Il successo della ‘ndrangheta va letto in questa chiave, nella sua straordinaria capacità di muoversi dai livelli più bassi della società ai più alti, di abitare al tempo stesso la dimensione locale e quella globale, di intrecciare relazioni sempre più significative con mondi che non sono mafiosi ma che diventano essenziali per raggiungere gli scopi criminali delle cosche
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Le inchieste degli ultimi anni hanno rivelato l’espansione territoriale ed economica delle cosche calabresi, la capacità di colonizzare parti significative delle regioni settentrionali adeguando ai nuovi contesti, come si dirà in uno specifico capitolo, il modello organizzativo, le strategie criminali. Ma sia in Calabria che altrove le ‘ndrine si nutrono di consenso, non sono un corpo estraneo e separato della società, anche laddove questo consenso si esprime nelle forme più arcaiche di soggezione indotta dalla paura.
La violenza resta una risorsa irrinunciabile, anche se sempre meno esibita e solo in casi estremi, quando non è più sufficiente ogni altra forma di pressione, intimidazione e delegittimazione. Il consenso raccolto dalla ‘ndrangheta nelle terre d’origine è ancora in larga parte frutto dei ritardi e delle carenze dello Stato.
Le scritte “meno sbirri e più lavoro” apparse a Locri mentre si celebrava la Giornata nazionale della memoria delle vittime di mafia il 21 aprile del 2017 hanno reso evidenti i termini di una sfida che nel Mezzogiorno, e in particolare in Calabria, vede le mafie fare leva sui bisogni più vitali delle popolazioni locali e offrire servizi decisivi (assistenza, casa, sicurezza, salute, occupazione) che le istituzioni pubbliche faticano a garantire.
Il successo della ‘ndrangheta va letto in questa chiave, nella sua straordinaria capacità di muoversi dai livelli più bassi della società ai più alti, di abitare al tempo stesso la dimensione locale e quella globale, di intrecciare relazioni sempre più significative con mondi che non sono mafiosi ma che diventano essenziali per raggiungere gli scopi criminali delle cosche.
La ‘ndrangheta in Calabria. Gli interessi economici.
La ‘ndrangheta si conferma solidissima e agguerrita lì dove è nata. Nel corso delle missioni nei due distretti di Reggio Calabria e Catanzaro sono state raccolte significative conferme e nuove indicazioni sugli interessi e le attività criminali nella regione.
Un ruolo di primissimo piano è rivestito dal traffico di stupefacenti. La Calabria resta il centro propulsore delle strategie ‘ndranghetiste in questa attività illegale, che vede le cosche dei mandamenti tirrenico e ionico di Reggio Calabria e quelle di Vibo Valentia esercitare una vera e propria egemonia nel mercato mondiale della cocaina.
I vertici delle cosche calabresi mantengono rapporti privilegiati, se non addirittura esclusivi, con i principali cartelli di narcotrafficanti del Centro e Sud America, dove la ‘ndrangheta ha realizzato basi logistiche e operative che consentono un rapido e costante rifornimento della merce, l’organizzazione di trasporti sicuri e la gestione diretta degli affari con la presenza nei diversi Paesi di broker e fiduciari delle cosche.
La ‘ndrangheta è considerata dai narcos un partner affidabile e solvibile e queste caratteristiche ne hanno favorito la globalizzazione, agevolata dalla diffusa presenza di ‘ndrine in tutto il mondo. Il traffico internazionale di stupefacenti si avvale di solidi contatti oltre oceano, negli Stati Uniti e in Canada anche in partnership con esponenti di cosa nostra 48; e soprattutto in Europa, dalla Germania al Belgio, dall’Olanda alla Spagna, queste ultime, da sempre, sponde accoglienti di molti latitanti calabresi. In tutti questi Paesi le locali della ‘ndrangheta reinvestono gli ingenti profitti del narcotraffico in nuove attività e consolidano la loro presenza, moltiplicando la forza espansiva delle famiglie calabresi.
Il porto di Gioia Tauro è uno dei crocevia del traffico di droga lungo le rotte che dal Sud America si proiettano in Europa. Le cosche egemoni nella Piana controllano le attività di gestione dei servizi interni del porto, dove esse possono contare anche sulle complicità e il supporto di tecnici e lavoratori per le operazioni di transhipment della droga dai container a terra.
Malgrado l’intensa e continua attività di contrasto, che registra numerosi arresti e sequestri davvero imponenti (1.533,785 Kg di cocaina solamente nel porto di Gioia Tauro), si fa ancora fatica, per ammissione degli stessi investigatori, a intercettare la circolazione di denaro che serve a muovere le partite di droga. «Se non interveniamo e non blocchiamo i meccanismi finanziari che consentono ai trafficanti di muovere le partite sul piano planetario di droga, non andremo mai al cuore del problema. Bisogna individuare e colpire i meccanismi finanziari che stanno a monte dei traffici di stupefacenti».
Se la droga rappresenta il core business della ‘ndrangheta globalizzata, le cosche calabresi continuano a operare un controllo penetrante in molte attività economiche della regione, con maggiore incisività e diffusione nella provincia di Reggio Calabria che presenta un quadro particolarmente allarmante. Le cosche reggine (della città, delle fasce ionica e tirrenica) esercitano un pesante condizionamento in tutti i settori dell’economia legale, dall’edilizia al commercio, dalla ristorazione ai trasporti, dall’import-export di prodotti alimentari al turismo.
È una ‘ndrangheta sempre più imprenditrice, che non si limita a esercitare le estorsioni e l’usura o taglieggiare imprenditori e commercianti in una logica parassitaria ma si è affermata con la gestione diretta delle attività economiche, alcune emergenti e molto popolari come le scommesse e il gioco on-line, dove il rischio di essere smascherati è peraltro più basso mentre altissime sono le opportunità di riciclare i proventi delle attività illecite. Le ultime inchieste hanno consolidato le conoscenze sulle capacità di inquinare non solamente il sistema economico privato ma soprattutto la pubblica amministrazione.
Grazie alla rete di relazioni consolidate con esponenti della politica, delle istituzioni e delle professioni, le cosche - sia attraverso prestanome sia con imprenditori e professionisti di riferimento - riescono ad aggiudicarsi importanti pubblici appalti, imporre le proprie ditte e la propria manovalanza nei subappalti, e questo vale sia nel caso dell’appalto milionario per la ristrutturazione del Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria che per la ristrutturazione di un noto bar del capoluogo reggino.
Un modus operandi che non ha bisogno di ricorrere alla violenza ma che trova nella convergenza di interessi con ampi settori della classe dirigente locale e regionale una leva per mantenere potere e consenso e garantire l’impunità delle cosche. Nel distretto di Catanzaro, che comprende anche le province di Cosenza, Crotone e Vibo Valentia, le ‘ndrine si muovono con altrettanto cinismo e aggressività, e dove primeggiano le famiglie Grande Aracri di Cutro e i Mancuso di Limbadi con importanti proiezioni nell’Italia settentrionale e all’estero.
Anche in questi territori si va affermando il modello imprenditoriale, con le cosche che allargano il proprio raggio d’azione nel campo delle energie rinnovabili, della depurazione delle acque e nell’assistenza ai migranti. Significativa, in tal senso, l’indagine della procura di Catanzaro sulle infiltrazioni mafiose nella gestione del Cara Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, dove la cosca egemone degli Arena era riuscita ad accaparrarsi per molti anni gli appalti indetti dalla prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione destinati agli ospiti del centro di accoglienza, grazie alle complicità anche del rappresentante locale delle Misericordie, l’ente gestore del Cara, e di un parroco di Isola Capo Rizzuto. Il mondo delle professioni è decisivo per assicurare il radicamento e l’espansione delle attività criminali.
Non è esagerato dire che non c’è professione che sia rimasta impermeabile alla penetrazione mafiosa: commercialisti, notai, ingegneri, medici, avvocati si sono messi al servizio delle cosche nei contesti più diversi, compresa la delicata funzione di amministrazione di beni sequestrati e confiscati alle cosche e purtroppo non sono rimaste immuni né la magistratura né le forze dell’ordine.
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