L’ascesa criminale della ‘ndrangheta, di cui si sono in parte già analizzate le ragioni all’inizio di questa Relazione, avviene dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando, sfruttando le difficoltà di cosa nostra, divenuta il bersaglio principale delle attività di contrasto dello Stato, le cosche calabresi investono i profitti dei sequestri di persona nella droga, inviando i loro uomini in Sudamerica
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
La Commissione, fin dal suo insediamento, ha dedicato specifica attenzione alle dinamiche che caratterizzano l’evoluzione della ‘ndrangheta sia in Calabria che nelle altre regioni d’Italia, nonché all’estero. Non a caso, le prime sedute plenarie della Commissione si sono svolte a Reggio Calabria dal 9 al 10 dicembre 2013, dando inizio a un intenso programma di periodiche audizioni (in missione e in sede) con i vertici delle autorità giudiziarie e delle forze dell’ordine dei distretti di Reggio Calabria e Catanzaro.
Ma gli approfondimenti si sono sviluppati anche nel corso delle missioni svolte nelle regioni dove la ‘ndrangheta si è insediata e all’estero. La Commissione ha potuto registrare, anche alla luce delle imponenti attività d’indagine degli ultimi anni, il profondo radicamento, la potenza finanziaria delle cosche calabresi e la loro capacità di essere anti-Stato senza sfidarlo apertamente, ma infiltrandosi nei suoi gangli vitali.
La consapevolezza della forza e della pericolosità della ‘ndrangheta è comunque un dato recente. Per molto tempo è stata descritta come mafia secondaria, subalterna e arretrata. Questa immagine deformata ha proiettato un cono d’ombra che le ha permesso di crescere e di espandersi sotto traccia, oltre i confini della Calabria.
L’ascesa criminale della ‘ndrangheta, di cui si sono in parte già analizzate le ragioni all’inizio di questa Relazione, avviene dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando, sfruttando le difficoltà di cosa nostra, divenuta il bersaglio principale delle attività di contrasto dello Stato, le cosche calabresi investono i profitti dei sequestri di persona nella droga, inviando i loro uomini in Sudamerica.
La ‘ndrangheta diventa il principale broker del traffico internazionale degli stupefacenti, che in quel periodo stava realizzando il passaggio dall’eroina alla cocaina, e conquista un rapporto privilegiato con i grandi fornitori centro e sudamericani grazie alla sua affidabilità economica, all’assenza fino a tempi recenti36 di collaboratori di giustizia di un certo spessore che invece ora cominciano a fornire importanti elementi investigativi, e a un rapporto con gli uomini delle istituzioni decisamente meno conflittuale, rispetto alla mafia dei corleonesi.
La struttura unitaria della ‘ndrangheta La ‘ndrangheta è il fenomeno criminale che, negli ultimi anni, ha maggiormente occupato le cronache giudiziarie, su cui gli inquirenti hanno svolto un’attività più penetrante, dirompente per certi aspetti, portando al vaglio dei giudici una ricostruzione sistematica del fenomeno.
È possibile affermare che l’ultimo decennio ci consegna una migliore conoscenza della struttura e delle sue caratteristiche, tanto che solo nel 2010 il termine ‘ndrangheta ha avuto riconoscimento legislativo nel testo dell’articolo 416-bis del codice penale e questo fenomeno criminale è emerso dal contenitore generale e indistinto delle altre organizzazioni, acquisendo rilievo autonomo.
Nel 2014 e nel 2016 le sentenze della Cassazione hanno quindi messo il sigillo sui procedimenti delle procure di Reggio Calabria e di Milano “Crimine” e “Infinito”, confermando le ipotesi investigative sulla struttura unitaria, il modus operandi e le strategie di espansione della ‘ndrangheta.
Già in passato diversi elementi emersi da indagini condotte dalla procura di Reggio Calabria avevano fatto intuire i tasselli di un mosaico che sarà ricomposto dal punto di vista giudiziario solo molto più tardi, e cioè che la ‘ndrangheta è un’organizzazione unitaria con articolazioni territoriali che rispondono al “crimine”, cioè alla Calabria, e che ha un organo apicale, di natura collegiale e con competenza generale, denominato la “provincia”.
In altri termini oggi sappiamo che la ‘ndrangheta in Calabria è strutturata in tre diversi mandamenti: ionico, tirrenico e di Reggio Calabria, all’interno dei quali operano le “locali”; ha articolazioni territoriali anche in diverse regioni del Nord Italia e all’estero (in Europa, Nord America e Australia) ma ciascuna di queste locali risponde alla “provincia”, che si configura come il vertice di una vera e propria organizzazione transnazionale.
Un vertice che rappresenta tutte le famiglie di ‘ndrangheta della Calabria, capace di dirimere le controversie interne, con il potere di aprire o chiudere locali, conferire cariche, dare il nulla osta per gli omicidi eccellenti o di particolare rilevanza da compiere anche fuori dalla regione. Sarebbe però sbagliato accostare la “provincia” con la “cupola” di cosa nostra, i due organi non sono sovrapponibili.
Le strutture decentrate hanno infatti grande autonomia. “Il crimine di San Luca, che è erroneamente stato rapportato alla cupola di cosa nostra, non è altro che il custode delle regole. Il crimine è il custode delle dodici tavole. Il crimine esiste per presiedere il rispetto delle regole. Il crimine interviene quando c’è una faida all’interno di un locale, come è successo a Locri nel 1989”.
All’interno della propria locale, “ciascuno è dominus assoluto, ma non può fare nulla che possa danneggiare interessi delle altre locali, pena l’isolamento. Questo vale per le ‘locali’ in Calabria, in Italia, in Europa, nel mondo. L’equilibrio fra le scelte che hanno effetti esclusivamente all’interno della locale, che nessuno può sindacare, e le scelte che coinvolgono altre locali comporta, ovviamente, che le decisioni più importanti non possano esse prese dalla singola locale ma spettano alla provincia”.
La ‘ndrangheta nasce come organizzazione unitaria e orizzontale ma con il tempo cambia e si dota di una struttura più complessa e gerarchica. Questo processo evolutivo di tipo piramidale si rende necessario per scongiurare nuove sanguinose guerre di mafia, come quella che tra il 1985 e il 1991 provoca più di settecento morti, e al tempo stesso per inserire l’organizzazione nel traffico mondiale di stupefacenti ai più alti livelli e per accompagnare il salto nel settore dei grandi appalti nazionali grazie a nuove relazioni con i vertici della pubblica amministrazione, delle istituzioni e del mondo delle professioni e dell’economia.
La creazione della “santa”, alla fine degli anni Sessanta, costituisce un’ulteriore novità, “una rivoluzione interna alla ‘ndrangheta” che si struttura con una componente più riservata di cui fanno pare “‘ndranghetisti autorizzati a entrare nella massoneria per avere contatti con i quadri della pubblica amministrazione e, quindi, con medici, ingegneri e avvocati”. Con la creazione della “santa” la ‘ndrangheta si “sprovincializza” e al tempo stesso si rafforza la tendenza a creare una struttura che limiti l’autonomia della singola locale per spostare verso l’alto il potere e accrescere le potenzialità dell’intera organizzazione.
Le ragioni del successo Questo modello organizzativo e le sue dinamiche decisionali, funzionali all’accumulazione della ricchezza, si sono rivelati efficaci per disciplinare l’attività delle cosche in tutta la Calabria e nel resto d’Italia e nel mondo.
Proprio in ragione della diffusione e della ramificazione sul territorio nazionale e mondiale dei suoi interessi economici, la ‘ndrangheta ha necessità di sapere, ovunque e comunque, chi comanda nel territorio in cui vuole concludere un affare. Se si tratta di organizzare lo sbarco di un carico di cocaina, se si devono acquisire vantaggi (incarichi, commesse, posti di lavoro) in relazione a un appalto, se si deve effettuare un rilevante investimento è necessario sapere chi “comanda” su quell’area, con chi si deve trovare un accordo e se insorge una controversia quali sono le regole per definirla. Non sono consentite incertezze soggettive e temporali.
La struttura, le “doti” (le gerarchie interne) servono a controllare gli uomini, sono funzionali all’esigenza di garantire le relazioni necessarie a gestire il traffico internazionale di droga e i grandi appalti, è un problema di legittimazione mafiosa e criminale. Molte famiglie mafiose non sono direttamente riconducibili alle storiche ‘ndrine della provincia di Reggio Calabria, con le quali non sono neanche imparentate, ma se vogliono fregiarsi del nome di ‘ndrangheta devono sottostare alle regole e alla signoria mafiosa dei vertici reggini.
Il livello superiore di comando interviene solo nel momento in cui sorgono motivi di contrasto tra le varie ‘ndrine. Oppure entra in azione quando è minacciata l’unitarietà della ‘ndrangheta, com’è accaduto con l’omicidio di Carmelo Novella che comandava la ‘ndrangheta in Lombardia ma avrebbe voluto svincolarsi dalla casa madre. La forza della ‘ndrangheta risiede soprattutto nella sua struttura familiare, nei legami di sangue che assicurano la continuità delle cosche, nel loro radicamento territoriale e nella capacità di gemmazione delle ‘ndrine fuori dei confini della Calabria.
Questo spiega anche le poche collaborazioni significative: “nessun capo locale di ‘ndrangheta di serie A si è mai pentito”. Accusare un affiliato, il più delle volte, significa tradire un fratello, un cugino, uno zio, il padre, infrangere un duplice giuramento, quello di affiliazione e quello naturale iure sanguinis. La struttura familiare delle ‘ndrine e la “compartimentazione” della ‘ndrangheta permettono di reggere meglio la pressione delle forze dell’ordine e ne fanno un’organizzazione altamente affidabile, sia nei rapporti con le altre organizzazioni criminali che con gli interlocutori economici, istituzionali, politici.
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