Importanti istituti di credito hanno sostenuto operazioni finanziarie di soggetti vicini alla criminalità organizzata senza approfondire la provenienza delle risorse; diversi professionisti hanno partecipato alla costituzione di società perseguendo gli interessi di persone legate alle associazioni mafiose
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
L’operazione “Aemilia” del 2015 ha rappresentato un punto di svolta nella consapevolezza che anche l’Emilia-Romagna è “terra di mafia”, seppure con caratteristiche e modalità operative diverse da quelle esibite dai clan in Calabria, Campania e Sicilia. Già nel 2014, l’allora procuratore della Repubblica presso il tribunale di Bologna, Roberto Alfonso, aveva tratteggiato alla Commissione parlamentare il quadro dell’evoluzione delle cosche calabresi: dal “semplice insediamento”, con la presenza attiva di affiliati a organizzazioni criminali con un’attività delittuosa di un certo spessore, all’“infiltrazione classica” in settori importanti dell’economia, fino al “radicamento”, che si manifestava lungo l’asse tra Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, con strutture criminali ormai stabili nel territorio, formate da persone di seconda o terza generazione rispetto a un fenomeno migratorio avvenuto molti anni prima.
Secondo il procuratore, “radicamento e delocalizzazione sono due facce della medesima medaglia”, dove il radicamento costituisce il “momento statico dell’organizzazione” costituita da figli di calabresi emigrati nella regione dal 1950 in poi, mentre la delocalizzazione è “il momento dinamico” con l’importazione “di modelli strutturali, di strategie di intervento e di modalità operative proprie delle organizzazioni criminali che operano nel territorio di origine. Strategie, però, affidate a gruppi che operano nel territorio emiliano e “che decidono e agiscono in autonomia nel nuovo territorio”.
Una modalità di colonizzazione territoriale con caratteri distinti da quelli riscontrabili in Lombardia, Piemonte, Liguria, dove rispetto ad una pluralità di locali si registra l’egemonia della cosca di Cutro, che si è insediata soprattutto nella provincia di Reggio Emilia fino a provocare lo scioglimento del comune di Brescello, in un primo momento per dimissioni del sindaco, indi per condizionamento di tipo mafioso ai sensi dell’articolo 143 del TUEL, con conseguente nomina di una commissione straordinaria.
Come in Lombardia, non si recide il cordone ombelicale con la casa madre e non c’è neppure conflittualità armata tra le diverse organizzazioni, c’è invece spazio per tutti.
La presenza delle mafie in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige non appare così consolidata e strutturata come nelle regioni del nord ovest, ma diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva.
La posizione geografica, innanzitutto, che la colloca al centro di importanti vie di comunicazione e di infrastrutture, un tessuto economico costituito soprattutto da piccole e medie imprese con una ricchezza diffusa; una rete capillare di istituti di credito, anche di ridotte dimensioni; l’assenza, fino a periodi recenti, di strumenti di contrasto specifico diretto nella società e nella realtà amministrativa.
Già negli anni Ottanta il successo della mafia del Brenta, associazione mafiosa autoctona cresciuta con la collaborazione di esponenti di cosa nostra e della ‘ndrangheta, ha evidenziato l’esistenza in Veneto e nel nord est di una vasta area di soggetti disponibili a fare affari con il crimine organizzato e la facilità nel riciclare profitti illeciti. Nonostante l’efficace azione repressiva dell’autorità giudiziaria, che ha ottenuto condanne significative per associazione di stampo mafioso, il fenomeno è stato ampiamente sottovalutato senza cogliere la gravità dei reati e approfondire la rete di rapporti e connivenze che l’avevano fatto crescere.
È indicativo il fatto che, a parte qualche rara eccezione, l’associazione mafiosa guidata da Felice Maniero venga ancora chiamata “mala del Brenta”, “banda Maniero”, “mala del piovese”, senza utilizzare la parola mafia. Negando l’esistenza di un gruppo mafioso autoctono, si è prodotta una rimozione culturale per evitare di indagare a fondo sulle responsabilità dell’area grigia, costituita da professionisti, avvocati, rappresentanti delle istituzioni, operatori di banca, che ha consentito alla mafia del Brenta di commettere gravi reati e di accumulare ingenti ricchezze in larga pare ancora da individuare e sequestrare. In questi territori la lotta alle mafie non è stata per molti anni considerata una priorità.
Strumenti che hanno prodotto risultati significativi in altre regioni del nord non sono stati utilizzati in maniera sistematica e intensa: accessi ai cantieri, interdittive, ricognizione della presenza di pregiudicati e dei loro familiari per reati di mafia e relativi accertamenti, verifiche fiscali mirate alla verifica della provenienza dei patrimoni, controlli su fallimenti e liquidazioni di imprese. Soltanto con l’indagine “Aemilia” della DDA di Bologna, e con i relativi arresti e sequestri di prevenzione attuati nel gennaio 2015, è emersa con chiarezza la diffusione delle cosche della ‘ndrangheta in vaste aree del Veneto.
Da allora si è iniziato ad utilizzare in modo più significativo lo strumento delle interdittive antimafia, in particolare a Verona e a Treviso, dove i provvedimenti dei nuovi prefetti, nominati nell’estate del 2015, hanno evidenziato presenze mafiose in diverse imprese, così come peraltro auspicato dalla Commissione parlamentare antimafia in occasione della missione in Veneto del marzo 2015. In realtà, fin dai primi anni Novanta le mafie hanno scelto il Veneto per investire risorse e per nascondere latitanti. La crisi economica ha poi fornito nuovo propellente alle attività illegali
Ha destato l’attenzione della Commissione l’elevato numero di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette , nonché il ripetersi di incendi dolosi che hanno distrutto beni strumentali di varie aziende, in particolare nel settore dei rifiuti [Sul punto, si rimanda all’allegato alla Relazione sul fenomeno degli incendi negli impianti di trattamento e smaltimento di rifiuti della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, approvata nella seduta del 17 gennaio 2018, Doc. XXIII n. 35, in cui sono elencati 27 incendi ai danni di aziende che operano nel settore in Veneto dal 2013, a cui si aggiungono: l’incendio e la distruzione di cinque autocarri all’interno di un piazzale privato in Via Bassona di Verona ove gli automezzi erano parcheggiati (19-20 febbraio 2014); incendio e distruzione di sette autoarticolati presso l’azienda Brendolan con sede in Belfiore, Verona (12 settembre 2012); incendio e distruzione del deposito Caldiero della medesima azienda Brendolan (febbraio 2011); incendio e distruzione di due capannoni dell’azienda Osa di Verona (6 luglio 2012); incendio e distruzione dell’azienda Adige agricoltura di Ronco all’Adige (8 luglio 2012); incendio e distruzione di un camion all’interno di un capannone di un’azienda a Prova di San Bonifacio (8 luglio 2012); nuovo incendio ai danni di Adige Agricoltura di Ronco all’Adige (20 luglio 2012); incendio e distruzione di un capannone del centro florovivaistico Flover di Bussolengo Verona (7-8 ottobre 2014); incendio e distruzione del mobilificio Nogara (8 dicembre 2014); incendio di una villetta a Isola della Scala (15 febbraio 2015).].
Diversi imprenditori hanno cercato o hanno accettato più o meno consapevolmente le risorse dei gruppi criminali; sono emerse convergenze tra il clan di Cutro e un noto imprenditore veronese, beneficiario di contatti con il mondo politico della città di Verona, per accaparrarsi i beni oggetto di una rilevante procedura fallimentare pendente presso il tribunale di Verona [endio di una villetta a Isola della Scala (15 febbraio 2015).
Sull'utilizzo in Veneto dell'escamotage delle false fatturazioni si segnala il procedimento “Porto Franco” della DDA di Reggio Calabria in cui, a febbraio 2018, la corte d’appello di quel distretto ha confermato le condanne nei confronti di un imprenditore originario della Calabria ma trapiantato nel veronese, amministratore delegato di tre società, tratto in arresto per associazione di stampo mafioso (ritenuto referente del clan Pesce) per la gestione degli affari illeciti della cosca sul territorio veronese, per reati di riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, contrabbando di gasolio e di merce contraffatta, frode fiscale, emissione di fatture per operazioni inesistenti, omesso versamento di ritenute previdenziali.
Si veda altresì la sentenza con cui la Corte di cassazione nel giugno 2017 ha condannato Vito Giacino e la moglie Alessandra Lodi per concussione per induzione, nonché le risultanze della missione a Verona del 31 marzo 2015, in particolare l’audizione del prefetto di Verona, Perla Stancari.].
Importanti istituti di credito hanno sostenuto operazioni finanziarie di soggetti vicini alla criminalità organizzata senza approfondire la provenienza delle risorse; diversi professionisti hanno partecipato alla costituzione di società perseguendo gli interessi di persone legate alle associazioni mafiose.
Queste attività sono emerse in numerose indagini soprattutto per reati fiscali e si sono evidenziate soprattutto in relazione a procedure di fallimenti o di liquidazioni di società. Le inchieste dell’autorità giudiziaria su numerosi istituti di credito cooperativo e banche popolari della regione indicano cattiva gestione e fragilità e costituiscono segnali da non sottovalutare sul pericolo che il sistema creditizio possa essere utilizzato dalle mafie per riciclare risorse di provenienza illecita.
Non a caso, l’ultima importante indagine della DIA di Padova, agli inizi del 2018 che ha coinvolto anche il direttore e il vicedirettore della filiale di Vigonza della Banca Popolare di Vicenza e ha rivelato un sistema di riciclaggio dei proventi del traffico di droga attraverso false fatturazioni, conferma i collegamenti tra esponenti della ‘ndrangheta attivi e i clan della Calabria evidenziati anche dalla DDA di Catanzaro nell’inchiesta “Stige”. Proprio le operazioni “Stige” e “Fiore reciso” fanno emergere il diverso approccio giudiziario presente tra la DDA di Catanzaro e quella di Venezia e le relative conseguenze sul piano delle misure di prevenzione e contrasto.
Anche il Friuli Venezia Giulia è oggetto di attenzione dei gruppi mafiosi per alcune ragioni specifiche: presenza nelle zone confinanti dei Paesi della ex Jugoslavia di organizzazioni criminali; l’espansione nella vicina Europa orientale di un vasto mercato di stupefacenti; l’influenza del porto di Trieste nei traffici verso l’est; i flussi migratori che transitano attraverso il territorio.
La DNA ha manifestato crescente preoccupazione per la capacità di infiltrazione in Friuli delle cosche mafiose che possono rafforzarsi ed estendere la propria attività. Sono soprattutto i mutati rapporti tra sodalizi criminali internazionali e il variare delle condizioni geopolitiche a proiettare il Friuli come regione strategica nello sviluppo di traffici criminali.
La Commissione ha sollecitato una maggiore vigilanza sui rischi di infiltrazioni criminali, in particolare nei cantieri navali di Monfalcone, dove l’autorità giudiziaria ha rilevato situazioni di criticità in relazione alle ditte appaltatrici di manodopera sospettate di intrattenere rapporti sia con le cosche sia in Calabria che in Sicilia.In Trentino-Alto Adige, pur non evidenziandosi radicamenti di organizzazioni mafiose, sono stati individuati soggetti contigui ai gruppi criminali che si sono inseriti nel nuovo contesto socio economico e, operando direttamente o tramite prestanome, hanno investito risorse di provenienza illecita.
Al riguardo, si sono registrate presenze di affiliati alle mafie che garantiscono sostegno ai latitanti residenti all’estero e utilizzano il territorio anche come luogo di transito rispetto alle loro attività illecite. I gruppi criminali, in particolar modo la ‘ndrangheta, mantengono un basso profilo per non attirare attenzione e per investire capitali. Persone in relazione con le cosche sono autori di reati economico-finanziari, come la bancarotta fraudolenta nei settori dell’edilizia e dello sfruttamento delle cave di porfido, di truffe e di sfruttamento illegale di manodopera.
La capacità delle mafie di costruire relazioni con la criminalità organizzata straniera per favorire i traffici illeciti attraverso i territori di confine rende strategico l’insediamento mafioso nel nord est e costituisce un ulteriore elemento di allarme. Il rapporto tra mafie italiane e gruppi criminali stranieri è in costante evoluzione e tende ad assumere le caratteristiche di uno scambio reciproco di servizi.
In particolare nel traffico di droga si assiste ad una divisione dei compiti sulla base di una crescente specializzazione: lo stupefacente arriva in Italia dai Paesi di produzione con l’accordo tra mafie italiane e gruppi stranieri; le mafie organizzano il mercato interno e alcuni traffici verso il nord Europa e affidano lo spaccio al dettaglio a gruppi stranieri. La mafia albanese è in grado di importare direttamente stupefacenti nel nord est.
Diverse indagini hanno scoperto raffinerie di eroina gestite da albanesi. Il rapporto tra mafie italiane e gruppi criminali stranieri appare rilevante nel settore della contraffazione.
Alcune indagini hanno evidenziato accordi per produrre e commercializzare prodotti contraffatti. Sono stati individuati gruppi di nazionalità cinese dediti alla contraffazione, al riciclaggio, all’immigrazione irregolare, allo sfruttamento di manodopera e della prostituzione. Sono state individuate organizzazioni criminali nigeriane (in Veneto c’è la comunità più numerosa d’Italia con circa 12.500 presenze) dedite al traffico di droga e allo sfruttamento della prostituzione. I gruppi criminali nordafricani presentano una minore organizzazione e sono dediti soprattutto allo spaccio di droga al dettaglio.
Di recente è stata individuata un’associazione a delinquere composta da cittadini moldavi che nella provincia di Verona e nelle zone limitrofe controllava gli spostamenti di mezzi e persone dalla Moldova commettendo vari reati come l’estorsione e l’usura con caratteristiche simili alle modalità d’azione delle bande mafiose. Criminali dell’Europa dell’est si sono organizzati per commettere furti in abitazioni e truffe attraverso la clonazione di carte di credito
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