Può forse significare qualcosa che una delle finanziarie finite nelle indagini della magistratura e che aveva la propria sede a Milano in via Montenapoleone, nel quadrilatero della moda rinviasse in realtà ai clan di Buccinasco. comune sotto i 30 mila, hinterland sud, soprannominato già decenni fa “la Platì del nord”
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Quando si ammette l’esistenza della mafia nel Nord Italia si tende a spiegarla con meccanismi quasi automatici, a loro modo ineluttabili. Le organizzazioni mafiose, si dice, dispongono di liquidità eccedenti le possibilità di investimento offerte dalle economie delle proprie regioni di origine.
Dunque cercano sbocco altrove, nelle realtà più produttive e dinamiche del Paese, per investire le proprie ricchezze in Borsa, o per approfittare delle possibilità di movimento e di speculazione assicurate dalle moderne architetture finanziarie. E dove altro dovrebbero andare se non nelle grandi capitali finanziarie, immobiliari e commerciali del nord? Questo modo di rappresentare la geografia delle organizzazioni mafiose, e in particolare della ‘ndrangheta, nel nord produce importanti distorsioni nell’analisi e nell’interpretazione delle dinamiche in corso da ormai trent’anni.
L’avanzata dei clan calabresi non ha seguito infatti tanto la legge delle metropoli del riciclaggio, ha seguito soprattutto quella che può essere chiamata la “legge dei fortini”. Questa Commissione ha già rimarcato come la diffusione ‘ndranghetista nell’Italia settentrionale si sia affermata a macchia di leopardo con una particolare predilezione per i comuni minori (naturalmente “minori” in relazione ai contesti economico-demografici).
Questi comuni risultano infatti per tante ragioni più facilmente espugnabili e controllabili, ed esprimono normalmente basse capacità di resistenza alla colonizzazione. Rivedendo l’intera traiettoria dell’avanzata dei clan calabresi ci si rende conto però che questi paesi o centri minori finiscono per svolgere, una volta espugnati, una funzione di capisaldi strategici distribuiti sul territorio. Costituiscono cioè un potente strumento di consolidamento degli interessi mafiosi e di radicamento stabile, dello stesso tipo, anche se non della stessa intensità storico-sociale, espresso in Calabria.
Può valere per tutti l’esempio di Fino Mornasco, comune di quasi 10 mila abitanti in provincia di Como, ove si realizza una fortissima influenza della comunità di Giffone, provincia di Catanzaro, dove negli anni Novanta era stata rilevata una locale di ‘ndrangheta. Sulla base delle risultanze dell’operazione “Crimine Infinito” del 2010, questa locale sembrava non essere più operante, ma le indagini successive hanno invece confermato quella presenza, mettendo così l’accento proprio sul fenomeno della continuità del radicamento, anche dal punto di vista generazionale.
I centri minori diventano dunque postazioni fisse nel cammino della conquista, alla stregua delle stazioni di posta ai tempi delle diligenze, quartieri generali pronti ad accogliere le ritirate, trampolini di lancio per nuove avventure, snodi per gettare reti più ampie.
Nella mappa in continuo aggiornamento dell’avanzata ‘ndranghetista, svolgono il ruolo delle casematte in una guerra a bassa intensità, che è contemporaneamente di movimento e di posizione. Sono anche i luoghi in cui si spingono più avanti le forme della colonizzazione, e se ne sperimentano di nuove. Non è casuale che siano proprio i comuni più piccoli quelli in cui si sono verificati i più numerosi attacchi alle libertà politiche dopo quelli alle libertà economiche.
La violenza a bassa intensità, ossia contro le cose, che non esclude le intimidazioni alle persone, è di lunga data e assai frequente. E oggi colpisce sempre più amministratori e consiglieri comunali scomodi113. Ma è certo esemplare più a sud, in provincia di Reggio Emilia, la situazione del comune di Brescello, 5.500 abitanti, colonizzato dal clan cutrese dei Grande Aracri e per questo sciolto per mafia (il primo in Emilia-Romagna) nel 2016. In questo caso è visibile come Brescello abbia fatto da casamatta in un processo di conquista progressivo di tutta un’area di confine tra Emilia e Lombardia, che ha interessato in modo impressionante, oltre alla provincia di Reggio Emilia, anche la provincia di Mantova.
Anche qui la violenza a bassa intensità, non visibile ma efficacissima, si è snodata nel tempo attraverso più episodi: dal ripetuto taglio delle gomme dell’auto di un vigile urbano corrispondente della Gazzetta di Reggio all’episodio di intimidazione verso uno degli stessi membri della commissione straordinaria giunti dopo lo scioglimento del consiglio comunale.
Comuni come veri e propri fortini, dunque, che operano in rete per muovere consensi elettorali anche fuori dai propri confini o per fornire candidati in comuni di cui avviare la conquista, secondo una logica che si sta ripetendo oggi nell’hinterland a sud di Milano.
Mentre l’opinione pubblica discute della forza finanziaria della ‘ndrangheta, assolutamente indubbia, il concreto sviluppo della forza dei clan segue la logica dei fortini: da lì si fanno varare piani di governo del territorio per le proprie imprese, si ottengono benevolenze in agenzie bancarie, si trovano professionisti disponibili a operare nella (economia illegale) black economy, si raccolgono voti per condizionare le amministrazioni regionali e scalare gli interessi.
Può forse significare qualcosa che una delle finanziarie finite nelle indagini della magistratura e che aveva la propria sede a Milano in via Montenapoleone, nel quadrilatero della moda rinviasse in realtà ai clan di Buccinasco. comune sotto i 30 mila, hinterland sud, soprannominato già decenni fa “la Platì del nord”.
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