È utile ricordare quello che si scriveva dieci anni fa, di quelle mafie che convenivano e non venivano combattute, che non scandalizzavano. Che parlavano linguaggio del profitto e non quello degli esplosivi. Ma qualcuno ha dato ascolto agli allarmi lanciati?
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Non c’è niente di più pericoloso di una mafia che non ha più bisogno di sparare. La stagione “corleonese” è finita con la morte dei suoi capi storici, Bernardo Provenzano e Totò Riina, mentre gli altri protagonisti delle stragi sono sepolti sotto il peso degli ergastoli e dei segreti mai svelati. Ma lo stato non ha ancora vinto.
Risultano sempre aperti – e chissà se troveremo mai una risposta giudiziaria adeguata – alcuni procedimenti giudiziari che vorrebbero chiudere il cerchio sui “mandanti altri”, sui depistaggi e le convergenze di interesse del biennio ‘92-‘93.
Ma ormai, deposte le armi, la mafia pare non essere più un problema, una grande “questione” nazionale.
E così è iniziata già da tempo la stagione più insidiosa: quella della convivenza silenziosa, della rispettabilità apparente, dell’affare condiviso.
Lo aveva ben compreso la Commissione antimafia della XVII Legislatura, quella presieduta da Rosy Bindi che, una decina di anni fa, aveva cominciato a mettere in fila verità scomode o peggio rimosse: le mafie non sono un residuo del passato, un reperto folkloristico del Meridione, una patologia confinata nelle periferie delle metropoli.
Sono una costante della storia italiana e della sua modernità. Stanno bene dentro i mercati opachi, dentro la politica malata, dentro le relazioni utili tra potere, denaro e consenso.
Non si è affatto ristretto il metodo mafioso. Si è raffinato.
La violenza resta, ma spesso arretra sullo sfondo. Diventa garanzia estrema, riserva di intimidazione, mentre in primo piano avanzano la corruzione, la clientela, il favore, la complicità, la convenienza reciproca.
Una mafia che domina e che viene accolta. La disponibilità di pezzi del mondo cosiddetto legale a fare spazio al denaro, alle conoscenze, al network mafioso. La relazione lo dice senza girarci attorno: oggi il mondo economico e quello politico sono tra gli ambienti più esposti, più permeabili, più “ben ospitanti”.
È cresciuta l’incidenza economica delle mafie, è cresciuta la loro capacità di stare dentro gli affari, di inquinare i circuiti leciti, di approfittare delle degenerazioni permanenti della politica e dell’economia. Meno sangue non significa meno potere.
La vicenda di Antonello Montante, il vicepresidente nazionale di Confindustria, ne è un chiaro esempio. E per questo, l’antimafia non avrebbe dovuto ridursi a rito civile, anniversario, pedagogia della commemorazione. La Commissione Bindi ha parlato esplicitamente della necessità di chiudere i varchi e di valutare l’impatto antimafia delle norme, perché il contrasto alle mafie non riguarda soltanto il codice antimafia: riguarda la qualità complessiva di chi svolge ruoli apicali all'interno delle istituzioni.
Dentro questa battaglia c’è anche l'altro fronte, troppo spesso lasciato solo: l’informazione. Non quella accomodante, ma quella che scava e che disturba. La Commissione ricorda che in Italia, in nove anni, più di duemila giornalisti sono stati colpiti in vari modi: minacce, pestaggi, querele temerarie, trasferimenti, licenziamenti. E ricorda pure un fatto ancora più amaro: il giornalista minacciato spesso diventa, col tempo, un peso perfino per la sua stessa redazione.
È il segno di un Paese che, troppo spesso, pretende il coraggio ma non protegge i coraggiosi.
Che celebra la libertà di stampa e poi lascia soli i cronisti di frontiera, quelli che non finiscono in televisione ma tengono acceso il racconto dei territori, dei clan, dei colletti bianchi, dei complici insospettabili.
Alcuni passaggi della relazione conclusiva – da oggi pubblicheremo ampi stralci sul nostro Blog Mafie – ci riportano all'attualità. E faremo torto a quella commissione se volessimo paragonarla ai lavori di quella di oggi, che ha scelto di concentrare ogni sforzo su certe imbeccate sulla strage di via D’Amelio, con poche chiavi di lettura che nulla di nuovo hanno aggiunto alle ipotesi giudiziarie già conosciute. Anzi, sembra che ci allontanino sempre di più dalla verità.
Per questo è utile allora ricordare quello che si scriveva dieci anni fa, di quelle mafie che convenivano e non venivano combattute, che non scandalizzavano. Che parlavano il linguaggio del profitto e non quello degli esplosivi. Ma qualcuno ha dato ascolto agli allarmi lanciati?
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