivo, alla chiusura di 23 locali.

Va segnalata, infine, anche per i recenti risvolti investigativi di cui diremo in seguito, l’audizione del prefetto di Firenze, dott. Alessio Giuffrida, svoltasi il 13 febbraio 2017 in occasione della missione a Firenze, che con riferimento alla comunità cinese – sono circa 46 mila i cinesi residenti in Toscana a fronte dei 271 mila censiti in tutta Italia – poneva in evidenza la numerosa concentrazione, in provincia di Firenze, di aziende per la realizzazione di prodotti contraffatti nel campo dell’abbigliamento e della pelletteria: “opifici molto grandi, che sono di produzione, di deposito e anche di diffusione, vendita all’ingrosso e vendita al dettaglio di beni, o addirittura di importazione di beni che vengono dalla Cina”.

Parimenti, il prefetto evidenziava, con preoccupazione, la conseguente attività invasiva di distribuzione e commercializzazione della merce contraffatta a opera di cittadini senegalesi e nordafricani. La fondatezza del giudizio di pericolosità del fenomeno criminale cinese e la versatilità dimostrata da quelle organizzazioni nella gestione di una pluralità di interessi illeciti, viene oltremodo confermata dalla recente operazione “China truck”, diretta e coordinata dalla DDA di Firenze, volta a sgominare un’organizzazione mafiosa cinese, leader in Europa nel campo della logistica e del trasporto delle merci prodotte dalle migliaia di aziende cinesi presenti sul territorio nazionale ed europeo.

L’indagine, partita nel 2011, ha riguardato un’associazione criminale, composta da soggetti originari dello Zhejiang e del Fujian, che si è affermata in un settore imprenditoriale nuovo e diverso dai consueti investimenti cinesi in Occidente. Egemonia, si legge nel provvedimento cautelare, imposta con metodi mafiosi da: “un gruppo numeroso di persone legate da uno stabile vincolo diretto ad affermare la propria potenza e a ottenere un vantaggio economico attraverso attività criminose di vario genere: alcune di per sé lecite (trasporto di merci, gestione di locali notturni), ma svolte con modalità tali da schiacciare la concorrenza, altre del tutto illecite, quali l’estorsione, lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, il gioco d’azzardo, la contraffazione di marchi, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Nell’indagine, che ha portato a ripercorrere, anche sotto la luce del vincolo associativo, episodi violenti avvenuti a Prato e in altre province italiane, sono state indagate 54 persone, di cui 33 destinatarie di misura cautelare in carcere per il delitto di associazione di stampo mafioso (articolo 416-bis) e altri reati, mentre altre 21 persone sono state indagate in stato di libertà e, tra queste, 10 persone sempre per articolo 416-bis e 11 persone per altri reati.

Sempre nel contesto dell’indagine, occorre necessariamente soffermarsi sulla figura di Zhang Naizhong, ritenuto il capo dell’organizzazione, che l’inchiesta individua come personaggio privo di scrupoli capace di tessere, attraverso metodi mafiosi, rapporti di fiducia con altre organizzazioni all’estero, garantendosi una situazione di “paramonopolio sovranazionale” nella distribuzione di beni provenienti dalla Cina.

Occorre, inoltre, rammentare che relativamente alla tematica in esame la Commissione, nell’ambito dei poteri e dei compiti conferiti dalla legge istitutiva, si è occupata in modo particolare del traffico degli esseri umani anche attraverso la costituzione di un apposito comitato di lavoro, coordinato dall’onorevole Fabiana Dadone e ha proceduto ad un’approfondita inchiesta, con audizioni di esperti e acquisizioni di documenti.

L’inchiesta svolta è stata interamente descritta nella Relazione su mafie, migranti e tratta di esseri umani, nuove forme di schiavitù, approvata dalla Commissione, all’unanimità, nella seduta del 14 dicembre 2017 (Doc. XXIII, n. 30). Da queste premesse – che ineriscono a uno spettro molto esteso di attività delinquenziali – scaturisce la necessità di analizzare e combattere le organizzazioni criminali descritte, sul piano della disciplina legislativa e del contrasto operativo, come organizzazioni criminali transnazionali.

Pertanto la Commissione, avvertendo l’esigenza di una profonda revisione delle norme per contrastare in modo efficace la criminalità organizzata transnazionale, ritiene assolutamente indispensabile uniformare quanto più possibile l’azione repressiva degli Stati nei confronti della criminalità organizzata e al contempo rafforzare la cooperazione internazionale.

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