Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


I “luoghi opachi” sono stati anche la stanza di compensazione nella quale le mafie hanno potuto mantenere la loro presenza al contempo nell’economia illegale dalla quale traevano risorse e nell’economia legale dove le riversavano. Non è solo nella contemporaneità che i criminali mafiosi sono presenti nell’economia legale o hanno una presenza ragguardevole sui mercati. Le teorie che parlano di un investimento recente delle mafie nell’economia legale non sono storicamente corrette.

I fenomeni criminali di tipo mafioso sono caratterizzati dall’utilizzo della violenza come capitale per produrre e assicurarsi ricchezza. I mafiosi dimostrano l’“economicità” della violenza, cioè il valore economico della violenza e del suo impiego e il metodo mafioso non è altro che uno strumento di capitalizzazione della violenza, cioè un modo di procacciarsi risorse economiche e potere sociale con l’uso della violenza. In questa logica non c’è contrapposizione tra mercato e violenza, tra economia legale e illegale.

L’economia reale è molto più aperta della rigida regolazione della legge. Si può fare economia anche fuori o addirittura contro la legge: le mafie ne sono la più autentica e duratura dimostrazione. Ma se non è cambiato lo storico interesse delle mafie per la ricchezza, sono cambiati oggi l’intensità, le modalità e le caratteristiche della presenza mafiosa nell’economia. Mai nella storia bisecolare delle mafie italiane (cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta) esse hanno goduto di una ricchezza pari a quella odierna.

A seguito del traffico delle droghe e della globalizzazione dei mercati, c’è stata un’esplosione, più che una evoluzione, del rapporto tra mafie ed economia, come segnalano annualmente le relazioni della DNA. Principalmente tre fattori hanno portato all’”esplosione” odierna della questione criminale come questione globale dell’economia e della finanza.

– Il monopolio del traffico di droghe, una attività economica che non ha pari per profitti con nessun’altra merce legale e illegale. Il traffico delle droghe ha radicalmente modificato la disponibilità economica dei criminali come nessun altro affare nella storia della criminalità e, dunque, è stata questa circostanza a determinare la fase attuale del potere delle mafie in Italia e nel mondo. Sarebbe assurdo non tenerne conto negli studi e nelle soluzioni da adottare per sconfiggerle.

– La globalizzazione dell’economia, e la sua progressiva finanziarizzazione, ha consentito anche ai criminali mafiosi di fare soldi con i soldi (avendone accumulati molti). La finanziarizzazione dell’economia si è mostrata assolutamente congeniale alle caratteristiche “imprenditoriali” dei mafiosi e al riuso dei loro capitali. E se nella fase storica precedente erano state le relazioni politiche e istituzionali a consentire una presenza nell’economia locale, oggi sembrano essere le regole del gioco dell’economia finanziaria a garantire il nuovo ruolo delle mafie nei mercati locali e globali.

L’economia finanziaria si è dimostrata, in questa fase storica della criminalità mafiosa, un’alleata preziosa perché per detenere un ruolo economico importante non basta il controllo del traffico di droghe, ma serve un meccanismo, un metodo, un’opportunità che permetta un riuso dei profitti illecitamente acquisiti.

Dentro il vecchio ordine finanziario le mafie non avrebbero potuto ottenere questa chance, almeno nelle proporzioni in cui è possibile oggi. Senza la possibilità di riciclare i proventi delle droghe con i meccanismi usati abitualmente per nascondere la ricchezza, sottrarla alle tasse o utilizzarla senza passare per la produzione di beni, sarebbe stato per le mafie enormemente più complicato riutilizzare i loro capitali. Tutto ciò è avvenuto in maniera accelerata a partire dagli ultimi due decenni del Ventesimo secolo quando le mafie hanno sempre più strutturato le operazioni su scala transnazionale, approfittando della globalizzazione economica e delle nuove tecnologie di comunicazione e di trasporto.

– L’assonanza tra regole opache dell’attuale funzionamento dell’economia e alcuni valori imprenditoriali delle mafie. La crescita della criminalità mafiosa non sembra sia stata ostacolata dall’economia legale. Nella dimensione imprenditoriale non esiste un confine sicuro, certo e invalicabile tra attività legali e quelle illegali. E non basta la morale o la religione a porli.

L’economia legale non scaccia automaticamente l’economia illegale e criminale, tra le due non c’è totale incompatibilità, l’una non contrasta l’altra, anzi la convivenza sembra essere la caratteristica del loro rapporto. L’inconciliabilità tra economia legale ed economia illegale sembra essere una pia aspirazione del pensiero economico classico, più che una certezza scientifica.

Nella prassi la compatibilità e un loro reciproco adattamento sembrano prevalere. Il ruolo, poi, della diffusa corruzione si è mostrato un elemento facilitatore della presenza mafiosa nei mercati mondiali. Peraltro le imprese mafiose sono le uniche che, pur partendo da un’accumulazione violenta o gestendo solo attività illegali (in gran parte legate alla domanda di soddisfacimento di vizi privati, in particolare gioco, droga, prostituzione, eccetera), arrivano sul mercato legale senza mai abbandonare quello illegale.

È come dire che l’impresa mafiosa è “impresa di due mondi”, l’unica che coinvolge abitualmente e strutturalmente il mondo legale e quello illegale: è un’impresa economica dalla duplicità strutturale, e dimostra che i due mondi possono essere l’uno la continuazione dell’altro. Le mafie si trovano a loro agio e sfruttano le opportunità di un mercato capitalistico sempre più opaco e sempre più condizionato dal “fare soldi con i soldi”. Non si tratta di considerare criminale il capitalismo, ma di aggredire il nodo del rapporto tra crimine e affari, quella sottile linea d’ombra che lo caratterizza.

È evidente una differenza e una distinzione tra chi arriva sul mercato legale dopo un’accumulazione predatoria (basata sull’uso sistematico della violenza fisica) e chi invece sta sul mercato legale e usa metodi illegali causando una violenza differita nel tempo (come nei crimini ambientali) o danneggia l’economia sottraendo i propri profitti al fisco. Alcuni studiosi sostengono che la distinzione tra crimine economico e crimine organizzato è solo un’anomalia analitica dovuta alla suddivisione in diverse specializzazioni della criminologia.

Ma va ribadito che un imprenditore mafioso non è la stessa cosa di un imprenditore che aggira la legge pur di accumulare profitti, che evade il fisco o che corrompe per accaparrarsi affari. Non li divide la spietatezza o la spregiudicatezza, ma il ricorso sistematico o meno all’uso della violenza personale e le modalità con cui si è accumulata in origine la ricchezza.

Insomma se le organizzazioni tradizionali vanno in crisi, il metodo mafioso riscuote invece un grande successo. O, meglio, se è vero che si restringe il consenso culturale alle mafie, si allarga lo spazio e le potenzialità del metodo mafioso in altri settori della società, e si allargano le loro relazioni. Le mafie sono a proprio agio nel moderno perché esso ha inglobato permanentemente la violenza come accesso a potere e ricchezza, altrimenti non si spiega perché strutture arcaiche restano in vita in società moderne.

Le mafie non sono in conflitto con la modernità della politica e dell’economia. L’impressione è che oggi il mondo economico è il più esposto alle mafie, è quello “più ben ospitante”, al pari di quello politico, e molto di più della società nel suo insieme. Le mafie sono adattamento della violenza di relazione a condizioni storiche mutate, un adattamento non soggettivo ma stimolato dal contesto.

Le degenerazioni permanenti di politica e di economia (clientela, corruzione e opacità dei mercati) vanno combattute se si vogliono combattere le mafie perché esse, in un momento di restringimento delle basi sociali delle mafie, hanno consentito un allargamento del metodo mafioso fuori dai confini criminali. È un fatto il calo del numero dei reati di sangue per cause di criminalità organizzata di tipo mafioso. Ma se la conflittualità sanguinaria è diminuita, è aumentata al contrario l’incidenza economica delle mafie.

Non si riducono gli affari, anzi essi aumentano; si riduce lo scontro armato e il numero di omicidi. Se aumenta il ruolo economico delle mafie, aumenta per esse la possibilità di servirsi della corruzione piuttosto che della violenza fisica per farsi avanti negli affari, perché la corruzione è un sistema diffuso di relazioni nel sistema economico. Le mafie si adeguano.

Non determinano la corruzione ma arrivano dove essa già c’è. La corruzione sostituisce la forza o si affianca a essa. La forza di intimidazione si accompagna alla forza di persuasione della reciproca convenienza economica. In definitiva, come un tempo fu l’intreccio storico delle mafie col potere politico a impedirne la sconfitta, così ora è il legame “interno” delle mafie alla globalizzazione finanziaria a renderle difficilmente espugnabili. In genere, come già detto, chi accumula illegalmente quando arriva sul mercato legale lascia quello illegale: per questo tipo di imprenditore il mercato legale è una meta.

Per le mafie, invece, non è uno scopo ma un mezzo. In genere chi sta sul mercato legale non ricorre stabilmente al mercato illegale, nelle mafie non avviene questo. Esse continuano ad operare sul mercato illegale stabilmente anche se si sono stabilmente affermate sul mercato legale. Siamo di fronte, dunque, a un originale sistema di produzione, cioè un sistema misto in cui si configura una reciproca funzionalità tra illegale e legale, non un prima o un dopo, né uno strumento per un fine.

Si potrebbe quasi dire che per le mafie il mercato legale legittima l’accumulazione illegale e il mercato legale è strumentale rispetto a quello illegale. Il modo di produzione mafioso non è un fattore esterno, estraneo, abusivo rispetto all’economia (nazionale e globale) e da essa respinto ai margini, ma fattore interno, funzionale e interconnesso al modo di essere attuale dei mercati. Potremmo dire che ogni fase storica dell’economia produca una criminalità che le somiglia e in questa particolare fase storica la somiglianza è più significativa che in altre.

La confusione e l’imbarazzo che regna negli ambienti economici internazionali su come classificare il crimine è dimostrata da una recente e clamorosa decisione dell’Unione europea. Dal 2014 i Paesi dell’Europa, su indicazione di Eurostat, l’Istituto statistico europeo, hanno potuto inserire alcune attività illegali nel calcolo del PIL, in particolare prostituzione, droghe e contrabbando di sigarette. Lo scopo è di dare “stime esaustive che comprendano tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”.

Queste tre attività sono illegali nella stragrande parte dei Paesi membri, ma essendo considerate attività economiche fondate su transazioni consensuali, in cui, cioè, la domanda e l’offerta si incontrano senza costrizioni, fanno parte del benessere europeo. Nel 2014 questi tre reati hanno consentito all’Italia una crescita del PIL di circa un punto percentuale (0,9 per cento), equivalente a 15,5 miliardi di euro, in cui il traffico di droga fa la parte del leone, con più di 10 miliardi di euro, a fronte dei 3 miliardi e mezzo della prostituzione e dei 300 milioni del contrabbando.

Si tratta di una sorta di riconoscimento del peso delle mafie nella economia italiana. È come se l’Europa si fosse resa conto che nella dimensione imprenditoriale non esiste un confine sicuro, certo e invalicabile, tra attività legali e quelle illegali. L’inserimento di alcune delle attività mafiose più remunerative per le organizzazioni criminali nel PIL crea una frattura nella coerenza ordinamentale. Combattere le mafie e contemporaneamente riconoscere il loro ruolo di “portatrici di benessere economico” fa sentire tutto il peso di uno Stato in crisi, rivelando una evidente anomia, in cui la discrasia tra norme crea spaesamento nei cittadini.

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