Le mafie allargano il proprio raggio d’azione spostandosi fisicamente o reinvestendo altrove i capitali illecitamente accumulati. Sebbene nelle aree di nuovo insediamento sia tutt’oggi ravvisabile una certa difficoltà nel riconoscere la criminalità mafiosa, sia in sede giuridico-giudiziaria che in seno all’opinione pubblica, e nonostante alcuni osservatori tendano a valutare tutt’ora il fenomeno come “non esportabile”
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
In questo contesto le organizzazioni mafiose storiche italiane hanno fatto registrare ampie trasformazioni, assumendo formule organizzative e modelli di azione sempre più multiformi e complessi.
Sintetizzando, le quattro principali dimensioni di questo fenomeno possono essere così enunciate:
a) progressivo allargamento del raggio d’azione delle mafie in territori diversi da quelli di origine storica;
b) assunzione di profili organizzativi più flessibili, spesso reticolari, con unità dislocate su territori anche lontani e dotate di autonomia decisionale;
c) più accentuata vocazione imprenditoriale espressa nell’economia legale;
d) mutamento nei rapporti intessuti con i contesti sociali e con i territori, dove al generale ridimensionamento dei tratti più esplicitamente connessi all’intimidazione violenta si affianca la promozione di relazioni di collusione e complicità con attori della cosiddetta “area grigia” (imprenditori, professionisti, politici, burocrati e altri).
Emblematico in tal senso è il reinvestimento dei proventi illeciti nell’economia pubblica, dove le mafie prediligono il ricorso sistematico alla corruzione per facilitare l’infiltrazione negli appalti e nei sub-appalti. Si tratta di quattro dimensioni strettamente interconnesse l’una con l’altra, che comunque può essere opportuno analizzare singolarmente. Tenerle in considerazione serve non solo a connotare le più generali trasformazioni del fenomeno, ma anche a indirizzare le interpretazioni stesse che delle mafie si offrono in sede giudiziaria, politica e scientifica, nonché le possibili proposte da adottare per arginarne l’operatività e contenerne le conseguenze sociali ed economiche. Esaminiamo quindi di seguito queste dimensioni, prestando attenzione agli effetti che le trasformazioni che le riguardano hanno provocato nell’evoluzione del “metodo mafioso” e nella configurazione di aree grigie di collusione e complicità, che si strutturano a cavallo tra economia, politica e società. Il metodo mafioso sembra poggiare, sempre più rispetto al passato, su risorse di capitale sociale, vale a dire su risorse di tipo relazionale, che derivano da rapporti di collusione, scambi corruttivi e “alleanze nell’ombra” .
Progressivo allargamento del raggio d’azione delle mafie in territori diversi da quelli di origine storica
Rispetto alla prima dimensione, la massiccia presenza di insediamenti mafiosi fuori dai territori di origine storica risulta oramai inconfutabile, sia nelle regioni del Centro e del Nord Italia, sia oltre i confini nazionali.
Le organizzazioni criminali sembrano aver risposto in maniera efficiente ai mutamenti di scenario, sfruttando le opportunità e affrontando i vincoli (coabitazione e conflitti con diverse organizzazioni, instabilità, repressione) connessi all’intensificarsi dei processi di globalizzazione. Le mafie allargano il proprio raggio d’azione spostandosi fisicamente (singoli, gruppi, famiglie eccetera) o reinvestendo altrove i capitali illecitamente accumulati.
Sebbene nelle aree di nuovo insediamento sia tutt’oggi ravvisabile una certa difficoltà nel riconoscere la criminalità mafiosa, sia in sede giuridico-giudiziaria che in seno all’opinione pubblica, e nonostante alcuni osservatori tendano a valutare tutt’ora il fenomeno come “non esportabile”, ai fini della comprensione e del contrasto appare oramai acclarato considerare le mafie come organizzazioni contemporaneamente “locali” ed “extra-locali”.
In altre parole, esse trattengono una base di legittimazione sociale e politica in un dato territorio, ma appaiono contestualmente vocate all’espansione del proprio raggio d’azione.
Le organizzazioni mafiose hanno, infatti, accresciuto la loro mobilità territoriale, nazionale e internazionale, in primo luogo consolidando i network lunghi precedentemente costruiti specialmente nei mercati illegali o informali (si pensi alle reti del narcotraffico o del contrabbando); ma nell’ultimo periodo incrementando la loro presenza anche nei mercati legali e formalmente legali.
L’espansione territoriale non ha peraltro fatto venire meno la rilevanza del radicamento locale nelle aree di origine. Radicamento palesato dal persistere della tradizionale attività di estorsione-protezione, cui si affianca la consolidata penetrazione nei governi locali e nei pubblici appalti, che alimenta il riconoscimento sociale dell’autorità dell’organizzazione nel territorio anche senza il ricorso sistematico alla violenza esplicita.
Come si dirà meglio in seguito, la configurazione dell’area grigia sembra essere diventata lo spazio privilegiato e la modalità di azione prevalente attraverso cui i mafiosi si relazionano all’economia e alla politica, per accumulare ricchezza e acquisire posizioni di potere, sia nelle aree di insediamento originario sia in quelle di nuova espansione.
Profili organizzativi flessibili, reticolari, con unità dislocate su territori anche lontani e dotate di autonomia decisionale
Il ridotto ricorso alla violenza e il persistente ancoraggio alla matrice locale rimanda alla seconda delle quattro dimensioni che segnano le trasformazioni recenti del fenomeno e che concerne i profili organizzativi delle mafie; la strategia del cosiddetto “inabissamento”, basata non più sulla violenza quotidiana ma sul consolidamento di nuovi legami politici, sul silenzio delle armi, sull’inquinamento sotterraneo e invisibile dell’imprenditoria e della società, non è altro che un adeguarsi delle mafie alla risposta repressiva e alla perdita di consenso.
Il radicamento nelle aree di origine resta sotto il controllo di clan anche fortemente strutturati, i cui quartieri generali si collocano spesso all’interno di confini definiti sul piano territoriale. Di fronte alla mobilità mafiosa, invece, si registrano spesso profili più flessibili e reticolari. Si ravvisa, in realtà, la presenza di una varietà di formule organizzative, alcune più disperse e altre più coordinate e gerarchiche.
Da un lato, possiamo trovare una pluralità di gruppi autonomi, anche a gestione familiare, in cui le dinamiche di conflitto e cooperazione si fanno variabili a seconda delle attività in campo. Dall’altro, emergono modelli più complessi e strutturati, che incrociano diversi livelli organizzativi anche sul piano territoriale, combinando con efficacia una solida coesione interna con una forte apertura verso l’esterno. Il primo caso coinvolge particolarmente le organizzazioni criminali campane.
Il secondo caso riguarda invece prevalentemente la ‘ndrangheta, che affianca a vigorosi legami di affiliazione un’elevata capacità di stringere alleanze e complicità con soggetti esterni.
Il successo della ‘ndrangheta e la permanente vivacità della camorra segnalano che sul piano organizzativo si stanno dimostrando più efficaci strutture che si basano su di un allargamento della base territoriale (la ‘ndrangheta), su proiezioni internazionali (‘ndrangheta e camorra), sulla adesione a tutte le possibilità illegali dell’economia urbana (la camorra) e sul vincolo familiare (‘ndrangheta e camorra).
Sono, dunque, più efficaci oggi quelle che non sfidano apertamente le istituzioni politiche e gli apparati dello Stato, ma che accettano una “dolce” e sobria convivenza, con l’eccezione delle bande dei giovani narco-gangster napoletani. Il tratto comune alle due mafie che meglio sul piano criminale hanno reagito alle novità è dal punto di vista organizzativo la chiusura verso l’interno e l’apertura verso l’esterno.
Ci si chiude all’interno (passando sempre più nei vertici dai legami familiari) per resistere alle pressioni degli avversari e alle agenzie di contrasto, ma ci si apre alle relazioni politiche, sociali ed economiche per riprodursi. La ‘ndrangheta ha una rigida struttura basata sul vincolo di sangue della famiglia naturale.
Le famiglie di camorra più solide sono quelle basate sulla massiccia presenza di familiari anche se acquisiti. La base familiare dell’organizzazione e la familiarità tra i membri si stanno dimostrando una modalità organizzativa più adatta a disinnescare le conflittualità interne e per difendersi dagli attacchi esterni.
La ‘ndrangheta ha fatto della famiglia lo strumento cardine per l’esercizio della signoria del proprio territorio di origine (ma anche nei territori di espansione) e il modello organizzativo delle proprie attività criminali. Più elevato è il ruolo svolto nell’organizzazione e più stretto è il rapporto di parentela. Il familismo delle mafie vincenti sembra essere, più che “amorale”, adattivo e funzionale, cioè più in grado di resistere alle pressioni repressive esterne, più adatto a ridurre le conflittualità interne, più capace di reggere l’espansione territoriale e le necessarie relazioni con chi conta in politica, nella società e in economia.
Non è un caso che la mafia più coesa e compatta, e che ha reagito meglio al fenomeno del pentitismo, è quella calabrese, e ciò può essere spiegato solo con il peso più rilevante che nelle organizzazioni calabresi rivestono i legami familiari.
Le bande di nuova formazione, che provano a rottamare quelle storiche, approfittando della repressione che si è scatenata negli ultimi anni sulle famiglie storiche della camorra, hanno in genere vita relativamente breve. Se i gruppi giovanili hanno in genere un periodo di vita breve, le famiglie estese mostrano invece una maggiore capacità di tenuta nel tempo.
La rilevanza di questi legami di parentela ha aperto un ruolo alle donne che mai prima si era riscontrato. Il numero di donne arrestate, ammazzate, condannate per vari reati legati alla criminalità mafiosa è cresciuto in modo esponenziale. Una volta entrate nella “famiglia” ne diventano protagoniste attive non silenziose o passive custodi di una cultura di condivisione e di omertà. Non sono subalterne, non si limitano a fornire un supporto morale e sentimentale alle attività dei parenti, né di riflesso rispetto a padri, fratelli, mariti.
Ma il loro potere diventa ancora più forte quando i loro congiunti finiscono in galera o vengono uccisi. Il venire a mancare di colui che in famiglia garantisce il loro benessere le obbliga a prendere in mano l’organizzazione prima che siano altri a farlo. Le donne dunque si sono trovate davanti le porte spalancate dai vuoti che si erano venuti a formare, e per esse che avevano legami di sangue con coloro che erano stati arrestati era più semplice prenderne il posto.
Così come ha avuto un grande effetto il 41-bis, il carcere speciale per i capi-mafia. Potendo parlare solo con i congiunti più stretti, in particolare con le mogli, a esse hanno affidato il compito di trasmettere messaggi ai componenti del clan liberi o di fare da tramite con essi per compiti delicati, trovandosi così a esercitare un ruolo vicario che è stato determinante per la loro ascesa ai vertici delle organizzazioni. La fluidità delle formule organizzative, di cui l’inedito ruolo delle donne costituisce icona, è causa e al contempo effetto della più spiccata connotazione imprenditoriale delle mafie, che conduce a un allentamento dei tratti predatori e militari, lasciando spazio a profili soggettivi e a condotte economiche che tendono a ricoprire piena titolarità nei mercati.
Ciò comporta la progressiva acquisizione di una connotazione sempre più distante dalla tradizionale matrice mafiosa, ma più vicina a configurazioni di impresa politico-criminale. A partire da tali presupposti, va profusa particolare attenzione al ruolo della dimensione economica nel caratterizzare le trasformazioni organizzative delle mafie.
Come è emerso in un’altra importante ricerca scientifica che ha affrontato in ottica comparata le presenze mafiose in sette regioni del Centro Nord (EmiliaRomagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto), la mobilità delle organizzazioni criminali avviene seguendo prevalentemente la “logica degli affari”, preferita alla “logica dell’appartenenza”. Quest’ultima mira ad assicurare la coesione interna, i legami di lealtà, il coordinamento e la cooperazione tra gli affiliati.
La logica degli affari, invece, predilige una razionalità strumentale, finalizzata a ottenere vantaggi e benefici materiali, soprattutto – anche se non esclusivamente – di tipo economico. In questo senso, la mobilità delle mafie privilegia il reinvestimento nei traffici illeciti e sempre più nell’economia legale, con la promozione di relazioni di collusione e complicità esterne, o innovazioni organizzative che comportano adattamenti e razionalizzazioni di risorse e competenze per offrire determinati beni o servizi oppure per presidiare determinati mercati.
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