Per quel che riguarda la ‘ndrangheta, le indagini, a partire da Infinito, hanno individuato l’esistenza di una ventina di locali, coordinate da una struttura denominata Lombardia, «un’organizzazione unitaria su base federale, costituita da più locali, secondo un modello di organizzazione e di rete non di carattere gerarchico o verticistico,[...]»
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta possono essere considerate ad oggi le regioni più esposte all’aggressione delle organizzazioni mafiose. In questi territori la presenza delle diverse cosche risale agli anni Sessanta e Settanta e oggi possono essere considerate aree di vera e propria colonizzazione mafiosa da parte della ‘ndrangheta, anche se non mancano significative presenze della camorra e di cosa nostra e delle diverse mafie straniere.
Un particolare rilievo deve essere necessariamente dato alla situazione della Lombardia, complessivamente la più preoccupante. In tutte le province la ‘ndrangheta riveste una posizione di vertice, anche se questa prevalenza non è mai sfociata in assoluta egemonia, di controllo territoriale secondo il modello tipico realizzato in Calabria, ma ha invece lasciato spazio all’operatività di altri sodalizi, italiani e stranieri, in forza di una sorta di “patto criminale” che permette lucrose attività illecite sia alla mafia siciliana che ai clan della camorra campana. Un forte e storico insediamento di cosa nostra gelese si riscontra nell’area sud del varesotto, in particolare nei dintorni del comune di Busto Arsizio, mentre un rilevante insediamento di camorra è stato registrato a Monza nel 2013 (operazione Briantenopea).
Per quel che riguarda la ‘ndrangheta, le indagini, a partire da Infinito (2010), hanno individuato l’esistenza di una ventina di locali, coordinate da una struttura denominata “Lombardia”, “un’organizzazione unitaria su base federale, costituita da più locali, secondo un modello di organizzazione e di rete non di carattere gerarchico o verticistico, come avviene in cosa nostra, dove il rimando alla ‘ndrangheta e alle sue tradizioni serve per garantire all’interno lealtà tra i membri e all’esterno adesione agli scopi per sorreggere l’efficacia del metodo intimidatorio” .
L’unitarietà della ‘ndrangheta lombarda, proiezione delle più feroci cosche della Calabria, è stata pienamente confermata dalla sentenza della Corte di cassazione del 4 giugno 2014, che ha segnato un vero spartiacque nella conoscenza di questa pervasiva e articolata realtà criminale. Ogni locale presente sul territorio lombardo deriva da un’analoga struttura presente in Calabria, all’interno di ciascun “locale” sono distribuite cariche e doti, che individuano la funzione e l’importanza degli affiliati all’interno dell’organizzazione e per definire le strategie e assegnare le cariche si svolgono veri e propri summit mafiosi definiti “mangiate”.
Nelle provincie di Milano e Monza Brianza si concentra il maggior numero di locali (dodici), ma anche il maggior numero di indagini, segno questo anche della particolare e incisiva attenzione che la DDA milanese ha da tempo dedicato al contrasto del fenomeno. Nelle provincie di Mantova e Cremona è stata riconosciuta la presenza di alcune ‘ndrine, in particolare provenienti dalla provincia di Crotone (Cutro, Isola Capo Rizzuto, Mesoraca).
Le regioni di Piemonte e Liguria presentano caratteristiche simili: una storica presenza di ‘ndrangheta che ha mantenuto a lungo un profilo piuttosto basso, concentrata principalmente nelle province di Torino, Imperia e, in misura minore ma comunque piuttosto rilevante, Genova. Anche in questi territori gli investigatori hanno individuato l’esistenza di diverse “locali” di ‘ndrangheta, proiezioni delle più importanti cosche della Calabria. Confermate nel caso piemontese dalla sentenza definitiva del 12 maggio 2016 relativa all’ultima tranche del procedimento “Minotauro” che ha riconosciuto l’esistenza di una federazione di locali, strutturalmente collegata con il “crimine” di Polsi, per lo più concentrate nella provincia di Torino.
È stata accertata la presenza di organizzazioni criminali legate al clan Greco a sua volta collegato al clan Grande Aracri di Cutro. Si è scoperto che un imprenditore della Val di Susa si avvaleva dei servizi di un gruppo mafioso per “risolvere” fisiologiche criticità nel percorso di aggiudicazione di una serie di appalti pubblici creando i presupposti per l’infiltrazione del sodalizio mafioso nella filiera delle imprese impegnate nei lavori della tratta Alta Velocità Torino-Lione, eventualità sventata dall’arresto dell’imprenditore.
In Liguria la ‘ndrangheta opera attraverso almeno nove locali tra Genova, Ventimiglia, Lavagna e Sarzana nonché articolazioni minori, individuate in Bordighera, Sanremo, Taggia, Diano Marina e nel savonese tra Albenga e Varazze. In una sentenza di condanna nei confronti di affiliati operanti nel ponente ligure, si descrive un’associazione con la capacità di condizionare l’operato di amministratori locali e di incidere sulle attività imprenditoriali di quelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico prevalente dell’intera area.
L’area portuale di Genova, interessata al traffico di stupefacenti e le aree di confine come appunto la provincia di Imperia, vede la compresenza di diverse organizzazioni criminali, italiane e straniere, attratte dalle possibilità di investimento, oltre che dalla favorevole posizione geografica che agevola i rapporti con i clan operanti in Francia e Spagna.
Alla Commissione è stato sottolineato il coinvolgimento di sindacalisti e lavoratori portuali nel traffico di stupefacenti controllato dalla ‘ndrangheta. Un fenomeno preoccupante, soprattutto alla luce della storica tradizione d’impegno sindacale e civile dei portuali genovesi, ritenuti anche per questo in grado di neutralizzare comportamenti criminali.
Costanti segnali di presenza della ‘ndrangheta arrivano infine dalla Valle d’Aosta, dove risiede una consistente comunità di origine calabrese, pari a circa il 30 per cento della popolazione, e dove il casinò di Saint Vincent ha rappresentato in passato un veicolo di riciclaggio molto appetibile. Elemento significativo è quello delle misure interdittive antimafie che, secondo lo statuto della Valle d’Aosta, sono di competenza del questore, e tra il 2015 e il 2017 ne sono state adottate sei.
È stata accertata la presenza sul territorio di esponenti di agguerrite cosche sia del mandamento ionico della provincia reggina che del mandamento tirrenico. In Valle d’Aosta ha scontato quattro anni di sorveglianza speciale con confisca dei beni, Nirta Giuseppe di San Luca, imputato nel procedimento “Minotauro” con plurimi precedenti per traffico di stupefacenti, assassinato a maggio del 2017 in Spagna, dove coltivava interessi imprenditoriali.
I rapporti tra Nirta e un imprenditore della regione sono stati oggetto di approfondimenti investigativi di cui l’imprenditore sarebbe stato avvertito proprio dal vertice della procura di Aosta. Sul territorio valdostano, inoltre, sono presenti esponenti delle famiglie Facchineri, Raso e Tropiano da San Giorgio Morgeto. I vertici delle forze dell’ordine hanno riferito di un substrato sociale favorevole a subire l’intimidazione mafiosa; il centro di ascolto contro l’usura ha ricevuto novanta segnalazioni, come per il reato di estorsione, ma non è stata registrata alcuna denuncia.
Dalle audizioni è, altresì, emerso che per risolvere una diatriba insorta tra famiglie di San Giorgio Morgeto e i Facchineri relativa alla gestione di un’estorsione è stato necessario inviare degli emissari in Calabria. e così pure per definire un’altra controversia su cui sono intervenuti esponenti di due note cosche mafiose della Piana di Gioia Tauro. Si tratta, a ben vedere, di modalità che chiamano in causa le gerarchie e la struttura decisionale della ‘ndrangheta che, in uno con i dati emersi dalle audizioni, depongono per una presenza non occasionale, non estemporanea, di cellule nient’affatto avulse dalla struttura unitaria e gerarchica dell’organizzazione mafiosa.
La Commissione ha potuto registrare le difficoltà di indagare in un territorio piccolo, nel quale gli ufficiali di polizia giudiziaria sono tutti conosciuti, con una notevole autonomia amministrativa (al presidente della regione a statuto speciale sono affidate funzioni prefettizie) in cui è molto forte il controllo sociale qui presente purtroppo sembra declinarsi quasi in un assorbimento “compiaciuto e volontario” della criminalità di tipo mafioso
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