Si è detto che le mafie sono cambiate, è mutato il loro agire criminale: il metodo mafioso è ora improntato ad una strategia di azione fondata sulla corruzione sostenuta da una riserva di violenza. D’altro canto, anche l’economia è in via di profondo cambiamento. Nel tempo sono andati sviluppandosi nuovi tipi di conoscenze tecnico-scientifiche (informatica, telecomunicazioni, eccetera) che hanno creato una nuova cultura, un nuovo modo di intendere l’impresa e di creare valore
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Nel corso della legislatura, la Commissione si è interrogata su quale oggi sia il rapporto tra mafia e economia, se, cioè, vi siano stati mutamenti significativi negli ultimi anni in questa relazione tra i due sistemi che certamente non è nuova, atteso che già nel 1982, con l’approvazione della legge Rognoni-La Torre, veniva introdotto nel nostro ordinamento penale il reato di cui all’articolo 416-bis dove il controllo delle attività economiche era ed è una delle tipiche finalità dell’associazione di tipo mafioso.
In altre parti della presente Relazione, si è detto che le mafie sono cambiate, è mutato il loro agire criminale: il metodo mafioso è ora improntato ad una strategia di azione fondata sulla corruzione sostenuta da una riserva di violenza.
D’altro canto, anche l’economia è in via di profondo cambiamento. Nel tempo sono andati sviluppandosi nuovi tipi di conoscenze tecnico-scientifiche (informatica, telecomunicazioni, eccetera) che hanno creato una nuova cultura, un nuovo modo di intendere l’impresa e di creare valore.
È nata una nuova economia dove il mercato perde sempre di più le sue connotazioni merceologiche e materiali e si trasforma in rete multimediale attraverso la quale è teoricamente possibile vendere e acquistare in qualsiasi parte del pianeta. In questo contesto, anche il ruolo dei professionisti risente del nuovo quadro generale.
È un’economia dove, peraltro, si sta facendo sempre più largo l’uso di “valute virtuali”, come i bitcoin, come improprio strumento di pagamento delle transazioni.
È un’economia, inoltre, che ha scontato nel nostro Paese, come in altri, una lunga congiuntura sfavorevole, con crisi di liquidità delle imprese e restrizione del credito bancario, che ha decimato il sistema produttivo, sebbene ora in lenta ma progressiva ripresa. Atteso, dunque, il mutamento tanto nelle mafie quanto nell’economia, anche le relazioni tra i due sistemi sono suscettibili di una variazione rispetto al passato.
Economia illegale, area grigia e il “capitale sociale” delle mafie: gli imprenditori e i professionisti Nell’ambito dell’economia non osservata, le scienze sociali distinguono la componente di economia “sommersa” (violazioni fiscali e contributive, pagamento non regolare dei lavoratori, violazioni di tutte quelle norme dettate per regolare la concorrenza) dall’“economia criminale”, ovvero l’insieme delle ricchezze ottenute attraverso la commissione di reati violenti o appropriativi con contenuto economico. Si tratta di reati che, in considerazione dei soggetti che li commettono, per il loro contenuto e per le tecniche utilizzate, sono riferiti direttamente a un’impresa economica o a un’attività professionale.
Si tratta, per esempio, delle attività riconducibili ad attività illecite quali il traffico di stupefacenti e di armi, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando, l’estorsione, l’usura, il gioco d’azzardo, la contraffazione di prodotti, il traffico di oli minerali, l’acquisizione di appalti in violazione di norme di legge, reati contro il patrimonio, reati societari e altri. In realtà, vi sarebbe pure una terza componente, da distinguere rispetto all’economia criminale, nella quale andrebbero attratte le attività economiche solo apparentemente legali e che nascondono un retroscena di illegalità, sia perché i titolari effettivi sono riconducibili alla criminalità sia perché i capitali impiegati hanno origine delittuosa.
A questo ambito appartengono non solo le “imprese mafiose” propriamente dette, cioè quelle che hanno origine o sono finanziate da capitali mafiosi e che capitalizzano la forza di intimidazione dell’associazione criminale, ma anche le “imprese a partecipazione mafiosa”, cioè quelle che, una volta sorte nella piena legalità, hanno successivamente subìto una compartecipazione mafiosa oppure hanno più semplicemente spalancato le porte all’ingresso di un socio mafioso.
L’impresa a partecipazione mafiosa, dunque, non sempre presuppone l’esercizio di un’azione violenta, ma talvolta è il frutto di una reciprocità di scopi, quelli dell’imprenditore senza scrupoli e quelli mafiosi. È un tipo di struttura economica che, apparendo estranea all’ambiente criminale, ben si presta ad essere utilizzata come impresa di servizio degli interessi dell’esponente mafioso di turno, in primo luogo come mezzo per investire in modo pulito i propri capitali.
Molteplici sono le modalità e gli strumenti attraverso cui il capitale mafioso incontra, si mescola e si occulta in quello legale, tuttavia sommariamente riconducibili a due ipotesi: l’interposizione di un prestanome oppure l’intervento diretto del mafioso ma non formalizzato. In entrambi i casi la presenza degli interessi mafiosi tende a rimanere nascosta di fronte a tutti gli interlocutori dell’impresa, salvo che non si renda necessario, in alcune situazioni, ad esempio per il recupero di crediti, esternare la reale riconducibilità dell’impresa ad interessi mafiosi.
Talvolta lo schema di occultamento può essere più complesso. Può verificarsi che la partecipazione sia schermata da una lunga catena societaria, in cui sono interposte società fiduciarie, anche estere, società offshore con azioni al portatore, o con la segregazione del capitale in un trust. In tutti i casi lo scopo è quello di occultare o comunque ostacolare l’identificazione del titolare effettivo della partecipazione.
La globalizzazione, le maggiori possibilità di comunicazione, i nuovi strumenti legali e finanziari rendono il panorama sempre più complesso e facilitano l’occultamento e la dissimulazione delle vere realtà. Economia legale e illegale nel mercato finiscono per confondersi e per coesistere nella reciproca accettazione; se le leggi penali che regolano l’economia vietano formalmente alla criminalità di entrarvi, non altrettanto vale per i meccanismi che ne regolano il funzionamento.
L’improvvisa accelerazione della storia negli ultimi decenni, attraverso la globalizzazione, l’unificazione monetaria degli Stati della Unione europea, la stessa crisi economica, hanno modificato gli equilibri macroeconomici e politici all’interno dei vari Stati, e in Italia, in particolare, nel rapporto tra l’economia del nord del Paese e quella del Mezzogiorno.
I cambiamenti hanno inciso sensibilmente non solo sulla società legale ma anche su quella illegale. Si registra un processo all’interno dell’universo mafioso l’affacciarsi di nuove mafie - nuove non come organizzazioni ma come modo di “fare mafia” - che risultano ora più che mai in grado di intercettare e soddisfare una crescente domanda di prestazioni di servizi illegali da parte delle imprese.
In un mutato contesto economico - caratterizzato da una congiuntura sfavorevole, accesa competizione, restrizione del credito, riduzione dei profitti - l’impresa tende a diventare sempre più eticamente e socialmente “irresponsabile”, non esitando ad alimentare una domanda di servizi illegali se questi sono ritenuti decisivi per incrementare i profitti, abbattere i costi, recuperare crediti o risolvere problemi di liquidità con l’iniezione di nuovo capitale.
Le mafie diventano così delle vere e proprie agenzie di servizi illegali per le imprese, pronte come sono a mettere a disposizione dell’economia all’occorrenza il proprio capitale di relazione con i poteri, la riserva di violenza e non ultimo il capitale di ricchezze illecitamente accumulate. In cambio, le mafie non si accontentano quasi mai di ricevere denaro a saldo delle prestazioni illecite fornite ma trovano più vantaggioso maturare un “credito” nei confronti dell’imprenditore, da esigere all’occorrenza.
Accade, poi, che l’imprenditore, anche il più riluttante, debba cedere al metus del mafioso che impone all’azienda proprie scelte, funzionali alle strategie criminali dell’organizzazione, che spesso non coincidono con quelle d’impresa.
Rientrano in questo ambito pratiche quali l’imposizione di guardianie e l’assunzione di personale imposto dall’organizzazione criminale nell’ambito delle loro strategie di rafforzamento del consenso sociale, l’imposizione di determinati fornitori - vicini al clan - che risultano meno competitivi o che forniscono merce di qualità scadente rispetto agli standard usuali dell’azienda e, infine, l’intromissione anche nelle scelte gestionali e che risultano palesemente incoerenti con le strategie dell’impresa causando così medio tempore un riflesso negativo sulla produttività dell’impresa.
Questo mutamento dell’atteggiarsi dell’impresa è coerente con quanto osservato dalla magistratura antimafia circa un allarmante e ancor più generalizzato “mutamento del rapporto della società civile con la criminalità mafiosa”, dove si assiste ad “una caduta verticale della riprovazione sociale nei confronti del fenomeno e la conseguente utilizzazione dei ‘servizi’ offerti dalle organizzazioni criminali o dai singoli associati”.
Le mafie, in sintesi, diventano parte dell’ambiente esterno dell’impresa con cui essa si relaziona. Accanto ai clienti, ai concorrenti, ai fornitori, agli azionisti e agli enti pubblici, le organizzazioni criminali diventano a pieno titolo anch’esse stakeholder dell’impresa.
L’“irresponsabilità” delle imprese (che si pone in piena antitesi alle forme di responsabilità sociale delle medesime) si nutre, poi, di fenomeni di “illegalità debole” come l’evasione fiscale e contributiva, pratiche sotterranee spesso diffuse proprio nei settori di penetrazione delle cosche; pratiche che rendono necessaria, anche a imprenditori inizialmente lontani da ogni contatto con le cosche, la ricerca di strumenti di riciclaggio dei proventi in nero o l’adozione di forme di contabilità opache.
© Riproduzione riservata

