Il generale Vito Miceli e gli ufficiali a lui vicini (fra cui quelli del Reparto R) erano attestati su una linea marcatamente di destra se non nostalgica e del resto. Come risulterà dall'istruttoria Borghese, il generale Miceli era gravemente coinvolto nella congiura, si era sempre adoperato per impedire che pervenissero alla magistratura i rapporti informativi sui preparativi golpisti dal 1969 in poi
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci dell’ordinanza del 18 Marzo 1995, “Azzi+25” di Guido Salvini, il giudice che a Milano provò, a più di vent’anni di distanza dai fatti avvenuti, a far condannare responsabili e complici di una stagione di sangue
Le altre due bobine, prodotte dal capitano Antonio Labruna all’Ufficio sin dal 3.8.1991, riguardano, come testimoniato dallo stesso capitano, le registrazioni di due colloqui svoltisi il 30 e il 31 maggio 1974 nell’appartamento del S.I.D. di Via degli Avignonesi fra il tenente colonnello Romagnoli e le “fonti” avv. Maurizio Degli Innocenti e Torquato Nicoli, presente anche Labruna il quale tuttavia era intervenuto più raramente del suo superiore nella discussione (cfr, deposiz. 3.8.1991, f.2).
Si tratta di due grossi nastri magnetici che portano la data dei colloqui indicata sulla custodia. A differenza degli altri nastri, non si tratta di copie bensì dei nastri originali e integrali registrati con un apparecchio nella disponibilità del capitano Labruna.
Deve essere subito detto che tali registrazioni, come ha riconosciuto lo stesso Labruna, sono state effettuate all’insaputa del suo superiore che stava conducendo, prevalentemente in prima persona, l’audizione dei due collaboratori.
L’apparecchio era nascosto in una borsa e ciò ha ridotto il livello di qualità della registrazione che ha comportato un notevole impegno dei periti per renderne quasi interamente comprensibile il contenuto.
La registrazione effettuata da Labruna si colloca quindi nel clima di sfiducia e di reciproco sospetto che cominciava a serpeggiare nel Reparto D e che lo aveva indotto, a fine di autotutela del proprio operato - anche se con mezzi non propriamente degni di encomio per un subalterno - a registrare e a conservare le prove del lavoro del suo superiore.
La lunga e dettagliata audizione da parte del colonnello Romagnoli dei due informatori nell’appartamento del S.I.D. è una circostanza pacifica. Che tali colloqui siano avvenuti nelle circostanze riferite da Labruna lo ha testimoniato anche il maresciallo Mario Esposito (cfr. deposiz. 16.9.1993, f.2) e lo ha ammesso lo stesso Romagnoli sin dalla sua prima audizione (16.10.1993,. ff.1-2), quando ancora non era a conoscenza dell’esistenza della registrazione.
D’altronde le voci dei quattro soggetti sono ben riconoscibili ascoltando i nastri e sono note anche all’Ufficio ad eccezione di quella dell’avv. Degli Innocenti, deceduto nel 1983.
L’incontro del colonnello Romagnoli con l’avv. Degli Innocenti e Torquato Nicoli si colloca nella fase finale dell’azione informativa condotta dal S.I.D. sul golpe Borghese e sul progetto della Rosa dei Venti e quindi in prossimità della riunione con il Ministro della Difesa, on. Giulio Andreotti (luglio 1974) e della stesura del rapporto definitivo da trasmettere all’Autorità Giudiziaria di Roma (settembre 1974).
Per tale ragione, come è poi emerso anche dalla trascrizione, il colonnello Romagnoli, nell’“interrogare” i due informatori, si mostra pienamente padrone dello snodarsi degli avvenimenti dal 1969 al 1974 in quanto egli aveva già avuto a disposizione i nastri e le trascrizioni dei colloqui effettuati dal capitano Labruna, dal gennaio 1973 con Remo Orlandini e una volta, nel marzo 1974, con Attilio Lercari. Romagnoli avrebbe poi completato il suo lavoro di verifica e coordinamento dei dati raccolti pochi giorni dopo, il 17.6.1974, in occasione dell’incontro tenuto a Lugano con lo stesso Remo Orlandini, presenti anche Labruna e gli stessi Degli Innocenti e Nicoli (cfr. deposiz. Romagnoli, 16.10.1991, f.2, e deposiz. Labruna 4.11.91, f.2).
La trascrizione dei due nastri è dovuta all’ottimo lavoro svolto dai due periti nominati dall’Ufficio, dr. Antonio Fekeza e dr.ssa Maria Teresa Fabbro, che hanno depositato il 4.9.1992 l’elaborato peritale che consta complessivamente di oltre 300 pagine, di cui 104 relative al colloquio del 30.5.1974 e 215 al colloquio del 31.5.1974 (cfr. vol.15, fasc.1 e 2).
Il lavoro di trascrizione, che grazie all’impegno dei periti ha grandemente ridotto il numero dei passi della discussione difficilmente comprensibili, è stato aiutato anche dalla produzione da parte del capitano Labruna dei brogliacci dattiloscritti, abbastanza completi e fedeli, che egli aveva effettuato o fatto effettuare all’epoca (cfr. deposiz. Labruna, 3.8.1991, f.2).
Nel corso dei colloqui, durati molte ore e che hanno la veste di veri e propri interrogatori sistematici e conclusivi, preceduti da una sorta di preambolo ai due collaboratori del colonnello Romagnoli, questi, con lo stile e la capacità di sintesi proprie di un ufficiale, ripercorre con i due – bisogna riconoscere con una notevole professionalità – in ordine cronologico tutti i momenti salienti dei tentativi e dei progetti golpisti che dalle prime riunioni, dall’inizio del 1969 sino alla primavera del 1974, si erano snodati prima sotto la guida del Fronte Nazionale del Principe Borghese e di Remo Orlandini e in seguito, anche dopo la fuga del Principe in Spagna, sotto la guida di una sorta di Direttorio comprendente sia uomini già protagonisti del primo tentativo sia elementi nuovi, soprattutto appartenenti al mondo militare e industriale.
Molta parte di quanto contenuto nelle domande del colonnello Romagnoli, nelle risposte dei due informatori (i quali in seguito, testimoniando dinanzi all’A.G., diverranno i primi “collaboratori di giustizia”) e nella sintesi fatta dall’Ufficiale dopo le risposte, è ovviamente trasfusa nel rapporto finale e nei vari allegati e quindi ampiamente nota.
Ci riferiamo alle riunioni indette da Junio Valerio Borghese a partire dall’inizio del 1969 in ogni parte d’Italia, all’adesione di Avanguardia Nazionale al progetto, vista con entusiasmo dal Principe come giovane forza “operativa”, alla divisione del Fronte in gruppi pubblici e legali e gruppi di carattere operativo, alla descrizione degli avvenimenti del 7 dicembre 1970 e del piano che prevedeva l’eliminazione del Capo della Polizia, l’occupazione parzialmente riuscita del Ministero dell’Interno, della Rai, del Ministero della Difesa (affidata al gruppo ligure di Torquato Nicoli), sino alla sospensione dell’azione nelle prime ore dell’8 dicembre e all’abbandono del Viminale da parte del gruppo di An, che tuttavia aveva sottratto una mitragliatrice di tipi particolare quale “prova” a futura memoria e strumento di ricatto in caso di necessità.
Ci riferiamo altresì alla riorganizzazione del progetto negli anni successivi, con la costituzione di un Direttorio composto da dieci membri (fra cui l’avv. De Marchi, l’ing. Eliodoro Pomar, il dr. Salvatore Drago, già quinta colonna presso il Ministero dell’Interno in occasione dell’occupazione, Stefano Delle Chiaie e un rappresentante di Ordine Nuovo rimasto sconosciuto), all’adesione del gruppo di Padova di Dario Zagolin, del gruppo M.A.R. di Carlo Fumagalli, di molti ufficiali fra cui, ovviamente, il colonnello Amos Spiazzi, sino alle frenetiche riunioni fra civili e militari che avevano costellato tutto il 1973 e al finanziamento offerto da alcuni industriali soprattutto genovesi.
Tali circostanze, ripercorse metodicamente dal colonnello Romagnoli con i due ex-congiurati con tanto di organigramma dei presenti riunione per riunione, compariranno nel rapporto finale, anche se in tale elaborato il ruolo di An sarà stranamente ridimensionato ed infatti l’organizzazione risulterà appena scalfita, in termini di arresti e incriminazioni, dall’azione dell’Autorità Giudiziaria.
Ma a parte ciò, dalla trascrizione e soprattutto dal discorso introduttivo del colonnello Romagnoli ai due informatori e da alcuni passi che fra poco si esamineranno risulta senza ombra di dubbio che obiettivo del Reparto D era operare una sorta di potatura dei rami secchi – una sorta di “stabilizzazione controllata” dei nuclei eversivi – consegnando alla magistratura le frange più radicali dei vari progetti golpisti, ma nello stesso tempo proteggendo alcuni settori il cui coinvolgimento non doveva assolutamente divenire pubblico (in particolare Licio Gelli e alcuni alti ufficiali anche legati al suo ambiente) ed evitando che l’Autorità Giudiziaria di Padova, non sottoponibile a sollecitazioni e a controlli, penetrasse a fondo nelle strutture militari e di sicurezza, toccando santuari – più vicini a un progetto di golpe “bianco” e legale – che dovevano assolutamente essere salvaguardati.
La trasmissione del rapporto, comunque ricco di dati e di notizie, all’A.G. di Roma, titolare dell’istruttoria sul golpe Borghese, che da tempo sonnecchiava, aveva quindi non solo la finalità di di eliminare dalla scena i gruppi più compromessi e apertamente fascisti, ma anche di rivitalizzare tale istruttoria, favorendo l’unificazione delle inchieste a Roma e procedendo al trasferimento nella Capitale dell’istruttoria padovana.
Si impongono a questo punto alcune considerazioni di ordine generale e quasi storico che consentano di comprendere i ragionamenti, pur chiari, che saranno tra poco riportati. Da alcuni anni, la dirigenza del S.I.D. era nettamente divisa in due gruppi che esprimevano due diverse “linee politiche”.
Il Direttore del Servizio, generale Vito Miceli, e gli ufficiali a lui vicini (fra cui quelli del Reparto R) erano attestati su una linea marcatamente di destra se non nostalgica e del resto, come risulterà dall’istruttoria Borghese, il generale Miceli era gravemente coinvolto nella congiura, si era sempre adoperato per impedire che pervenissero alla magistratura i rapporti informativi sui preparativi golpisti dal 1969 in poi, era amico personale di molti dei congiurati, tanto che l’imputazione di mero favoreggiamento, in cui era stata derubricata al termine dell’istruttoria l’ipotesi di concorso in cospirazione politica, non può che apparire una sottovalutazione delle sue effettive responsabilità.
La linea che faceva capo al numero 2 del Servizio, il generale Gianadelio Maletti (molto legato all’on. Andreotti), e in genere al Reparto D era certamente meno rozza e, pur rimanendo essenzialmente conservatrice ed ostile a qualsiasi slittamento a sinistra del Paese, può essere definita più moderna e tecnocratica.
Per questo motivo, conducendo a fondo la sua attività informativa ed approntando il rapporto per la magistratura, il Reparto D aveva ritenuto opportuno, dopo anni di inerzia del Servizio, se non di aperta complicità, bruciare una parte della struttura golpista e smobilitare alcune strutture armate dell’estrema destra.
L’occultamento di parte del materiale informativo raccolto non deve quindi essere confuso con una complicità nei tentativi golpisti – semmai il generale Maletti auspicava un rafforzamento “legalitario” dei poteri dello Stato – ma come la necessità di proteggere comunque settori che non dovevano essere toccati.
È probabile che la vittoria, almeno momentanea, della linea del generale Maletti (tuttavia uscirà anch’egli di scena dopo il caso Giannettini) fosse legata agli indirizzi strategici di quel momento degli altri Servizi dello schieramento occidentale, posto che nel periodo fra l’aprile e l’estate del 1974 sarebbero caduti il regime post-salazarista portoghese di Caetano e il governo dei colonnello greci e, l’anno successivo con la morte del generale Francisco Franco sarebbe tramontata anche l’ultima dittatura ancora presente in Europa.
Era quindi ben difficile che in Italia le strutture di sicurezza potessero continuare a sostenere o a collaborare con i progetti dei gruppi che lavoravano proprio in vista di soluzioni golpiste analoghe a quelle che erano venute meno in altri Paesi europei e non erano ormai più praticabili nemmeno nel nostro Paese.
Tale linea di condotta del generale Maletti è solo apparentemente in contrasto con la copertura offerta dall’alto ufficiale alla cellula nazifascista di Padova durante le indagini dei giudici di Treviso e di Milano in direzione della “pista nera”.
Il Reparto D – di cui il generale Maletti sarebbe entrato a far parte solo nel giugno 1971, un anno e mezzo dopo l’operazione del 12 dicembre 1969 – non era coinvolto o perlomeno non era coinvolto nella persona del generale Maletti e dei suoi collaboratori negli anni 1972/1974 nella fase ideativa ed operativa della strage di Piazza Fontana.
Tuttavia la protezione dei componenti della cellula veneta attuata tramite la fuga di Pozzan e Giannettini, la progettata evasione di Ventura, la “chiusura” della fonte Gianni Casalini e i contatti con Massimiliano Fachini, emersi nella presente istruttoria, erano un’attività assolutamente necessaria in quanto il cedimento anche di uno solo degli imputati avrebbe portato gli inquirenti, livello dopo livello, a risalire fino alle più alte responsabilità che avevano reso possibile l’operazione del 12 dicembre e le ripercussioni che ne sarebbero derivate sarebbero state forse addirittura incompatibili con il mantenimento dello status quo politico del Paese, obiettivo minimo in qualsiasi fase per qualsiasi Servizio.
© Riproduzione riservata


