Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza d'appello su Marcello Dell’Utri, del presidente del tribunale Raimondo Loforti, giudici Daniela Troja e Mario Conte


Il fatto che Dell'Utri nel 1984 si sia lamentato con Cinà per il comportamento assunto dai Pullarà che "tartassavano" Berlusconi (la decisione di Riina di estromettere i Pullarà dai rapporti con Dell'Utri sarà oggetto del paragrafo successivo riguardante il periodo 1983-1992) conferma che tali richieste erano state state incalzanti e vessatorie e che dunque non si erano mai arrestate. Il termine "tartassamento" indica proprio l'incalzare di richieste vessatorie mai interrotte e protratte nel tempo, che mettono a dura prova il destinatario.

Né può esprimersi alcun dubbio sulla legittimazione dei Pullarà a ricevere i pagamenti, considerato che costoro avevano iniziato la pressione sull'imprenditore addirittura prima della morte di Bontate. Deve a tal proposito rammentarsi che Siino, allorchè era m compagnia dello stesso Bontate, aveva sentito quest'ultimo confidargli che per la protezione accordata ai Berlusconi, i Pullarà lo stavano pressando oltre misura al punto di sradicarlo, togliergli le radici vitali ( gli stavano "tirando u radicuni").

La gestione dei Pullarà era, infatti, piuttosto fuori dalle regole di "cosa nostra" (Riina infatti li sostituirà con Cinà) ed era collegata a pretese economiche che, se da un lato avevano come corrispettivo la protezione dell'imprenditore milanese, dall'altro servivano al raggiungimento di loro interessi personali (a detta di Ganci i Pullarà intrattenevano rapporti con Dell'Utri ''per conto di una ditta milanese per cose di spettacolo").

Il fatto che i pagamenti a "cosa nostra" per la protezione di Berlusconi erano proseguiti senza interruzione e che Dell'Utri non aveva voluto interrompere il suo rapporto con gli esponenti mafiosi che ricevevano tali pagamenti e ciò anche nel momento in cui si era allontanato per andare a lavorare da Rapisarda, è emerso anche dalla dichiarazioni di Francesco Paolo Anzelmo uomo d'onore dal 1980, appartenente alla stessa famiglia mafiosa della Noce alla quale apparteneva il Ganci.

Alla fine del 1986, a seguito dell'arresto di Raffaele Ganci, Anzelmo era divenuto reggente del mandamento insieme all'altro figlio di Ganci, Domenico ("Mimmo''). Anche Anzelmo ha riferito di avere saputo da Raffaele Ganci che Cinà riscuoteva i soldi da Dell 'Utri e che quest'ultimo aveva intrattenuto dapprima rapporti con Stefano Bontate e in seguito dopo la morte di quest'ultimo, con i Pullarà (Anzelmo: "ho saputo da Mimmo Ganci .. , da Ganci Raffaele che lui si interessava a riscuotere dei soldi da Marcello Dell'Utri e che questi in passato aveva intrattenuto rapporti non meglio definiti con Bontate e Teresi, ripresi, dopo la morte di costoro, da Ignazio Pullarà. Questo so. So che erano stati vicini diciamo.

Che si conoscevano, che si frequentavano, per quali rapporti non lo so''). Anche il collaborante aveva saputo che Dell 'Utri in seguito si era lamentato con Cinà in quanto si sentiva tartassato da Ignazio Pullarà, uomo d'onore che aveva sostituito Bontate nella reggenza dellafamiglia di Santa Maria di Gesù.

(Difensore: "senta lei a domanda del Pubblico Ministero, ha parlato di rapporti con Bontate e Teresi. Mi vuole spiegare a quali anni lei si riferisce?"; Anzelmo:" Evidentemente prima dell'"81 quando poi Stefano Bontatefu ucciso. A me lo raccontò questo, Ganci Raffaele nel contesto di queste lamentele che portava Tanino Cinà''). Anzelmo non aveva saputo riferire, tuttavia, i motivi per i quali Dell'Utri si sentiva "tartassato " da Pullarà, ma evocando detto termine aveva confermato che l'imputato, anche dopo la morte di Bontate e durante la gestione dei Pullarà, gestiva il patto di protezione di Berlusconi. In relazione al periodo in esame hanno assunto particolare rilievo le dichiarazioni rese da Antonino Galliano, uomo d'onore "riservato", appartenente dal 1986 alla famiglia della Noce e nipote di Raffaele Ganci.

All'udienza del 19 gennaio 1998 Galliano ha ricostruito con precisione i pagamenti effettuati da Berlusconi fin dall'inizio, riferendo che subito dopo il primo incontro del 1974 i soldi versati da Berlusconi a "cosa nostra" erano consegnati a Gaetano Cinà che si recava presso lo studio di Dell 'Utri per riceverli. Cinà li consegnava a Stefano Bontate che li teneva per la propria famiglia: la somma era pari a 50 milioni di lire in due soluzioni.

Tutto ciò era avvenuto senza soluzione di continuità fino alla morte di Bontate (1981) ( Galliano: "Sin dal primo incontro Berlusconi decide di fare questo regalo alla mafia palermitana; P.M.: "Ho capito Questa somma per quello che lei ha appreso dal Cinà, da Gaetano Cinà veniva consegnata materialmente da chi a chi?"; Galliano:" .. cioè veniva consegnata prima allo Stefano Bontate. Poi dopo la guerra di mafia ... " (...) P.M.: "Materialmente questi soldi venivano ritirati per conto di cosa nostra da chi?" Galliano: "Da Gaetano Cinà nello studio di Marcello Dell'Utri"; P.M.: .. e si trattava, lei ha detto di 50 milioni all'anno in due soluzioni "; Galliano:"si"; P.M." venticinque l'uno"; Galliano:" Esatto") Dopo la morte di Stefano Bontate il denaro veniva consegnato da Dell 'Utri a Cinà che lo dava a Pippo Di Napoli.

Quest'ultimo lo faceva avere, tramite Pippo Contorno uomo d'onore della stessa famiglia, ad uno dei Pullarà che all'epoca era divenuto uno dei rappresentanti della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù (P.m: "poi quando la guerra di mafia viene ucciso Stefano Bontate e allora (..) questa dazione continua sempre da Dell'Utri a Cina ? "; Galliano:" Si"; P.M. : "e Cinà a chi li porta?": Galliano:" Li porta a Pippo Di Napoli che a sua volta Pippo Di Napoli li girava ad un uomo d'onore della famiglia di Santa Maria di Gesù che li portava al .. in quel periodo a Pullarà al rappresentante della famiglia'').

Le considerazioni fin qui svolte consentono di affermare - sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori Ganci , Anzelmo e Galliano, considerati attendibili dalla Corte di Cassazione, sul rilievo che si riscontrassero reciprocamente - che nel periodo compreso tra il 1978 ed il 1982 allorchè l'imputato aveva interrotto i rapporti professionali con Berlusconi per essere assunto alle dipendenze di Rapisarda, non vi è stata alcuna interruzione del pagamenti che anzi erano continuati senza soluzione di continuità con le stesse modalità che erano state contemplate nel patto originario: i soldi dunque, tramite Cinà, al quale Dell 'Utri li consegnava pervenivano a Stefano Bontate.

La morte di Stefano Bontate aveva determinato una successione dei rapporti facenti capo al reggente dellafamiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù al quale erano subentrati i Pullarà, che Dell 'Utri aveva riconosciuto come sua controparte e come successori di Bontate e Teresi nel patto concluso nel 1974. Orbene, rammentando ancora una volta che Dell'Utri - che quel patto aveva concluso - non ha mai mostrato alcun atteggiamento di distacco dall'associazione avendo mantenuto negli anni in cui s1 era allontanato dall'area berlusconiana, contatti continui con gli stessi soggetti con i quali il patto di protezione era stato concluso e che i pagamenti erano proseguiti senza soluzione di continuità da Berlusconi a "cosa nostra" senza che si sia registrato alcuna modifica nella "causa" del patto, deve concludersi affermando che il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso dunque è rimasto configurato sotto il piano obiettivo e materiale e anche soggettivo, manifestando la sua natura permanente.

In relazione all'elemento soggettivo deve rilevarsi che Dell'Utri infatti con la sua immutata condotta aveva mantenuto lo stesso elemento psicologico del reato, sapendo e volendo che "cosa nostra" rafforzasse il suo potere economico grazie alla sua intermediazione con l'imprenditore Berlusconi che aveva sempre continuato a pagare.

La continuità dei rapporti con " cosa nostra" e la medesima connotazione che detti rapporti avevano mantenuto, supportata dagli elementi probatori concreti ed inconfutabili già esposti nel periodo in esame è del resto coerente e logica con il dato definitivamente accertato della sussistenza dei pagamenti avvenuti "negli anni '80 e poco oltre" fino al 1992, sulla cui realtà oggettiva non è richiesta alcuna indagine atteso che la Corte di Cassazione ha demandato a questo Collegio, quale giudice di rinvio, unicamente "la questione del dolo" che avrebbe assistito la suddetta fase dei pagamenti.

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