Le cose spaventose e imprevedibili cominciano ad accadere e dimostrano anzitutto che nell’occhio del ciclone c’è l’intera società siciliana: a morire in mezzo alla strada non sono più soltanto i mafiosi patentati, ma anche le eminenze, gli intoccabili...
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per una ventina di giorni pubblichiamo le inchieste de “I Siciliani”, ringraziando la Fondazione Fava che ci ha concesso la divulgazione
Il 1967 fu un anno che i palermitani ricordano. Ci furono solo diciassette omicidi, una specie di record per una città che era abituata a contare fino a cento morti, in un anno, in mezzo alle strade. Quasi tutti i crimini erano stati consumati per ragione di gelosia, per motivi di onore, per adulterio, per piccoli motivi di interessi, per risse casuali, per improvviso scoppio di pazzia. Miserie umane.
Un solo omicidio mafioso, ma in periferia, colpi di lupara che facevano volare vecchi stracci. Niente altro! Erano i tempi in cui la commissione parlamentare antimafia batteva tutte le province occidentali dell’isola, interrogando deputati, giudici, funzionari, mafiosi di rango, ras della malavita, uomini politici, funzionari dello Stato, sindaci, prefetti.
C’era una sensazione di angoscia dovunque, come se da un momento all’altro dovesse arrivare l’apocalisse, e tutta l’impalcatura della mafia, i ras, i guardaspalle, gli esecutori dovesse crollare di colpo travolgendo, in un tragico polverone, anche le invisibili eminenze politiche.
Qualcuno, in vena di ottimismo e glorificazioni, citò in Parlamento il diciottesimo verso delle rivelazioni di Cristo a S. Giovanni e, alludendo a quelle ch’erano ritenute le imminenti conclusioni della commissione antimafia, scrisse: «Caduta, caduta è Babilonia la grande, l’albergo dei demoni, la prigione d’ogni spirito immondo e abominevole, e con loro caduti tutti coloro che hanno bevuto il vino della sua ira e fornicazione, e i re della terra che hanno fornicato con lei, ed i mercadanti che si sono arricchiti della sua dovizia e delle sue delizie. Tanto essa si è glorificata ed ha lussuriato, tanto essa avrà piaghe di cordoglio e tormento, ed infine arriverà un angelo possente, levando una pietra grande come una macina e la scaglierà in mare dicendo: così con impeto è stata gettata via Babilonia e non sarà più trovata!» Laddove, nell’impeto oratorio, evidentemente Babilonia era la mafia, ma non si specificava chi potesse essere l’angelo, se il presidente della commissione antimafia, il capo del governo, oppure il presidente della repubblica.
Comunque questo era demagogicamente lo stato d’animo e infatti l’anno 1968 fu ancora più straordinario per Palermo; soltanto sedici omicidi, record assoluto, tutti crimini di miserabili passioni umane, uno addirittura commesso con uno schiaffo. Nemmeno un crimine di mafia.
Il grande esercito sanguinoso che aveva devastato il corpo e l’anima della Sicilia avanzando dovunque, uccidendo e soprattutto uccidendosi, assaltando ogni tipo di ricchezza, di prestigio e potenza, impadronendosi di tutti i settori vitali dell’economia, influendo sulla rappresentanza politica e persino sulle decisioni di governo, sembrava sgominato e distrutto. In realtà esso era soltanto immobile cioè acquartierato.
Coloro che erano fuggiti al nord stavano febbrilmente cercando nuove aree di dominio, nuovi strumenti e nuove alleanze, e coloro che erano rimasti in Sicilia, i vecchi reduci dal processo di Catanzaro (una sorta di cavalieri di Vittorio Veneto della mafia) e le nuove generazioni che si erano slanciate a colmare i vuoti di potere, stavano oscuramente cercando di stabilire un equilibrio, cioè di convivere e rispettarsi, sospendendo qualsiasi trattativa con la parte politica. Le prede erano sempre quelle: i grandi mercati, gli appalti pubblici, il controllo degli enti, le immense aree fabbricabili verso le quali Palermo cercava una affannosa espansione. Solo che, in fase di armistizio questa preda veniva contesa, disputata, conquistata diplomaticamente, con silenziosa pazienza, con trattativa garbata e sommessa, in cui le parole, le allusioni e le referenze avevano il posto dei mitra e della lupara.
L’imminenza però era nell’aria. Alla fine del 1969, qualcosa improvvisamente si spezzò in quell’equilibrio. La sera del giorno 11 dicembre due «Giuliette» della polizia si fermarono dinnanzi ad un cantiere dell’impresa Moncada, in via Lazio e ne scesero un capitano, due agenti e tre uomini in borghese, tutti armati di mitra e lupara, infilando di corsa la traversa che portava agli uffici.
Qui, in una sola stanza, erano cinque persone: Filippo e Angelo Moncada, figli del titolare dell’impresa, l’operaio Salvatore Bevilacqua, Francesco Tumminello e Michele Cavataio. Alto, largo, possente, luogotenente amato di Pietro Torretta, dominatore mafioso del quartiere Uditore, Michele Cavataio era stato assolto al processone di Catanzaro e, dopo una breve vacanza romana, era tornato a Palermo a riprendere il suo posto. Arrogante e spavaldo Cavataio agiva nel settore dell’edilizia: proteggeva i cantieri, combinava gli affari, sollecitava la compravendita delle aree.
Nell’ufficio stava con due pistole e un mitra sotto la scrivania. Sapeva. «Mani in alto! Siete in arresto!» Il capitano di polizia, i due agenti e i tre uomini in borghese erano defilati nel buio del cortile, con le armi spianate e quei cinque uomini invece dentro l’ufficio, in piena luce. Probabilmente era una spedizione solo per uccidere Cavatalo e Tumminello, ma accadde qualcosa d’imprevisto, forse Cavataio cercò di afferrare il mitra accanto al tavolo, e allora fu un’orgia sanguinosa: quei sei uomini presero a sparare tutti insieme con i mitra, le pistole, i fucili a lupara, in meno di un minuto furono esplosi centinaia di colpi: i mobili si sfasciarono, i corpi umani furono sbattuti dai proiettili contro i muri, i muri si macchiarono ovunque di sangue.
L’ultimo a fuggire fu il finto ufficiale di polizia che, sul cadavere sfigurato di Cavataio, esplose ancora una raffica. Pochi secondi che però costarono la vita ad altri due uomini poiché, nel frattempo, uno dei guardiani del cantiere, il trentenne Giovanni Domé aveva fatto in tempo ad afferrare la «lupara» e correre verso l’ufficio. E infatti la squadra dei killers, in fuga verso l’uscita, lo incontrò a metà della traversa: due tonfi di fucile a canne mozze, Giovanni Domé fece una capriola con la faccia sfondata, ma il suo colpo aveva preso al petto uno dei fuggitivi, uccidendolo.
I complici lo caricarono come un sacco, lo gettarono dentro il bagagliaio di una Giulietta e scomparvero. Non si seppe mai chi fossero. Probabilmente i loro nomi sono ormai anch’essi nell’elenco delle centinaia di persone uccise, a Palermo, dopo la strage di via Lazio. Improvvisamente l’anima mafiosa sembra colta da furore, una specie di demenza. Scompare Mauro De Mauro, giornalista dell’Ora, autore di una serie di inchieste sulla mafia, un professionista scaltro, abile, profondo conoscitore di tutto l’ambiente politico siciliano.
Non si è capito mai nemmeno il come e il perché del suo assassinio. Si sono fatte ipotesi allucinanti sul contrabbando della droga, addirittura si è cercato un collegamento con l’assassinio di Enrico Mattei, di cui De Mauro avrebbe scoperto i mandanti, ma non si è raggiunta mai certezza di niente. Era comunque il primo segno delle cose terribili che stavano per accadere, davvero come se in fondo all’anima mafiosa cominciasse ad emergere un mostro nuovo, deciso a tutte le violenze.
Le cose spaventose e imprevedibili cominciano infatti ad accadere e dimostrano anzitutto che nell’occhio del ciclone c’è l’intera società siciliana: a morire in mezzo alla strada non sono più soltanto i mafiosi patentati, ma anche le eminenze, gli intoccabili.
La lotta è arrivata ai vertici e non c’è più rispetto per nessuno. All’imbrunire di un giorno di maggio in via dei Cipressi, accanto al cimitero, un’auto sbarra la strada alla vettura pilotata dal brigadiere Antonino Lo Russo e sulla quale viaggia il procuratore capo della repubblica di Palermo Pietro Scaglione. In ogni grande città italiana il procuratore capo della repubblica è una delle eminenze della società; alla pari con qualsiasi altra.
Figuriamoci a Palermo. Il suo potere di giustizia gli consente di colpire chiunque e nello stesso tempo sembra renderlo invulnerabile ad ogni violenza. Invece non gli danno nemmeno il tempo di capire che accade: tre persone armate di mitra e lupara balzano fuori dall’auto e crivellano di proiettili Scaglione e il suo povero autista. Piccolo, tarchiato, triste, con una banda di capelli bianchi, scontroso, collerico, Pietro Scaglione una volta aveva detto una frase sibillina: «In certi casi di mafia il giudice siciliano si contenta degli indizi perché questi bastano alla sua coscienza!»
In realtà egli era accusato d’essere implacabile fino alla crudeltà in certi casi, e invece stranamente distratto e remissivo in altri. Quando Luciano Liggio fuggì dalla clinica romana, il questore Zamparelli che venne accusato di non avere arrestato subito Liggio, disse d’avere avuto ordine proprio da Scaglione di eseguire il mandato di cattura solo nella zona di Corleone, in cui evidentemente il latitante non sarebbe più tornato. Riferendo al Capo dello Stato il presidente della commissione antimafia Cattanei e il comunista Malagugini scrissero testualmente: «Quale che sia la verità storica si è di fronte ad una serie di comportamenti gravemente scorretti e illeciti!»
Se il procuratore capo Pietro Scaglione, un uomo che faceva tremare una città, poteva essere ucciso così selvaggiamente in mezzo alla strada, i casi erano fatalmente due: anche gli alti gradi della magistratura erano inquinati, cioè avevano trattato con la mafia e quindi erano chiamati a pagare il prezzo di defezioni, tradimenti, nuove alleanze, errori e prepotenze; oppure la mafia oramai era decisa (tanto per adottare il linguaggio delle brigate rosse) a portare direttamente l’attacco al cuore dello Stato uccidendo chiunque, per potenza del suo ufficio, per dirittura morale, o semplicemente per coincidenza di indagini, poteva contrastare il suo interesse.
Proprio in quelle settimane io ebbi modo di conoscere, in un grande teatro genovese, il presidente della commissione antimafia Cattanei, opposto anzi a lui in un dibattito che aveva quale tema la tragedia mafiosa. Io cercai di spiegare come questa tragedia avesse tre componenti, cioè la ignoranza che portava l’individuo a disconoscere la realtà dello Stato; la miseria che induceva centinaia e migliaia di uomini a farsi strumento di delitti, ad uccidere ed assassinare per conquistare un prestigio umano che la società non era stata capace di garantire, nemmeno a semplice livello di sopravvivenza; ed infine la viltà, che era quella proprio dello Stato incapace, a tutti i livelli di potere, di affrontare pubblicamente una realtà di corruzioni, compiacenze, complicità, sperperi.
Ricordo la folla genovese che gremiva quel teatro. Ancora i genovesi non erano stati sfiorati dalla violenza, non sapevano come e quanto essa potesse essere sanguinaria e quanto dolore potesse arrecare, e come l’animo del cittadino potesse essere devastato dalla paura. Era dunque una folla linda, educata, composta, un po’ sgomenta, che ascoltava a bocca aperta questa storia tragica e assurda che veniva dalla Sicilia, ed era illogica e allucinata quasi provenisse da un altro pianeta. L’onorevole Cattanei era un uomo quasi bello, come può esserlo un uomo che fa della politica lo scopo della sua vita, cioè vestito di scuro, l’immensa fronte su un volto affilato da centurione romano, la parola sobria con improvvisi scatti oratori.
Dinnanzi a quella mite e incantata folla genovese il presidente della commissione antimafia, mi rispose: «Negli ultimi anni la commissione antimafia da me presieduta ha lavorato ininterrottamente, interrogando migliaia di persone, controllando decine di migliaia di documenti, svolgendo inchieste in centinaia di uffici. Abbiamo interrogato cittadini, criminali, poliziotti, carabinieri, magistrati, uomini politici, funzionari, abbiamo compilato alcuni impressionanti dossier nei quali esiste, esemplificata nelle gesta e nella responsabilità tutta la fauna mafiosa. Ed abbiamo pubblicato già alcuni fascicoli, fra i quali ad esempio quello sulle connivenze del Comune di Palermo, e quello ancora sui monopoli mafiosi ai mercati generali, che hanno provocato un autentico terremoto anche a livello giudiziario. Non è facile scoprire e capire le cose poiché la commissione d’inchiesta si muove fra gente che ha paura. Paura per tutto, per la sua vita, per la sua responsabilità penale, per la carriera. Ma, ad una ad una, abbiamo isolato tutte le verità e siamo ora nel momento di tirare le conclusioni che sono, ve lo posso assicurare, drammatiche. Tremerà la Nazione!»
Tremò intanto il teatro per il grande applauso della folla. La Nazione avrebbe avuto occasione di tremare, molto più tragicamente, ma per altre cose ed altri eventi, che sarebbero venuti a ferirla, a colpirla, violentarla, da ben altre direzioni. E il suo non sarebbe stato un tremore di emozione e di vendicata passione civile, bensì solo d’incalzante paura e di orrore. Da quella sera, in quel teatro genovese, ci sono stati altri quattrocento, cinquecento assassinii. Palermo è sempre Babilonia, l’albergo dei demoni, l’immobile patria della mafia.
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