Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


La presenza di organizzazioni criminali di tipo mafioso a Roma non aveva mai suscitato un particolare allarme sociale. Fino a qualche tempo fa si riteneva, infatti, che le organizzazioni mafiose, in particolare quelle tradizionali, sfruttassero nella capitale soprattutto le opportunità offerte dalle innumerevoli attività economico finanziarie della città per ripulire i proventi dei traffici illeciti, mimetizzandosi nel tessuto produttivo sano.

Una mafia imprenditrice e silente che investiva enormi quantità di denaro sporco e non ricorreva alla violenza per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. Si riteneva anche - per i numerosi provvedimenti di sequestro e di confisca che colpivano i patrimoni di esponenti mafiosi che si erano impadroniti persino dei locali storici della città80- che il prevalente interesse coltivato dalle mafie tradizionali impiantate nella capitale fosse quello del riciclaggio, collegato, appunto, all’esistenza a Roma di una pluralità di esercizi commerciali, di società finanziarie, di enti di intermediazione, di immobili di pregio e alla conseguente possibilità di mimetizzare gli investimenti più che in altre località meridionali.

Un’imprenditorialità mafiosa, dunque, che, pur affondando le radici nei capitali di provenienza delittuosa, si insinuava placidamente nella società, quasi ignara, così confondendosi con il tessuto economico sano del Paese, con il quale riusciva a convivere.

Anzi, si constatava che l’ampiezza e la rilevanza delle risorse produttive dell’ambiente romano, dove vi è spazio per tutti, aveva permesso la coesistenza pacifica di più organizzazioni criminali che, pertanto, non avevano avuto la necessità di perseguire mire monopolistiche e di ricorrere a sistematici atti sopraffattivi contro gli antagonisti, lasciando il territorio sostanzialmente immune da manifeste attività delittuose.

Secondo le indagini della direzione distrettuale antimafia di Roma era emerso, invero, che le varie entità criminali avevano stipulato un patto di non belligeranza per evitare che, in caso di insorgenza di contrasti, i dissidi potessero degenerare in eclatanti guerre tra rivali, con il rischio di attirare l’attenzione degli inquirenti e di minare il clima di indisturbata serenità in cui da tempo operavano.

Da questa situazione di apparente ordine sociale, dunque, ne era conseguita la negazione del fenomeno della penetrazione mafiosa nel territorio romano; negazione che, anche in sede giudiziaria, aveva trovato la sua eco.

La giurisprudenza, infatti, stentava a ricondurre talune organizzazioni autoctone, scollegate dalle mafie tradizionali ma egualmente caratterizzate dall’agire con il metodo mafioso, nel paradigma dell’articolo 416-bis del codice penale. Il caso più eclatante era costituito dalla banda della Magliana, nota per i crimini efferati commessi nella capitale negli anni Ottanta, i cui relativi processi si sono conclusi con esiti opposti (solo nel rito abbreviato si è affermata la sussistenza del delitto di associazione mafiosa, ma non anche nel rito ordinario) così confermando la difficoltà, anche culturale, di applicare la fattispecie di cui all’articolo 416-bis del codice penale fuori dalle regioni meridionali.

Solo le pronunce più recenti della Corte di cassazione sulla cosiddetta “mafia delocalizzata”, avevano elaborato il concetto di mafia silente, riconoscendo che, al di fuori dei contesti natali, essa può operare senza manifestazioni di intimidazione ma comunque avvalendosi, grazie al collegamento con la “casa madre”, della fama criminale originaria ormai diffusa oltre i confini regionali e finanche nazionali.

Orbene, se le indagini svolte negli anni passati, come sintetizzate nelle periodiche relazioni della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e della Direzione investigativa antimafia, avevano fotografato una mafia apparentemente non violenta, interessata a infiltrarsi e a mimetizzarsi nel tessuto imprenditoriale romano e se la città di Roma, dal proprio canto, non si era imbattuta in un territorio insanguinato e manifestamente vessato, inevitabilmente le associazioni mafiose non avevano rappresentato per la collettività un motivo di preoccupazione.

Nessun allarme si era diffuso nemmeno quando un giornalista de L’Espresso, il 12 dicembre del 2012, aveva pubblicato l’articolo “I quattro re di Roma”, in cui venivano indicati i capi che si erano spartiti il controllo della capitale, tra i quali Massimo Carminati, cioè un criminale proveniente dall’estremismo fascista la cui “influenza si è moltiplicata dopo l’arrivo al Campidoglio di Gianni Alemanno, che ha insediato nelle municipalizzate, come manager o consulenti, molti di quella stagione di piombo”.

Eppure, la mattina del 2 dicembre 2014 si apprendeva, grazie alle indagini della procura di Roma, che un gruppo criminale mafioso, denominato convenzionalmente “mafia capitale”, si era persino “insediato nei gangli dell’amministrazione della capitale d’Italia (...) sostituendosi agli organi istituzionali nella preparazione e nell’assunzione delle scelte proprie dell’azione amministrativa”, così demolendo, d’un tratto, quella sorta di generalizzata tranquillità su cui fino ad allora ci si era adagiati.

In particolare, quel giorno si era data esecuzione ad una prima ordinanza di applicazione di misure cautelari, emessa il 28 novembre 2014 dal GIP di Roma su richiesta della locale direzione distrettuale antimafia (doc. 411.1), nei confronti di 37 indagati.

A diciotto di loro veniva contestato il delitto di associazione mafiosa la cui peculiarità era costituita dal fatto che l’organizzazione, avvalendosi dell’interazione del metodo mafioso con quello corruttivo, era riuscita a infiltrarsi nel comune di Roma condizionandone le determinazioni nei settori cruciali dell’amministrazione.

E, di conseguenza, venivano contestati a diversi degli indagati, come reati satellite della fattispecie associativa, oltre ai delitti di usura, estorsione, intestazione fittizia di beni ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, anche altri reati contro la pubblica amministrazione, quali la corruzione e la turbativa d’asta, spesso con l’aggravante dell’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, poiché posti in essere con la finalità di agevolare l’associazione mafiosa ovvero avvalendosi della forza di intimidazione tipica di tale sodalizio.

Contestualmente si sequestravano, su richiesta della procura di Roma e con decreto del tribunale per le misure di prevenzione, beni per un valore complessivo superiore a 220 milioni di euro. A distanza di qualche mese, le indagini consentivano di delineare ulteriormente l’operatività di quella associazione criminale con l’individuazione di un altro sodale non raggiunto dalla misura del 28 novembre 2014, e con la ricostruzione di altri episodi di corruzione e di turbativa d’asta, alcuni dei quali ancora aggravati dal citato articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991.

Pertanto, il 29 maggio 2015 il GIP di Roma emetteva, per tali altri delitti, una nuova ordinanza di applicazione di misure cautelari personali (doc. 621.1) a 44 indagati, mentre la sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma disponeva il sequestro di altri beni per circa 140 milioni di euro (per un totale complessivo, quindi, di circa 360 milioni di euro).

Dalla lettura dei provvedimenti giudiziari e dalle informative del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri - ROS (doc. 635.0-5), l’organizzazione mafiosa delineata dalle indagini, denominata “mafia capitale” e facente capo proprio a Massimo Carminati, si presentava come la più alta espressione del cambiamento della criminalità organizzata che, parallelamente all’evoluzione dei tempi e alla sempre più complessa realtà economico-finanziaria, aveva affinato i metodi di penetrazione nella società, diventando particolarmente insidiosa sia per gli obiettivi perseguiti e conseguiti sia per le modalità di assoggettamento sempre meno esplicite.

Alla violenza esteriorizzata si era, cioè, sostituita la tacita sopraffazione-collusione imprenditoriale e la permeazione del sistema burocratico e politico, così da rendere invisibile e inafferrabile l’azione del sodalizio il quale, in maniera inversamente proporzionale, si era assicurato ingenti e più facili profitti direttamente dalla res publica.

© Riproduzione riservata