Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.


A parere di questa Corte, per fare chiarezza sulla questione in esame occorre risalire ai pochi punti processualmente certi.

Una ricostruzione ancorata alla datazione come “rettificata” da Brusca, mentre anticipa troppo i tempi della trattativa tra Ciancimino e i carabinieri (e lo stesso giudice di prime cure finisce per ritenerla inattendibile), perviene al risultato di far corrispondere l’inizio dell’iter esecutivo al momento in cui deve in effetti ritenersi - sulla base delle risultanze acquisite nei processi celebrati sulla strage Borsellino e non inquinate dalle false propalazioni di Vincenzo Scarantino - che abbia avuto concreto inizio l’operazione via D’Amelio: e cioè fine giugno primissimi giorni di luglio.

Già Cancemi collocava alla fine di giugno la riunione in casa di Guddo Girolamo in occasione della quale egli ebbe contezza che Riina aveva fretta di eliminare Borsellino (“Faluzzo — dice — a responsabilità è mia — dice — ‘ne la piglio io, hai capito? La responsabilità è mia”; e uscendo da quel colloquio, il GANCI avrebbe commentato: “questo ci vuole consumare a tutti”, alludendo proprio alla decisione di procedere all’omicidio del dott. BORSELLINO, come CANCEMI dedusse da ulteriori discorsi).

Spatuzza ha reso dichiarazioni che, raccordate con risultanze più certe, consentono di datare ai primi di luglio il furto della Fiat 126 che fu poi tenuta in un garage per essere poi portata nell’officina in cui furono fatti gli ultimi lavori all’impianto dei freni.

Il dato certo è che il 10 luglio venne sporta da Pietrina Valenti formale denuncia di furto dell’auto intestata alla madre (D’Aguanno Maria). La denunciante asseriva che le era stata rubata la notte prima; ma sentita dagli inquirenti e poi al dibattimento del primo processo sulla strage ricordava perfettamente che si era recata a sporgere denuncia la domenica mattina, ma aveva dovuto tornare successivamente perché la caserma era chiusa, essendo domenica.

Sennonché il 10 luglio era un venerdì, e quindi se il furto fosse avvenuto la notte prima, cioè il 9 luglio, non si spiegherebbe il ricordo di essersi recata in caserma a sporgere denuncia la domenica mattina. E tuttavia la donna riferiva anche di essersi rivolta ad un conoscente, Salvatore Candura perché desse voce nel quartiere per farle trovare l’auto. E il Candura confermò la circostanza e ammise di avere convinto la Valenti ad attendere qualche giorno prima di sporgere denuncia (circostanza confermata anche da Valente Luciano, fratello di Pietrina).

È quindi più che probabile che il furto sia avvenuto la settimana prima, e precisamente nella notte tra il 4 luglio — che era sabato — e il 5 luglio; e che la donna recatasi in caserma a porgere la denuncia e, alla richiesta dei carabinieri di tornare in un giorno non festivo, e prima di formalizzare la denuncia, si sia rivolta al Candura perché l’aiutasse a recuperare l’auto; e avrebbe quindi atteso qualche giorno, come lo stesso Candura ha ammesso di averle suggerito, prima di recarsi nuovamente dai carabinieri. D’altra parte, Spatuzza nel rievocare con comprensibile approssimazione a distanza di tanti anni quelle circostanze, conserva il ricordo di alcune complicazione che certamente ritardarono l’espletamento dell’incarico che gli era stato conferito da Giuseppe Graviano tramite Fifetto Cannella.

In sostanza, quando gli fu dato, la mattina del sabato precedente alla strage, l’incarico di rubare le targhe da apporre alla Fiat 126 per consentirne lo spostamento in via D’Amelio, vi provvide lo stesso giorno (con la complicità di Orofino Giuseppe, presso cui era ricoverata per riparazioni l’altra Fiat 126 di proprietà di Sferrazza Anna, da cui vennero asportate le targhe). Invece, per il furto dell’auto passarono alcuni giorni rispetto al momento in cui gli era stato dato l’incarico.

Spatuzza non era un ladro d’auto e allora dovette chiedere l’autorizzazione ad avvalersi di Tutino Vittorio, più esperto di lui in materia. Inoltre, si pose un problema di competenza, perché voleva essere certo di potere effettuare il furto in qualsiasi pane del territorio di Palermo, anche fuori del mandamento di Brancaccio. Si rivolse quindi a Cannella che a sua volta dovette interpellare Giuseppe Graviano. E passò qualche giorno prima di avere la risposta. E solo allora Spatuzza poté concordare con il Tutino il giorno in cui vedersi per andare a rubare un’auto del tipo richiesto.

Deve quindi convenirsi con la conclusione cui sono pervenuti i giudici del Borsellino quater — che peraltro si riportano a risultanze già acquisite nel corso dei precedenti processi sulla strage di via D’Amelio, annotate nelle sentenze versate anche agli atti di questo processo -secondo cui l’incarico di Giuseppe Graviano a Gaspare Spatuzza per rubare una Fiat 126 può senz’altro collocarsi alla fine del mese di giugno 1992.

Anche se alcuni dei preparativi, come il collaudo dei telecomandi effettuato in località Case Ferreri dietro il Sigros di Palermo, di cui ha riferito, per avervi preso parte, il collaboratore di giustizia Giovanbattista Ferrante, furono compiuti molto più a ridosso del 19 luglio (Sabato li luglio, come il Ferrante aveva detto deponendo al Borsellino ter; o, come ha dichiarato in questo processo, una settimana o dieci giorni prima della strage).

E c’è un’altra risultanza che ci viene dalle pagine dei processi celebrati sulla strage di via D’Amelio, e che non è stata scalfita dalle revisioni dei giudicati a seguito delle verità emerse in relazione al depistaggio attuato con le sue false propalazioni dal sedicente pentito Vincenzo Scarantino.

La scelta del luogo e del giorno (la domenica) non lii né casuale né estemporanea, ma dovette essere preceduta da un’accurata attività di pedinamento e di osservazione degli spostamenti abituali del magistrato, che condusse gli assassini a individuare il luogo più propizio in cui piazzare l’autobomba in via D’Amelio, dove era ubicata l’abitazione non della madre del dott. Borsellino, ma della sorella Rita, presso la quale la madre soleva stare, in genere, nei fine settimana: quando appunto il dott. Borsellino si recava in via D’Amelio per fare visita all’anziana madre.

Tale attività preparatoria deve avere richiesto diverse settimane (come in effetti sembrerebbe evincersi dalla pur scarne dichiarazioni rese al riguardo in particolare da Galliano Antonino), come si evince dal passaggio che segue della sentenza nr. 29/97 della Corte d’Assise di Caltanissetta: (c.d. “BORSELLINO ter”, pagg. 244-246): «Da quanto finora esposto si possono già trarre alcune conclusioni circa le valutazioni che gli attentatori devono aver compiuto per la progettazione dell‘azione stragista. in rapporto alle abitudini del magistrato e all‘individuazione del luogo più adatto per colpirlo, posto che verosimilmente l’attentato al magistrato venne preceduto da uno studio delle sue abitudini di vita e delle misure di protezione che erano state adottate per proteggerlo.

Gli spostamenti tra l’abitazione e 1‘ufficio erano abituali ed avvenivano sempre negli stessi orari; tuttavia l’effettuazione dell’attentato lungo il percorso era ostacolata dal fatto che l’itinerario seguito per lo spostamento veniva continuamente variato:

dunque, 1‘incertezza sul percorso che il magistrato avrebbe compiuto avrebbe comportato l‘utilizzo di un numero di uomini maggiore di quello altrimenti necessario ed avrebbe anche incrementato il rischio di un fallimento dell‘impresa, senza considerare che l‘esecuzione nei punti di partenza e di arrivo del percorso (l‘abitazione e il palazzo di giustizia) sarebbe stata ulteriormente ostacolata dall‘esistenza di «zone rimozione» e dalla presenza continuativo di agenti di scorta.

Questi ultimi fattori negativi incidevano anche stilla possibilità di eseguire l’attentato lungo il percorso tra l’abitazione e la chiesa, che oltre tutto era assai breve e quindi, facilmente controllabile.

Al contrario, nell’estate del 1992 la frequentazione da parte di Paolo BORSELLINO dell‘abitazione di Villagrazia di Carini non poteva considerarsi abituale e dunque l’esecuzione di un attentato in quel luogo o lungo il percorso che il magistrato avrebbe seguito per recarvisi non doveva apparire attuabile.

La frequentazione da parte di Paolo BORSELLINO dell‘abitazione della madre, invece, si prestava allo scopo avuto di mira dagli attentatori: infatti, le visite avevano un carattere di abitualità nella giornata di domenica, quando ella risiedeva di solito dalla figlia Rita nella sua casa di via D’Amelio e tale abitudine era sicuramente osservabile da parte del vicinato o da chi avesse studiato gli spostamenti del magistrato.

Invece, non si poteva dire altrettanto delle visite che il dott. BORSELLINO compiva alla madre quando questa risiedeva dalla figlia Adele, ossia, durante il periodo in esame, nei giorni fèriali. Invero, anche se la signora LEPANTO soleva trascorrere periodi di tempo più lunghi in casa di quest‘ultima, è stato accertato che le visite del magistrato alla madre durante i giorni feriali non avvenivano con regolarità. In via D’Amelio, nello spazio antistante l’ingresso del condominio al civico 19, ove risiedeva la signora Rita BORSELLINO con la sua famiglia, non era stata istituita una “zona rimozione”. Verosimilmente, tali considerazioni sono state alla base della scelta ditale luogo per I ‘uccisione del magistrato».

Il dato dell’abitualità delle visite in via D’Amelio, nei fine settimana, per andare a trovare la madre, a fronte dell’incertezza delle visite a casa dell’altra sorella, che avveniva durante i giorni feriali, ma non con regolarità, conferma che lo studio delle abitudini della vittima e dei suoi spostamenti più abituati deve essersi protratta per diverse settimane.

Ebbene, la sentenza impugnata ha totalmente omesso di confrontarsi con le risultanze sopra richiamate, nello sforzo di dimostrare non solo che vi fu una brusca accelerazione dell’iter esecutivo della strage di via D’Amelio; ma anche che tale accelerazione ivi dovuta a uno specifico evento sopravvenuto dopo la strage di Capaci: un evento nuovo, non previsto e di tal portata da stravolgere il programma criminoso di Riina, e sopravvenuto poco prima del 19 luglio, tanto da indurre Riina a stoppare altri progetti omicidiari già in fase avanzata di esecuzione (come l’attentato a Mannino, di cui ha parlato Brusca, che però nella datazione degli eventi rettificata rispetto alle sue prime dichiarazioni, colloca pur sempre lo stop a giugno) e dare ordine ai suoi uomini di attivarsi per eseguire l’attentato a Borsellino nel giro di pochi giorni.

Lo stesso Riina avrebbe infatti confermato, in alcune delle conversazioni, intercettate a sua insaputa, con il co-detenuto Lo Russo, che la strage fu studiata alla giornata, e attuata, nella sua concreta esecuzione — poiché la condanna a morte di Borsellino risaliva invece a diverso tempo prima — nel giro di pochi giorni. (v. intercettazione del 6 agosto 2013: “..ma non era stato, non era studiato da mesi, studiato alla giornata...”; intercettazione del 20 agosto2013: “..Arriva chiddu... ma subitu... subitu! Eh... Ma rici...macara u secunnu? E vabbè, poi ci pensii io.. ramni un pocu ri tempu ca.”; intercettazione del 29 agosto 2013: ... e chiddu... chiddu dopudumani dici... Mai (Inc.) ma... “Fai... fa (Inc.)

Ma che la strage Borsellino possa essere stata decisa, organizzata e attuata nel volgere di pochi giorni e a seguito di un evento imprevisto quale la sollecitazione al dialogo pervenuta a Riina proprio in quei giorni, attraverso il canale Ciancimino-Cinà, e proveniente da quelli che lo stesso Riina aveva motivo di credere fossero emissari di organi di governo, o rappresentanti dello Stato appare frutto di una chiara forzatura di tutti i dati disponibili.

L’operazione via D’Amelio ha inizio alla fine di giugno ‘92, nel senso che a quella data è già in itinere, con l’incarico a Spatuzza di rubare la Fiat 126 da utilizzare come autobomba: e ciò significa che era stata già stabilita questa modalità di esecuzione, e, d’altra parte, erano già disponibili sia i telecomandi necessari per comandare l’ordigno a distanza (Biondino aveva provveduto a procurare cinque coppie di telecomandi e Ferrante ne aveva sentito parlare fin da marzo) sia l’esplosivo, che era stata “lavorato” (da Spatuzza) insieme a quello utilizzato per la strage di Capaci.

D’altra parte, volendo prestare fede al racconto di Brusca, nella versione rettificata, lo stop al progetto già in fase avanzata di uccidere Mannino gli sarebbe stato impartito nel mese di giugno (e dobbiamo fare uno sforzo per sorvolare, come s’è visto, sul persistente contrasto con la narrazione di La Barbera e sulla diversa datazione del “fermo” indicata dallo stesso Brusca nelle sue prime dichiarazioni).

E sempre alla fine di giugno lo stesso Cancemi — che neppure il giudice di prime cure si sente tuttavia di poter assumere come riscontro rassicurante all’attendibilità della ricostruzione che si ricaverebbe dal racconto di Brusca — colloca l’episodio della riunione a casa di Guddo in cui Riina avrebbe manifestato, parlandone con il fido Raffaele Ganci, la fretta di procedere all’eliminazione del dott. Borsellino. (E per inciso, se si prestasse fede alle rivelazioni di Cancemi, se ne dovrebbe inferire una traiettoria ricostruttiva degli eventi che condurrebbe molto lontano dall’ipotesi che la fretta di Riina traesse origine dall’essere venuto a conoscenza della “trattativa”, o meglio della proposta di trattativa, perché la lettura che ne offre lo stesso Cancemi è tutt’altra).

Si può comunque affermare che Riina al più tardi nell’ultima decade di giugno abbia dato disco verde all’esecuzione della decisione - già adottata peraltro diversi prima — di uccidere il magistrato che dopo Falcone era il simbolo della Lotta alla mafia e ne aveva preso anche in tale veste il testimone.

Ma se così è, il collegamento che si vorrebbe contestare con la sollecitazione al dialogo rivolta dai carabinieri del Ros ai vertici mafiosi per il tramite di Ciancimino, anche prescindere dalle legittime perplessità suscitate dalle ondivaghe datazioni di Giovanni Brusca, non appare compatibile con i tempi di svolgimento dei contatti instaurati, prima dal solo De Donno e poi dal De Donno insieme a Mori, con l’ex sindaco di Palermo.

Non parliamo ovviamente dei tempi descritti dai due ex ufficiali del Ros (e tanto meno della datazione di Ciancimino che sarebbe troppo spostata in avanti, a dire degli stessi ex ufficiali odierni imputati, laddove afferma di avere deciso solo dopo la strage di via D’Amelio di accettare la richiesta del capitano De Donno di incontrarlo; e di avere successivamente incontrato anche il colonnello Mori), che sono molto lontani da uno svolgimento conforme a quello che si vorrebbe — in sentenza — asseverare.

Ma non si può nascondere — come si vedrà in proseguo — che la stessa testimonianza della Ferraro non consente di dare per provato che a cavallo del 23 giugno 1992 il capitano De Donno avesse già incontrato Ciancimino, e non fosse piuttosto in procinto di incontrarlo proprio in quei giorni. E tanto meno può inferirsene la prova che vi fosse stato già un primo incontro di Mori con Ciancimino.

Parimenti deve dirsi per la testimonianza di Fernanda Contri: la sua impressione che gli incontri di Mori con Ciancimino fossero un’iniziativa in fieri può lasciare il tempo che trova, come semplice impressione personale. Ma è certo che lo stesso Mori nel fargliene cenno, le fece intendere che si trattasse di un approccio preliminare, senza nulla di definito e men che meno con dei primi risultati concreti.

E quindi, in quell’ultima decade del mese di giugno cui, come s’è visto, risale l’inizio dell’iter esecutivo della strage, l’interlocuzione dei carabinieri con Ciancimino, ammesso che fosse a sua volta iniziata, doveva essere ancora in una fase embrionale, tanto da potersi escludere che i carabinieri avessero già scoperto le carte e detto chiaramente a Ciancimino che volevano che si facesse da tramite con i vertici di Cosa nostra per sondarne la disponibilità ad allacciare un dialogo per far cessare le stragi.

E tanto meno può credersi che Ciancimino avesse avuto già il tempo di informarne prima il Cinà, e attraverso quest’ultimo — che, non va dimenticato, in un primo momento non si prestò a fare da tramite come da lui stesso ammesso, salvo poi ripensarvi (come sostiene Vito Ciancimino, che parla al riguardo di un ritorno di fiamma delle persone a cui si era rivolto e che inizialmente avrebbero irriso alla sua richiesta).

Il punto di frizione tra la versione rettificata proposta da Brusca per gli incontri con Riina vertenti sulla vicenda del papello e le vecchie e nuove risultanze in ordine ai contatti tra Vito Ciancimino e gli ufficiali del Ros nella sua prima fase - e cioè quella sfociata nella proposta da recapitare ai vertici mafiosi di avviare un dialogo - attiene ai tempi di svolgimento della trattativa; o, più esattamente, al momento in cui si può ritenere che Riina abbia avuto contezza del fatto che uomini dello Stato si era fatti sotto per trattare. E, a cascata, se e, in caso affermativo, quando fece avere ai suoi interlocutori istituzionali, o quanto meno a Ciancimino perché li recapitasse ai destinatari, le richieste compendiate nel famoso “papello”.

La proposta di trattativa o di sondare la disponibilità ad intavolare un negoziato, che fu avanzata esplicitamente da Mori, poteva essere presa in considerazione da Ciancimino solo se avesse avuto l’avallo di un autorità superiore a quella di un capitano dei carabinieri (come il comandante del Ros, poiché Mori non mancò di fare sapere a Ciancimino che Subranni era il suo superiore e che gli avrebbe portato i suoi saluti, con ciò lasciando chiaramente intendere che la sua iniziativa era o sarebbe stata condivisa dal Comandante del Ros).

Ecco perché, dopo avere accettato o addirittura dopo essere stato lui stesso a sollecitare a De Donno la partecipazione diretta di Mori ai loro colloqui, Ciancimino pretese altresì di poter fare i loro nomi a quella che apostrofava come “l’altra sponda”.

Ed ecco perché diventa decisivo stabilire il momento della discesa in campo di Mori per rivolgere a Vito Ciancimino l’invito a fare avere ai vertici mafiosi (ma non si può parlare con questi signori?) la sollecitazione ad avviare un dialogo finalizzato a fare cessare le stragi: e, conseguentemente, potere stabilire se Riina ne abbia potuto esserne informato prima della strage di via D’Amelio.

E qui deve convenirsi con il rilievo formulato nella sentenza impugnata, che segnala come i tre protagonisti di quei contatti abbiano fatto a gara per spostare in avanti quel momento, allontanandolo in particolare dalla strage di via D’Amelio, sia pure con un taglio diverso. Infatti, sia Ciancimino che De Donno sembrano attribuire un rilievo dirompente a quel tragico evento, che avrebbe indotto De Donno a forzare i tempi e la mano a Ciancimino - chiedendogli se fosse disposto a incontrare Mori, per alzare il livello della loro interlocuzione e della posta in palo — e avrebbe indotto Ciancimino, per l’orrore che gli aveva suscitato, ad accettare di ricevere il De Donno (25 agosto) per sentire cosa intendesse proporgli e subito dopo ad incontrare Mori (1° settembre), con quel che ne segui. Mentre Mori glissa completamente su quell’evento.

Tutte le fonti esterne al terzetto predetto, che la sentenza si preoccupa di compulsare per trarne riscontri utili a comprovare anche i tempi di svolgimento della trattativa intrapresa attraverso i contatti con Vito Ciancimino, non dicono nulla o non forniscono elementi che possano dare certezza di una diversa datazione, tale da spostare indietro nel tempo, e in particolare al periodo compreso tra la strage di via Capaci e la strage di via D’Amelio, il momento topico di quella trattativa.

A parte Massimo Ciancimino, che per la sua inaffidabilità non può far testo, e le testimonianze di Liliana Ferraro e di Fernanda Contri, di cui si è già fatto cenno, vanno riesaminate al riguardo le dichiarazioni di Cancemi e Giuffré; nonché le testimonianze dell’avv. Giorgio Ghiron e di Giovanni Ciancimino. Mentre, per le ragioni illustrate dallo stesso giudice di prime cure, non può far testo la deposizione dell’altro figlio, parimenti avvocato, Roberto Ciancimino perché della vicenda sarebbe venuto a conoscenza, per avergliene parlato suo padre, la prima volta, solo nel mese di settembre, ovvero circa due mesi dopo la strage di via D’Amelio. Sicché Roberto Ciancimino può solo confermare che a quella data — cioè a settembre — un’ipotetica trattativa fosse già pendente e in fase avanzata.

Corroborano la prova che Riina fu informato della sollecitazione proveniente da uomini dello Stato a “trattare” e autorizzò tale trattativa, ossia autorizzò Ciancimino a sentire cosa avessero da chiedere i carabinieri e a farsi latore della sua risposta. Tale prova si ricaverebbe già dalle dichiarazioni di Brusca e Cancemi, ma inevitabilmente soffrirebbe delle criticità che investono l’attendibilità delle loro propalazioni, se ad esse non si aggiungesse il puntello di un’autorevole conferma qual è quella proveniente dal Giuffré. Riina viene informato dell’invito a far conoscere le sue richieste (e quindi viene informato solo dopo che Ciancimino ha avuto da Mori in persona la conferma della ragione per la quale lo avevano contattato), e autorizza Ciancimino a “trattare”, cioè a farsi latore della sua risposta e ad attendere un riscontro dalla controparte.

Ma il dubbio e il cruccio di Giuffré, stando al suo racconto, era che Ciancimino avesse di propria iniziativa avviato contatti con i carabinieri, ovvero avesse accettato di incontrarli (anche più volte) senza esserne previamente autorizzato. E Provenzano, stando sempre al racconto dell’ex boss di Caccamo, avrebbe fugato tale dubbio e la conseguente preoccupazione del Giuffré, dicendogli appunto che quei contatti erano stati autorizzati e che Ciancimino stava trattando con i carabinieri perché era in missione per conto di Cosa nostra.

In ogni caso, le dichiarazioni di Giuffré nulla dicono in ordine ai contenuti dell’interlocuzione avviata attraverso i contatti di Ciancimino, debitamente autorizzati, con i carabinieri; né consentono di stabilire a quale stadio del suo sviluppo fosse giunta la “trattativa”. Ma, giusta l’ipotesi adombrata sulla probabile dislocazione temporale della confidenza fatta da Provenzano, se ne dovrebbe inferire che Provenzano fosse convinto che la missione di Ciancimino non era finita, ma era ancora — a marzo del 1993 - in pieno svolgimento, nonostante che, nel frattempo, fosse intervenuta la cattura di Riina. E quindi è lecito dubitare, già per la portata dirompente di un evento che sconvolgeva gli scenari precedenti, che la missione predetta si identificasse con quella a suo tempo autorizzata da Riina.

I ricordi di Cancemi

Colloca a giugno del 1992 e qualche settimana dopo la strage di via Capaci l’episodio della riunione ristretta di Riina alla villa di Guddo con alcuni capi tra quelli a lui più vicini (Biondino e Raffaele Ganci) nel corso della quale Riina sventolò un foglietto in cui erano appuntate una serie di questioni, invitando i presenti ad aggiungere eventuali loro richieste; e diede ampie rassicurazioni che sarebbero andate a buon fine, perché sarebbero state recapitate a persone degne della massima fiducia (Berlusconi e Dell'Utri) che si sarebbero fatto carico di farle accogliere. La prima volta ne parla nell’interrogatorio reso alle procure di PA e CL il 23 aprile 1998 (v. pag.1573-1574 della sentenza); e poi lo ripeterà in pubblica udienza al Borsellino bis, udienza 4.04.2001.

Al dibattimento di I grado del processo sulla strage di Capaci (udienze del 19 e 20.04.1996) Cancemi ammette di avere avuto colloqui informali con il Mar. Scibilia e altri carabinieri del Ros, proprio nel periodo più travagliato del suo sofferto percorso collaborativo. In particolare, a Scibilia avrebbe confidato che c’erano delle cose che ancora non aveva detto e intendeva rivelare ai giudici (cfr. pag. 66 del verbale udienza del 20.04.1996).

Non è allora azzardato ipotizzare che Cancemi si sia deciso a rievocare l’episodio della sollecitazione di Riina ad aggiungere eventuali ulteriori richieste a quelle che lui aveva già annotate — per farle avere a chi, suo dire, sarebbe stato in grado di farle accogliere — non solo per le remore a fare i nomi di Berlusconi e Dell'Utri come terminali delle rivendicazioni di Cosa nostra, ma anche perché della trattativa avevano riferito in pubblica udienza, appena pochi mesi prima e cioè nel gennaio del 1998, Giovanni Brusca e gli ufficiali del Ros, cioè del reparto che, surrogando il servizio centrale di protezione, gestiva di fatto la sicurezza del Cancemi.

Questi si sentiva quindi affrancato da ogni remora a fare rivelazioni che potessero risultare imbarazzanti o compromettenti per i suoi “tutori”.

Ma, detto questo, è evidente che la trattativa che, sia pure con dichiarazioni tardive e non immuni dal sospetto di contaminazione con conoscenze acquisita nel frattempo dalle cronache di altri processi, Cancemi lascia intravedere, è distonica rispetto a quella desumibile dal “combinato disposto” delle rivelazioni di Brusca sul papello e di quelle di Mori e De Donno, unitamente alle dichiarazioni di Vito Ciancimino sui contatti intrapresi nei giorni o nelle settimane successive alla strage di Capaci. Diverse gli intermediari, diversi gli ipotetici terminali e nessun cenno ad un possibile ruolo di Vito Ciancimino; e diversa era anche la cornice strategica delle stragi, perché, a dire di Cancemi, attraverso queste azioni il Riina voleva sfiduciare coloro che all’epoca erano in sella; e si riprometteva di portare al potere Berlusconi e Dell'Utri, risultato questo che avrebbe rappresentato un bene per tutta Cosa nostra.

In sostanza, secondo la lettura di Brusca le stragi avrebbero costretto lo stato a venire a patti, sia pure creando le premesse per nuovi scenari politici: secondo la lettura di Cancemi, invece, le stragi dovevano servire a destabilizzare il quadro politico e istituzionale per favorire l’ascesa al potere di nuove forze nuovi soggetti che si sarebbero fatto carico di realizzare quelle riforme che stavano a cuore ai mafiosi; e da questi stessi soggetti sarebbe venuta non già la sollecitazione ad avviare un dialogo per far cessare le stragi, ma al contrario un input o un incoraggiamento ad attuare la strategia stragista per raggiungere i rispetti obbiettivi.
Non si può escludere ovviamente che in quel periodo tempestoso si fossero attivati più tavoli di trattativa e che fossero in corso più d’una partita per il sovvertimento o la stabilizzazione degli assetti politico-istituzionali. Ma in ogni caso, la “trattativa” che CANCEMI colloca nel mese di giugno e dopo la strage di Capaci, ma prima di quella di via D’Amelia, poco o nulla c’entra con quella riferibile alle rivelazioni di BRUSCA e alla trattativa CIANCIMINO-ROS. Insomma, ancora una volta le dichiarazioni di CANCEMI, sui temi più sensibili e che qui interessano, sono più fonte di dubbi e incertezze che di risposte probanti.

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