Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


I lavori della Commissione hanno consentito di acquisire dati la cui elaborazione può dare conto plasticamente delle tendenze recenti e delle principali trasformazioni occorse nel fenomeno mafioso.

Pur non trascurando le differenti dimensioni territoriali, organizzative, economiche e sociali che connotano le varie organizzazioni criminali di stampo mafioso, l’elemento che le accomuna rimane il metodo, che assume tuttavia una nuova fisiognomica e che per questo rende necessario un mutamento nei criteri di riconoscimento e di contrasto del fenomeno.

Si registra come elemento costante e consolidato in tutti i territori e in tutte le organizzazioni la riduzione progressiva delle componenti violente e militari del metodo mafioso. Esse cedono il passo alla promozione di relazioni di scambio e collusione nei mercati illegali e ancor più legali.

L’individuazione delle condotte riconducibili alle organizzazioni mafiose, come tali pericolose e meritevoli di adeguata risposta sanzionatoria, diventa quindi più complessa e comporta una rimeditazione degli strumenti descrittivi dei comportamenti illeciti.

Ma ancor più questa evoluzione impone un ripensamento delle politiche antimafia mirato maggiormente ai “fattori di contesto”, ovvero alle condizioni politiche, sociali ed economiche che favoriscono la genesi e la riproduzione delle mafie, in uno scenario in cui risultano sempre più stretti gli intrecci tra criminalità mafiosa, corruzione, criminalità economica e dei colletti bianchi.

Se quindi il fronte di una nuova più consapevole prevenzione diventa irrinunciabilmente strategico, d’altro canto anche l’utilità degli strumenti repressivi va valutata con attenzione censendone le concrete utilità e gli insuperabili limiti.

L’attività repressiva e la battaglia contro le mafie: i risultati ottenuti e i conseguenti adattamenti delle organizzazioni criminali

Negli ultimi decenni sono stati inferti dei colpi notevolissimi alle organizzazioni mafiose, come mai era avvenuto in tutta la storia precedente, dall’unità d’Italia in poi. I due gruppi mafiosi più significativi, quello corleonese e quello casalese, sono stati fortemente indeboliti.

Colpi importanti sono stati inferti alle ‘ndrine calabresi in ogni parte d’Italia. E anche nel centro-nord, dopo alcuni decenni di negazionismo e di sostanziale indifferenza alla penetrazione mafiosa in quei territori, il contrasto militare e giudiziario è divenuto costante. Ciò è stato reso possibile da alcune fondamentali condizioni.

La prima riguarda l’atteggiamento complessivo delle forze dell’ordine e della magistratura. La storia delle mafie è la storia di una lunga impunità garantita da magistrati e da funzionari dello Stato che non le avvertivano come un pericolo per le istituzioni o come mere attività illegali, e che anzi ne sottolineavano l’utilità nella lotta a quei banditi e criminali che invece non erano “riguardosi” verso le istituzioni.

Nei tempi più risalenti la magistratura verosimilmente era parte importante di quel sistema di potere che non ha saputo contrastare le mafie. Il tutto va al di là di una mera collusione o di semplice corruzione, ma si può probabilmente parlare di “visione comune delle cose”.

Il campo dell’antimafia oggi è invece monopolizzato in gran parte dai magistrati. Si parla spesso di un iperprotagonismo dei giudici, ma non era affatto così fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Lo storico Salvatore Lupo ha osservato giustamente che si è sviluppato un processo di distacco della giovane magistratura dal potere; grazie alla scolarizzazione di massa che sottrae il reclutamento ai tradizionali canali riservati alla possidenza fondiaria e alla classe dei grandi professionisti; grazie all’applicazione seppur tardiva del dettato costituzionale, che dà alla magistratura prima, al singolo magistrato dopo, un’autonomia della quale mai l’una e l’altro avevano goduto nel passato; grazie alla dimensione stessa dei problemi, che scuote e mobilita le coscienze. E fu grazie alle novità intervenute nella magistratura che si produssero analoghe novità anche nella Polizia e nei Carabinieri.

Quindi la rottura dell’impunità storica dei mafiosi è stato il primo fatto epocale nella storia della lotta alle mafie. Ed è una delle cause che hanno costretto le stesse a cambiare radicalmente strategia. Insomma la ristrutturazione in seno alle diverse organizzazioni mafiose esprime proprio la risposta che esse tentano di opporre all’azione repressiva costante dello Stato.

Cioè la ristrutturazione mafiosa dimostra la forza, l’entità e la profondità della repressione. La seconda novità epocale che interviene nel campo della lotta alle mafie è il cambiamento della percezione del mafioso nella pubblica opinione, e in particolare la progressiva perdita di consenso culturale nella società meridionale nel suo complesso.

Anzi, si può dire che a una più efficace e duratura azione repressiva ha contribuito indubbiamente un maggiore isolamento delle mafie dal contesto culturale e sociale in cui operano. La scolarizzazione di massa, la modernizzazione dei costumi, la cultura urbana, e anche il ruolo della RAI prima e dei mezzi di comunicazione di massa poi, hanno sempre più accentuato la rottura di quel continuum tra comportamenti criminali e contesto culturale e sociale del loro insediamento.

La stessa presenza di un così gran numero di collaboratori di giustizia è anch’essa a suo modo espressione di tale rottura. La società meridionale nel suo insieme, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento, non rappresenta più un contesto amico, non ostile o indifferente alla criminalità. I mafiosi sono stati costretti a cambiare perché è cambiata la società attorno a loro.

Oggi il consenso alle mafie si radica in modo particolare anche negli ambienti che debbono il loro benessere o la loro sopravvivenza alle attività economiche che ruotano intorno a esse. Com’è normale che avvenga in tutti i campi in cui in varie parti del mondo interi settori della società sanno di dovere la propria sopravvivenza ad attività illecite o criminali.

Per un lungo periodo storico la percezione che la società meridionale aveva delle mafie non coincideva affatto con il concetto di criminalità. Si poteva essere mafioso senza sentirsi e sembrare delinquente, e senza esser considerato tale dalla stragrande parte dei concittadini.

Oggi mafia e criminalità coincidono, un mafioso è innanzitutto un assassino e un criminale, ma questo cambiamento di percezione è un fatto recente, degli ultimi decenni. E d’altra parte fino al 1982 essere mafioso non era reato; lo era solo se il mafioso commetteva delle specifiche azioni delittuose.

Rimane tuttavia che le mafie restano uno dei principali fattori di arretratezza del Mezzogiorno e che, in assenza di durature politiche di sviluppo e del lavoro, il progressivo aumento delle disuguaglianze, da tempo in atto, continuerà a fare il gioco delle mafie, alimentato anche da atteggiamenti giustificatori che non avrebbero più motivo d’essere. Non può essere trascurato a tal riguardo anche il cambiamento della posizione della Chiesa Cattolica verso il fenomeno mafioso, che fino al recente passato era stata caratterizzata da silenzio, non avversione e - in tanti casi - di aperto sostegno locale ai mafiosi.

Negli ultimi anni la comunità cattolica italiana, nel suo insieme, ha sempre più consapevolmente assunto la gravità del fenomeno mafioso come propria preoccupazione. Un cambiamento che si era manifestato attraverso varie prese di posizioni della CEI, tra cui importanti quelle del 2010, ed è culminato nella presa di posizione di Papa Francesco.

Nel 2014 in Calabria il Pontefice ha pronunciato la parola “scomunica” nei confronti dei mafiosi (“I mafiosi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”) dopo che per decenni e decenni questa parola era stata bandita dal linguaggio dei vertici della Chiesa nei confronti degli stessi. Bergoglio è stato il primo Papa a farlo in questi termini, usando esplicitamente l’espressione “scomunica”.

Così come è incontrovertibile che nessun Papa prima di Giovanni Paolo II aveva preso posizioni pubbliche contro le mafie. Cioè, nessun Papa italiano (tutti italiani prima di Karol Wojtyla) aveva parlato di mafie in un suo discorso, in una sua omelia, in un suo libro prima del 1994, a più di un secolo e mezzo dalla nascita delle mafie in Italia.

Ed è significativo di questo cambiamento che l’intera Commissione parlamentare antimafia sia stata ricevuta il 21 settembre 2017 in una udienza speciale in Vaticano dal Papa che ha pronunciato un discorso importante, a cui si farà più volte riferimento nella presente Relazione, in cui la Commissione si è riconosciuta pienamente.

Mai ciò era avvenuto per nessuna delle precedenti Commissioni antimafia. Ci vorranno forse ancora degli anni per rendere effettivo il distacco totale dei preti che operano in territori di mafia, come dimostrano varie processioni guidate da mafiosi, funerali religiosi speciali o comunioni e benedizioni impartite anche a dei latitanti mafiosi, ma la strada è tracciata, ed è quella mostrata da don Giuseppe Puglisi, da don Giuseppe Diana e da don Italo Calabrò con il valore profetico delle loro opere e della loro vita.

Va preso atto che tanti sacerdoti in diversi quartieri dominati dalle mafie svolgono una straordinaria opera sociale, culturale e perfino economica per contendere bambini, ragazzi e giovanissimi al reclutamento mafioso. E a volte questa vera e propria azione missionaria in terre di mafia si svolge nella totale assenza delle istituzioni

statali e comunali e del volontariato non religioso. Se la battaglia culturale contro le mafie è, dunque, in gran parte vinta, resta da combattere quella che attiene al rapporto delle mafie con le istituzioni politiche e amministrative, e ancora di più quello con l’economia. Su questi fronti la partita è del tutto aperta.

È nel livello politico-economico che va rimarcata una presa notevole della potenza e della durata del fenomeno mafioso. Perché le mafie sono diventate, nonostante la repressione, protagoniste di una parte dell’economia italiana e internazionale.

Il consenso culturale, ridottosi in ambienti popolari, lo hanno riconquistato nelle élite imprenditoriali di diversi settori economici; il consenso è passato dal basso della società alle élite. Il minore ricorso alla violenza che si registra (che non riguarda, però, i clan di camorra napoletana) dimostra la volontà di adeguarsi al mondo degli affari dove l’uso permanente della forza è di per sé antieconomico. E gli investimenti nei settori legali si stanno dimostrando meno rischiosi di quelli illegali, dove invece capita che più si investe e più ci si scontra con l’aggressività armata dei competitori.

Ma da quelle ripetute difficoltà, da quelle impasse, da quella caduta del loro consenso sociale, economico e politico, le mafie sono riuscite a tirarsi fuori e a ripresentarsi sempre più forti e aggressive. E questa fuoriuscita dalle difficoltà (e dal possibile ridimensionamento storico del proprio ruolo) non è avvenuta solo grazie alla propria forza di reazione, cioè solo a qualità insite nell’organizzazione.

Pur essendo le mafie formazioni duttili, elastiche, flessibili, decisive sono state alcune condizioni esterne, di contesto storico, politico e sociale che hanno consentito alla loro versatilità di sperimentarsi e tramutarsi in capacità di adattamento. Senza queste opportunità storiche le mafie non avrebbero avuto in sé la forza di sopravvivere ai tempi nuovi che sembravano di volta in volta metterle fuori gioco. La forza delle mafie non è intrinseca all’organizzazione, ma è esterna a essa.

La modernità delle mafie consiste nel fatto che esse si svincolano dalle condizioni storiche che le hanno prodotte e diventano un metodo, il metodo mafioso, che consiste nell’uso della violenza come arricchimento e potere attraverso le relazioni politiche, sociali ed economiche, in qualsiasi epoca. Il metodo mafioso è, dunque, la capacità della violenza di influire sui gangli vitali dell’economia, della società e della politica, di fare della violenza (esercitata o minacciata) un “instrumentum regni”.

Ciò che sembrava una arcaicità (la violenza del potere e il potere della violenza) è diventata parte della modernità. Le mafie si trovano a loro agio nel moderno perché la modernità ha inglobato pienamente la forza della violenza come accesso al potere e alla ricchezza. Con le mafie l’arcaicità ha dimostrato di avere futuro. Spesso si attribuisce questa capacità delle mafie di adeguarsi ai tempi e di sfruttare le nuove opportunità, alla loro duttilità, alla loro elasticità, cioè alle straordinarie capacità soggettive dei mafiosi.

È chiaro però che non esiste una lucida strategia soggettiva dei mafiosi per guidare o addirittura anticipare i cambiamenti. Non c’è un cervello criminale unico che indirizzi i mafiosi fuori dalle difficoltà in cui si trovano quando “cambiano i tempi”.

Semplicemente i mafiosi di volta in volta sono costretti a cambiare in rapporto alla risposta che le istituzioni le riservano e al tempo stesso approfittano del fatto che il loro metodo trova nuova legittimazione nella società, che nei suoi vari cambiamenti non ne riduce l’utilità. Insomma, i cambiamenti delle mafie sono necessitati dalle risposte repressive delle istituzioni e al tempo stesso sono sollecitate dalle nuove possibilità che ad esse si presentano. Non, dunque, una lucida strategia evolutiva.

Tutto ciò che si verifica nell’universo mafioso è frutto della necessità e delle opportunità. Come ogni organizzazione umana di potere, le mafie non sono strutture statiche, e hanno una capacità di influenza che va ben al di là del loro mondo.

Le mafie sono cambiate, ma la loro identità è sempre legata al raggiungimento di potere e ricchezza attraverso l’accorto uso della violenza. E questa loro “virtù” è sempre più usata anche in contesti non tipicamente criminali. Il metodo mafioso ha avuto un successo al di là dei meri confini delinquenziali. Mafia è dunque adattamento della violenza che porta al potere e alla ricchezza alle condizioni storiche mutate. Se ne trova un esempio nell’espansione delle mafie nel centro-nord dell’Italia.

All’inizio è stata una necessità dovuta al bisogno di fuggire dagli avversari o di sottrarsi alla cattura da parte delle forze dell’ordine. Infatti possiamo considerare l’espansione nel centro-nord anche un tentativo di uscire da varie difficoltà incontrate sul proprio territorio.

Ma la presenza fisica di per sé non può essere motivo sufficiente per il successo delle mafie in nuovi territori. Ha funzionato, invece, un incontro di interessi tra criminalità mafiosa e criminalità economica centro-settentrionale, tra domanda e offerta di merci e servizi illegali, tra convenienza di prezzi offerti da imprenditori mafiosi a imprenditori legali alla ricerca di ogni mezzo per competere.

I casi di imprenditori in affari con le mafie per ragioni di competitività delle loro aziende sono tanti, non possono più rientrare nella definizione di “accidente”, ma in quello di “sostanza”. È impressionante la disponibilità degli imprenditori a entrare in relazioni con i mafiosi pur sapendo con chi hanno a che fare, sulla base di semplici valutazioni di convenienza.

In un contesto diventato sempre più difficile e competitivo, una schiera crescente di imprenditori sta cercando forme di adattamento di tipo collusivo con il potere politico locale e con il potere mafioso. Il successo aziendale è più importante del rispetto delle regole e si sottrae a qualsiasi preoccupazione morale a cui cittadini normali si sentono vincolati.

Il mercato prevale sul diritto, e azioni imprenditoriali discutibili possono essere spiegate e giustificate sulla base di esigenze di competitività. Ci sono sempre “buone cause” per relazionarsi con le mafie. In definitiva, non esistono territori o settori immuni alle mafie in presenza di una impressionante domanda di servizi e di prestazioni illegali.

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