Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.


Nei giorni 18,19 e 21 maggio – e quindi appena due giorni prima della strage di Capaci – Borsellino rilascia una lunga intervista al giornalista francese Fabrizio Calvi (che lo aveva conosciuto tramite il Consigliere Rocco Chinnici e poi l’aveva incontrato nuovamente nel 1989, ricevendone indicazioni e notizie utili per il suo libro inchiesta “Vita quotidiana della mafia dal 1950 ad oggi”, edito da Rizzoli).

L’intervista viene registrata con l’ausilio di una troupe televisiva di cui fa parte anche il regista produttore Jean Pierre Moscardo, (celebre per avere realizzato le ultimi immagini fumate della precipitosa fuga degli americani da Saigon nel 1975, nonché per il film documentario “Charter per l’inferno, sul fenomeno della droga e relativo indotto illecito); e avrebbe dovuto andare in onda sull’emittente televisiva francese Canal plus nell’ambito del docufilm di cui era autore il predetto Moscardo sugli affari della mafia.

L’intervista verteva sulla ricostruzione della marcia di avvicinamento di Cosa nostra ai circuiti dell’alta finanza, cominciata nei primi anni ‘70 quando si pose il problema di riciclare e reinvestire l’enorme massa di denaro provento soprattutto del narcotraffico gestito da Cosa nostra. In questa vicenda un ruolo importante sarebbe stato ricoperto da Vittorio Mangano, che tramite Marcello Dell’Utri era stato assunto alle dipendenze di Silvio Berlusconi, all’epoca imprenditore milanese in ascesa.

E Borsellino si soffermava sui trascorsi criminale del Mangano, precisando però che, quanto ai rapporti con Berlusconi era una vicenda di cui non si era occupato e quindi non si sentiva autorizzato a dire nulla, essendoci indagini in corso («Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla... so che c’è un‘inchiesta ancora aperta»).

Pur insistendo nella necessità di astenersi da riferimenti a nominativi specifici, sul fenomeno generale dell’evoluzione di Cosa nostra nel senso di una progressiva penetrazione nei circuiti dell’economia legale, per l’esigenza di gestire una massa enorme di capitali di provenienza illecita, Borsellino dichiara che «questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente per questa ragione cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

E alla domanda se trovasse normale che Cosa nostra si interessasse a Berlusconi, rispondeva: «È normale che il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente, questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale ad un certo punto della stia storia si è trovata di fronte, è stata portata ad una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare tino sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

Quanto a Mangano, già da due decadi operava a Milano ed aveva attività commerciali, sicché «è chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa nostra, in grado di gestire questi rapporti».

L’intervista si chiudeva con la consegna di alcuni fogli consultati nel corso della stessa, ricavati dalla stampa del file contenuto nel computer del magistrato e in essi comparivano i nomi dei personaggi citati (Mangano, Dell'Utri, Berlusconi, Rapisarda, Alamia). Alla domanda su quando sarebbe finita l’inchiesta ancora aperta di cui aveva fatto cenno, Borsellino rispondeva: «Entro ottobre di quest’anno».

Ebbene, il docufilm di Moscardo non sarà mai realizzato per motivi a tutt’oggi non del tutto chiariti. L’intervista invece venne pubblicata in Italia, ma solo due anni dopo, nel marzo del 1994, in un lungo reportage de L’Espresso (“Borsellino, il testo dell‘intervista, Un cavallo per Marcello”: cfr. produzione documentale del pm). Né vi sono elementi per ritenere che Cosa nostra ne fosse venuta a conoscenza in tempo reale, o comunque prima che, a dire di Brusca, lui stesso ebbe modo di leggere quel reportage su L’Espresso.

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