Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Se si ripercorre anche sommariamente la storia degli ultimi trent’anni ci si rende conto che questo atteggiamento di diffidenza e fastidio verso l’antimafia risale nel tempo. Anzi, si potrebbe dire che la “fine dell’antimafia” è stata a lungo il desiderio di parte della società italiana che con la mafia era abituata a convivere, e che avvertiva istintivamente le ricadute di sistema connesse con una domanda di maggiore legalità. Né più né meno, lo stesso meccanismo operante verso i magistrati più impegnati sulla frontiera del contrasto giudiziario, a partire dal celebre pool dell’Ufficio istruzione palermitano.

La polemica sui professionisti dell’antimafia esplosa nel pieno del maxiprocesso va storicizzata in questo contesto. Al di là della pretesa natura profetica della denuncia di Leonardo Sciascia (l’unica accusa nominativa riguardando l’indebita carriera del giudice Paolo Borsellino), la campagna che ne seguì portò a parlare di “una nuova, più nobile mafia” costituita dai familiari delle vittime, di vantaggi e benefici derivanti dalla lotta contro il fenomeno mafioso in anni in cui le sue vittime quasi non si contavano. Un’accusa surreale, nata e condivisa da diversi settori politici e intellettuali.

Oggi si può dire che in realtà ciò che dava fastidio era un fatto specifico e oggettivamente eversivo.

Per la prima volta nella storia d’Italia era nato, simmetricamente a un professionismo mafioso, un professionismo dell’antimafia: ovvero un movimento stabile e in espansione generato dal sangue dei primi anni Ottanta. Dotato di memoria e competenze, non ondivago e anzi indisponibile a lasciare campo libero alla mafia e alle culture fiancheggiatrici. Non legato a rivendicazioni materiali (la terra, l’acqua) ma legato ai diritti, alla giustizia, all’etica pubblica.

Questo fastidio, sempre risorgente, ha però dovuto capitolare di fronte all’orrore delle stragi dei primi anni Novanta e alle emozioni fortissime che le hanno seguite, sfociate nella costruzione di un vero e proprio pantheon degli eroi della lotta alla mafia nella cultura popolare, specialmente giovanile. Ha quindi cercato di trovare rifugio adeguato nella retorica dei morti (ora onorati) da usare contro i vivi. Ma non è bastato. Di fatto si è trovato sconfitto dalla modernizzazione civile del Paese, cresciuta a dispetto dei livelli sempre alti di corruzione. Era abbastanza naturale dunque che riemergesse dalla sua natura carsica. E che tornasse a fare squillare l’annuncio di morte. Ed era anche naturale che diversi osservatori, privi di memoria storica, ne sposassero la tesi acriticamente.

Si è trattato quindi di un tentativo di rivincita sulla storia. Ma c’è anche dell’altro e attiene alla debolezza degli strumenti analitici impiegati per leggere la situazione in corso. Che un magistrato usi della sua funzione e posizione per trarne indebiti vantaggi personali, la fattispecie all’origine della tempesta, fa parte purtroppo della fisiologia del sistema.

Che lo faccia addirittura usando una posizione che dovrebbe porlo in prima fila contro la mafia, anche questo non è nuovo. Ma mai nessuno ha parlato, per questo, di fine dell’antimafia. Anzi, il fatto che il caso sia emerso e abbia suscitato grande scalpore testimonia come questi comportamenti non rappresentino più una pratica frequente, ma siano appannaggio di ristrette minoranze. Al di là del caso Saguto, la debolezza analitica di molti osservatori si è anche evidenziata nella reazione scandalizzata che ha accompagnato la scoperta dei comportamenti assai discutibili che si sono ricordati, dimenticando che in molte strutture di ogni ordine e grado si riscontra la tendenza di alcuni suoi membri a deviare dai fini ideali che la giustificano. Si pensi alle deviazioni che ciclicamente intaccano l’immagine delle forze di polizia, della stessa magistratura o di corpi religiosi.

Si tratta, insomma, di una “patologia fisiologica” che però non è stata considerata e non è entrata nella riflessione sugli scandali dell’antimafia. E per molti motivi intrecciati. Vuoi per il fastidio storico di cui si è detto, vuoi per l’assenza di memoria, vuoi ancora per debolezza degli strumenti analitici, vuoi per un difetto di maturità del movimento. Tuttavia in questa miscela si trovano esattamente anche le ragioni per cui gli scandali e le patologie sono accaduti. Ragioni che possono essere ricondotte probabilmente alla crescita troppo veloce, anche se benvenuta, del movimento antimafia. Promesse e contraddizioni di un movimento ancora giovane Lo spartiacque delle stragi ha generato un moto di rivolta – emotivo, civile, politico – con pochi eguali nella storia della Repubblica.

Un moto che ha prodotto in veloce sequenza nuovi strumenti legislativi, dal 41-bis dell’ordinamento penitenziario alle norme di sostegno alle vittime del racket fino alla legge per l’uso sociale dei beni confiscati; ha fatto saltare diversi “tappi” alla domanda di giustizia in diversi punti dell’amministrazione giudiziaria; ha generato la nascita di nuove associazioni, tra cui Libera, la prima associazione nazionale; ha promosso un livello di impegno assolutamente sconosciuto nello studio del fenomeno mafioso; ha suggerito un più alto bisogno di memoria. Soprattutto, dal punto di vista che qui interessa, ha di fatto immesso nel movimento antimafia un’ampia popolazione vergine di conoscenze e di esperienze, per nulla o poco socializzata al tema, sia in assoluto sia perché mediamente giovane.

E di pari passo, grazie al sacrificio delle vittime, ha sostituito alla precedente diffidenza istituzionale e politica nei confronti dei ruoli antimafia un loro fulmineo processo di legittimazione e approvazione sociale. Alle umiliazioni ha sostituito, se così si può dire, il riconoscimento di onori e prestigio (idealmente proporzionati alla qualità delle funzioni e dei rischi). Sicché, su un piano generale, fare parte anche solo formalmente dell’antimafia è diventato “conveniente”. I due processi – la repentina nascita di un nuovo popolo antimafia, l’approvazione sociale dei ruoli istituzionali deputati al contrasto – si sono fusi e intrecciati in una situazione di “spaesamento critico”.

Nessuna struttura stabile alle spalle, una cultura “bambina” (essendo poco diffusa la conoscenza del fenomeno e della storia stessa dell’antimafia), un grande carico emotivo e la voglia di riscatto sono stati gli ingredienti di un movimento non sempre capace di distinguere le persone, laddove l’antimafia era nata proprio dalla valutazione delle storie personali, nel bene e nel male, e dal rifiuto del ruolo formalmente ricoperto (giudice, commissario, membro della Commissione Antimafia, giornalista…) come valida categoria di giudizio. La nobiltà del fine ha svolto una funzione di alibi per comportamenti discutibili, sui quali è stato spontaneo esercitare un minore controllo sociale, laddove si sarebbe dovuto adottare un meccanismo opposto. La stessa cultura ne ha risentito.

Il movimento ha a lungo camminato in un vuoto di storia, convinto che prima della stagione spartiacque non esistesse alcun movimento antimafia. Ne ignorava i protagonisti (altro dato emergente dalle ricerche). Ne ignorava la letteratura, come si evince da tante bibliografie, quasi totalmente costruite su documenti di provenienza giudiziaria, essendo comprensibilmente la figura del giudice assurta, per i giovani antimafiosi, a simbolo più credibile della loro nuova identità collettiva.

Non avendo la struttura di un partito in grado di selezionare rigorosamente la sua classe dirigente, ma essendo soggetto magmatico e giovanissimo, il movimento ha così prodotto e proposto in più occasioni personaggi in cerca d’autore, ha accreditato e acclamato per amore di giustizia persone al limite della millanteria, ha portato nelle scuole a spiegare la mafia persone che nulla ne sapevano (il che può accadere, come ovvio, anche a un familiare di vittima, se è chiamato ad andare oltre la sua esperienza), ha messo sul podio eroi di carta o addirittura protagonisti di comportamenti illegali, applauditi in memorabili standing ovation. E di questo clima hanno approfittato anche esponenti delle istituzioni, ai quali bastava dire di avere lavorato con Falcone, o di essere stati “nella trincea siciliana” negli anni delle stragi, per beneficiare di aperture di credito ingenue quanto abusive.

Lo spaesamento critico conseguente alla crescita troppo rapida va dunque individuato come il principale bacino di spiegazione di quanto è accaduto. Al sud ma anche in un nord, carente di riconoscibili storie e narrazioni territoriali, dove tutto diventava occasione utile per una loro costruzione, nella permanente ricerca della leggenda orale. Difficile e, anzi, disonesto sarebbe però concludere che una tale spiegazione riassuma in sé l’identità più vera, il senso di fondo del movimento antimafia. Il quale non può che essere letto in una prospettiva storica. In questa prospettiva esso appare come uno dei maggiori e più importanti attori della storia civile repubblicana, oggi forse il maggiore riferimento per la rigenerazione morale del Paese, suscitatore di passioni gratuite e di disponibilità a impegni prolungati, ragione di speranza per le nuove generazioni.

Fattore di cultura e di memoria, scrittore di una storia più ampia rispetto a quella ufficiale. Luogo di formazione più avanzata di nuove leve della magistratura e delle forze dell’ordine. Soggetto in dialogo positivo, pur se talora critico, con istituzioni che soffrono invece di una crisi di fiducia da parte dei cittadini. La stessa storia dell’educazione alla legalità nella nostra scuola pubblica appare come un patrimonio ancora tutto da scoprire. Sono queste le ragioni per cui l’intera comunità nazionale dovrebbe sentire il compito di aiutare questo prezioso soggetto collettivo a camminare con sempre più consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione storica.

L’inchiesta parlamentare

Si è sempre sostenuto che per fare davvero terra bruciata intorno alle mafie fosse necessario accompagnare alla repressione delle forze dell’ordine e della magistratura un’efficace azione di prevenzione fondata sulla diffusa consapevolezza del fenomeno; sull’impegno dei cittadini, singolarmente e collettivamente, a rifiutare ogni forma di connivenza o collusione con le organizzazioni criminali; su una robusta cultura della legalità in grado di permeare il tessuto sociale per renderlo così impermeabile ai condizionamenti mafiosi. Nel corso del lavoro di questa Commissione l’indagine sulle più recenti evoluzioni del fenomeno mafioso ha fatto in realtà scaturire rilevanti interrogativi sull’effettiva adeguatezza delle attività di contrasto svolte in ambito sociale, economico e istituzionale. In particolare negli ultimi anni diversi episodi di cronaca giudiziaria che hanno coinvolto, soprattutto in Sicilia e Calabria, personalità considerate simboli della lotta alle mafie, hanno mostrato le contraddizioni e talvolta l’ipertrofia di un movimento che aveva visto nel tempo crescere la sua presenza, la sua visibilità e la sua capacità di influenza.

Al di là dei singoli procedimenti e delle diverse ipotesi di accusa, in alcuni casi ancora in itinere e al vaglio delle competenti sedi giudiziarie e sui quali la Commissione non ha inteso interferire, tutte le vicende richiamate all’inizio hanno rivelato le strumentalizzazioni di chi, attraverso la scelta di campo in favore della legalità, mirava in realtà a consolidare posizioni di potere e conseguire indebiti vantaggi, violando la legge e confidando nell’immunità garantita del prestigio o dalla notorietà ottenuti attraverso le battaglie antimafia. L’obiettivo dell’inchiesta parlamentare non è stato semplicemente quello di individuare le contraddizioni e le mistificazioni ma soprattutto, come ribadito più volte dalla presidente Bindi, quello “di salvaguardare e rilanciare un ricco patrimonio di esperienze e prassi di contrasto dei poteri mafiosi che ha dato un grande contributo in ambito sia locale che nazionale”.

Si riteneva in particolare indispensabile “verificare quali fossero gli strumenti culturali, sociali, associativi e istituzionali che potevano garantire un effettivo presidio contro i condizionamenti criminali”. 

Già si è ricordato come la genesi dell’inchiesta parlamentare risalga in realtà alla primavera del 2014 e sia collegata ai dubbi sollevati dal presidente dell’ANAC Raffele Cantone sulle attività di alcune associazioni antiracket, avvalorati da indagini penali a carico di personaggi vicini a queste associazioni in Campania e Calabria. Questo filone iniziale si è sviluppato con una serie di audizioni ad ampio raggio con i principali esponenti istituzionali di tale mondo: sono stati sentiti il prefetto Elisabetta Belgiorno, commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura (seduta del 14 maggio 2014), Marco Venturi e Lino Busà, rispettivamente presidente nazionale e consigliere della Confesercenti (seduta del 3 giugno 2014), Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia, e Ivan Lo Bello, vicepresidente nazionale (seduta del 5 giugno 2014), Daniele Marannano, presidente di Addiopizzo (seduta del 18 giugno 2014), Tano Grasso, presidente onorario della Federazione antiracket italiana (FAI), (seduta del 25 giugno 2014). Gli approfondimenti hanno permesso di accertare la regolarità dei bilanci e la correttezza nell’assegnazione dei fondi e dei progetti finanziati. Temi confluiti nella più ampia inchiesta sull’antimafia, annunciata al termine della missione a Caltanissetta, il 5 marzo 2015, dopo le nuove rivelazioni del quotidiano La Repubblica sull’indagine a carico del presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, e anticipata da alcune audizioni informali svolte nell’ufficio di presidenza della Commissione (Don Luigi Ciotti, Attilio Bolzoni, Ivan Lo Bello, Giovanbattista Tona).

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