Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci delle motivazioni della sentenza di secondo grado sul processo Montante


Il presente giudizio, che prende origine dalle indagini a carico di Antonello Montante in ordine ai suoi rapporti con esponenti delle famiglie mafiose di Caltanissetta, ha comunque ad oggetto reati diversi da quelli inizialmente ipotizzati, tutti emersi e alcuni anche scaturiti a seguito delle reazioni e delle contromisure, adottate dall'imprenditore, mentre si adoperava per accreditarsi come esponente di vertice e ispiratore morale del gruppo di industriali promotori di un serrato contrasto alle infiltrazioni mafiose nel territorio e nel mercato.

Secondo la ricostruzione contenuta nella sentenza di primo grado, Montante era riuscito ad assumere una posizione di potere in Confindustria, grazie al suo prospettato impegno antimafia, dissimulando la sua pregressa vicinanza alle cosche locali, accusando invece di tali connivenze coloro che avevano già dei ruoli nelle organizzazioni imprenditoriali o nelle società partecipate dalla Regione Siciliana.

Tale opera mistificatoria poteva essere minacciata dalla collaborazione di Dario Di Francesco, di cui si ebbe notizia nel corso dell'anno 2014, e poi dalla pubblicazione sul quotidiano "La Repubblica" nel febbraio 2015 di ampie indiscrezioni sulle indagini in corso a suo carico presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta a seguito delle dichiarazioni di costui e di altri collaboratori.

Dopo la pubblicazione sui quotidiani "La Sicilia" e "Giornale di Sicilia" della notizia della collaborazione di Dario Di Francesco, Alfonso Cicero, all'epoca presidente dell'IRSAP, e già da tempo legato da un rapporto di collaborazione e di devota adesione alle iniziative e alle strategie di Montante, lo aveva informato con una mail del 16.9.2014.

Con un'altra mail Montante aveva risposto ringraziandolo per gli articoli inviatigli ma gli aveva comunicato il suo convincimento che "su questo pentimento Di Vincenzo e i suoi pseudo legali hanno un ruolo di finanziatori".

Cicero in quel periodo costantemente comunicava a Montante notizie e articoli di stampa sulle vicende giudiziarie e sull'attività antimafia, accompagnandole spesso con propri commenti e attendendo quelli dell'imprenditore al quale mostrava di conoscere un ruolo di leadership in un'ideale squadra posta a presidio della legalità.

Divenuto successivamente uno dei suoi accusatori, Cicero aveva ricostruito, in un suo memoriale e nei verbali di dichiarazioni ai p.m., i suoi successivi incontri con il Montante, che voleva convincerlo che bisognava diffidare delle dichiarazioni di Di Francesco, perché poteva essere lo strumento dei suoi avversari per propalare notizie false e congiurare contro di lui. Per questo lo aveva convocato e aveva iniziato ad esercitare pressioni su di lui perché facesse dichiarazioni in varie sedi istituzionali in favore dell'impegno antimafia di Montante in particolare contro la cosca di Di Francesco.

Di una presunta congiura ai danni dell'imprenditore di Serradifalco parlava un esposto anonimo del 2.10.2014 inviato alla Direzione nazionale antimafia e all'avv. Marcella Panucci di Confindustria, che la difesa di Montante produsse in sede di procedimento di riesame avverso il provvedimento di sequestro emesso a seguito della perquisizione presso la sua casa nel gennaio 2016; essa sarebbe stata ordita nel corso di tre incontri tra Di Vincenzo e l'avv. Gioacchino Genchi avvenuti tra il 17 e il 18 settembre 2014.

Il GUP riteneva inattendibile il documento e lo considerava di un'impostura di Montante nei confronti dei suoi nemici, visto che egli aveva parlato della possibile congiura a Cicero già prima delle date in cui sarebbero avvenuti i presunti incontri tra Di Vincenzo e Genchi e che nell'esposto venivano citati solo i soggetti sui quali risulterà che egli aveva raccolto dati riservati.

Montante, infatti, aveva attivato la sua rete di complici che gli consentivano di accedere alle banche dati della polizia per ottenere informazioni sul neo collaboratore.

Il primo referente di questa rete era Diego Di Simone Perricone; già appartenente alla Polizia di Stato, era stato assunto dalla "Aedificatio s.p.a." su segnalazione di Montante; tale società svolgeva servizi di sicurezza in favore di Confindustria nazionale.

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