Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


I casi di infiltrazione criminale mettono in luce come l’antimafia possa essere considerata anche una variabile che le mafie hanno accettato e che provano a inquinare con modalità diverse a seconda dei contesti socio economici. Attilio Bolzoni, ha ricordato i molti processi in cui imputati di associazione mafiosa gridavano “la mafia fa schifo!

Quello slogan era una battuta che piaceva tanto anche ai mafiosi. Erano finiti i tempi in cui quella parola, ‘mafia’, a Palermo e in Sicilia non si pronunciava mai. Al contrario, gli uomini d’onore di cosa nostra esibivano pubblicamente la loro antimafiosità. Provavano già allora a infiltrarsi nelle associazioni antiracket, organizzavano convegni e a volte erano i primi a sponsorizzare manifestazioni contro cosa nostra…”.

Ma l’analisi di Bolzoni, costruita a partire dalle sue esperienze di inviato, è particolarmente severa sull’altro tema: l’antimafia come rete di potere, carriera, autolegittimazione, impunità sociale. La vicenda di Confindustria Sicilia appare in questo senso emblematica.

Il “nuovo corso”, inaugurato nel 2007 con la presidenza di Ivan Lo Bello, aveva rappresentato un momento di coraggiosa rottura con i vecchi assetti di potere che avevano portato ai vertici dell’associazione soggetti in affari con le organizzazioni mafiose.

La lotta alla mafia diventava un tema qualificante e si declinava in un percorso impegnativo, con l’adozione di codici etici che consentissero la selezione degli operatori liberi da condizionamenti mafiosi e seriamente intenzionati a esercitare la loro impresa osservando le norme di legge e le regole del mercato, l’espulsione di tutti gli associati che mantenessero contatti con esponenti mafiosi, l’incentivazione delle denunce delle estorsioni e dei comportamenti illeciti, la collaborazione delle associazioni di categorie con le istituzioni per frapporre ostacoli ai tentativi di penetrazione mafiosa attraverso la stipula di protocolli, la costituzione di tavoli di coordinamento, la creazione di black e di white list che avrebbero agevolato i controlli sui soggetti da ammettere a finanziamenti o ai quali aggiudicare lavori pubblici.

La Commissione ha audito in più occasioni il vicepresidente nazionale di Confindustria Ivan Lo Bello e il presidente di Confindustria Sicilia (ora Sicindustria), nonché delegato nazionale per la legalità, Antonello Montante, per approfondire il ruolo svolto dall’associazione nella lotta alle mafie, sia sul piano nazionale che regionale.

Quella stagione fu favorita anche da un ciclo positivo dell’economia locale, che vede sinergie importanti con Addiopizzo, Libero Futuro e l’antiracket di Tano Grasso e la collaborazione con la magistratura, ma che in realtà non riesce a incidere in maniera duratura sul ruolo di regolazione sociale che la mafia continua a svolgere nel sistema economico siciliano, come dimostrano i numerosi procedimenti penali che si susseguono a carico di imprenditori, alcuni dei quali rivestivano ruoli rilevanti nelle associazioni di categoria e si presentavano all’opinione pubblica come paladini della legalità.

L’accertamento dei fatti che riguardano le accuse ad Antonello Montante consentirà di chiarire meglio l’evoluzione del fenomeno. Si tratta infatti di capire se il cambio di passo nei rapporti anche economici con ambienti mafiosi possa essere stato funzionale a recidere legami pregressi (pur senza espressamente ammetterli) oppure possa essere stato funzionale a continuare ad approfittarne, occultandoli sotto la facciata dell’impegno antimafia. Oppure se questi legami siano stati prefigurati surrettiziamente o surrettiziamente utilizzati perché insorgessero attività investigative a carico di soggetti impegnati per la legalità e perché nel corso di queste investigazioni essi potessero essere screditati

In entrambi gli scenari entra in gioco lo scambio deformante tra mafia e antimafia, con un processo che finisce per appannare la credibilità di tutto il campo dell’antimafia, anche chi si comporta in modo onesto e disinteressato. La delegittimazione si produce anche quando l’antimafia viene considerata come “una risorsa della politica”.

E in Commissione sia nel corso dell’audizione di Maria Carmela Lanzetta, già Ministro degli affari regionali e delle autonomie, sia in occasione delle audizioni dell’avvocato Antonio Fiumefreddo, amministratore unico di Riscossione Sicilia Ardizzone, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, e di Giovanni, è stato possibile misurare l’ambiguità di scelte e posizioni pubbliche che avevano cercato legittimazione sventolando le bandiere della legalità.

Sulle ambiguità che possono caratterizzare il rapporto tra istituzioni e associazioni antimafia, appare significativa la riflessione del vicepresidente di Confindustria Lo Bello, che ascoltato nelle sede dell’ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, all’avvio dell’inchiesta, ha affermato: “L’altra questione – c’è un rischio reale su questo fronte – è che l’antimafia possa diventare potere (questo è un tema) e che lo possa diventare a prescindere anche dalla consapevolezza del potere.

Questo è il quadro. In generale, ci può essere il potere in sé dell’associazione antimafia o il rapporto con il potere, che in larghissima parte riguarda fattori non negativi, ma che, secondo me, è un errore. Io credo da sempre nel ruolo della società.

Nel nostro Paese manca il ruolo della società. Il ruolo della società deve avere una caratterizzazione molto diversa dal ruolo delle istituzioni, che hanno il potere nel senso nobile del termine”.

Una crisi culturale

Al di là delle singole vicende e dei diversi gradi di appropriazione indebita delle bandiere della legalità, e sempre evitando generalizzazioni, diverse sono le analisi sulla crisi di stanchezza e credibilità che ha investito l’antimafia e il cui spirito originario appare a molti dei suoi stessi protagonisti appannato.

Una spiegazione va cercata probabilmente nella difficoltà di leggere l’evoluzione del metodo mafioso e i nuovi fenomeni criminali. Ne ha parlato il professor Lupo, secondo il quale il fronte dell’antimafia continua a pensare con le categorie del passato, come se avesse sempre di fronte la cosa nostra stragista ed eversiva “mentre la guerra è finita, quella mafia non c’è più (…) La guerra è finita non perché nel nostro Paese non ci sia più la criminalità organizzata e neanche perché siano venuti a mancare i composti della mafia, ovvero il contatto tra criminalità, cattiva politica e cattivo business (…) La guerra non c’è perché non ci sono i morti per le strade, il numero dei morti ammazzati in questo Paese è drasticamente diminuito, il Mezzogiorno sta nella media nazionale, in Sicilia si ammazza meno gente che in Lombardia (…) I delitti eccellenti non si vedono più, magistrati uccisi con esplosioni non ne abbiamo visti e Dio voglia che non ne vedremo”.

L’antimafia con lo sguardo rivolto all’indietro, “come se niente fosse successo” perpetua l’identificazione manichea e ideologica tra antimafia e società civile, “favorisce un’aura di sacralità che non aiuta e induce a creare rendite di posizioni morali che con il realismo dei fatti e la politica hanno poco a che vedere, e soprattutto rinchiudono il dibattito in barriere infrangibili”.

Secondo lo storico siciliano, questa antimafia non avrebbe compreso che “La mafia non è più quella di allora, non è detto che quella di ora sia meno pericolosa ma di sicuro non si potrà combattere con lo stesso sistema, anche perché un movimento che si irrigidisce e tende a istituzionalizzarsi come tutte le strutture che istituzionalizzano a sua volta pone dei problemi”.

Un’antimafia sempre più preoccupata di avere riconoscimenti e potere e quindi “sempre pronta con la retorica a ricordare e a santificare i suoi eroi, ma soprattutto a non restare con le tasche vuote”, piuttosto che continuare ad essere una voce scomoda di denuncia civile, inquieta coscienza morale che interpella il Paese sul terreno della giustizia e delle libertà.

Le posizioni espresse dal professor Lupo e altri esponenti storici, che si sono fatti carico anche di un ritorno alle motivazioni originarie del movimento, individuano un limite culturale reale, che ha certamente influito sullo spaesamento critico di questi anni e sui ritardi dell’antimafia a comprendere che le mafie non sono un mondo a parte ma parte del nostro mondo. E se la crisi dell’antimafia è prima di tutto una crisi culturale, occorre anche sottolineare che le mancate verità sulla stagione delle stragi sono certamente uno dei fattori oggettivi che alimenta il ritardo culturale di una certa antimafia.

Il bisogno di giustizia non può essere sommariamente liquidato come l’ossessione di pochi, ma corrisponde a una necessità morale e politica di cui il Paese si deve far carico e al quale anche la Commissione ha cercato di corrispondere offrendo un proprio contributo.

Dalla delega a pochi alla responsabilità di tutti Se la crisi di spaesamento è prima di tutto una crisi di cultura, è possibile rimotivare le ragioni dell’antimafia ripartendo e ripensando il ruolo positivo svolto dal movimento e in particolare dalle sue storiche associazioni. Un ruolo che è stato anche di supplenza nei confronti dello Stato e dei cittadini.

Il movimento civile e sociale dell’antimafia ha affrontato, nel bene e nel male, problemi e difficoltà che le istituzioni pubbliche non vedevano o non erano in grado di gestire, ha sostenuto le fragilità e la solitudine di molti territori, si è fatta carico della debolezza del valore della legalità per troppi italiani.

Di fatto, l’impegno per la legalità è stato a lungo delegato alle associazioni antimafia sulle cui spalle sono state caricate troppe responsabilità che invece devono essere ripartite e condivise meglio. Il rispetto della legalità non può essere delegato al professionismo di generose minoranze dell’antimafia. Professionalità, competenze e organizzazione sono indispensabili ma vanno messe al riparo dall’autoreferenzialità per diventare risorse di sistema e condivise, strumenti di una consapevolezza più diffusa e popolare.

Nella lotta alle mafie c’è bisogno di tutti, come ha spesso ricordato il Presidente della Repubblica serve “una moltitudine di persone oneste, competenti, tenaci e di una dirigenza politica e amministrativa capace di compiere il proprio dovere”.

L’antimafia “è un problema di coscienza e di responsabilità. Non può e non deve essere una carta di identità che uno tira fuori a seconda delle circostanze”. Anche la legalità, secondo don Ciotti, è “una bandiera che ci hanno rubato” che rischia di diventare “un idolo svuotato di significato”, anche perché in molti hanno scelto una versione “malleabile e sostenibile”.

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