«Lo stato non indietreggia», dice la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Palazzi sgomberati, mafiosi arrestati, patrimoni sequestrati alle organizzazioni criminali e, perfino, la difesa strenua dei decreti sicurezza. Nell’annuale conferenza stampa, Meloni elenca successi e individua i soliti responsabili di quello che nelle politiche securitarie non funziona: i magistrati. 

«Se vogliamo garantire la sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione, governo, polizia, magistratura, che è fondamentale in questo disegno. Per non rendere vano il lavoro del Parlamento e delle forze dell'ordine faccio un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini. Le faccio due, tre casi escluso quello del capotreno. Ricordo il caso dell’imam di Torino, la polizia ne dimostra la pericolosità per i contatti con i terroristi, l’espulsione disposta dal ministro è stata bloccata. Lo scorso novembre la madre ha ucciso il figlio di nove anni, era stata denunciata più volte, ma l’autorità giudiziaria aveva ritenuto di lasciarla a piede libero. Ad Acerra un imprenditore è stato arrestato e poi è stato subito scarcerato. Così è vano il lavoro delle forze dell’ordine e del parlamento».  

Uno schema rodato, già applicato anche sul fallimentare progetto albanese, con la costruzione di centri per i rimpatri in quel territorio, con spese folli di soldi pubblici ed efficacia zero. Anche in quel caso la colpa di quel clamoroso fallimento è dei giudici. 

Quello che non dice la presidente del Consiglio è che sono i magistrati ad arrestate i mafiosi, a sequestrare i patrimoni alla criminalità organizzata. Quei pubblici ministeri antimafia obiettivo di strali quando indagano sui politici e destinatari di encomi quando si occupano di mafiosi.

Basti pensare a quanto accaduto ai magistrati di Palermo. Ai pm antimafia la maggioranza di destra e il governo vogliono sottrarre strumenti a partire dalle intercettazioni con la risibile motivazione dei costi sostenuti, si tratta di una cifra inferiore ai 200 milioni di euro all’anno, ampiamente recuperata con le confische.

È stata già approvata una riforma che ha fissato un limite massimo di 45 giorni per la durata complessiva delle operazioni di intercettazione per i reati contro la pubblica amministrazione, una ghigliottina che taglia le gambe alle inchieste sulla corruzione, talvolta preludio di quelle antimafia. Senza dimenticare quanto la sua maggioranza  stia contribuendo alla riscrittura delle stragi di mafia: con il tentativo di eliminare da quella storia le ombre nere esterne a Cosa nostra. 

Ma sono le aggravanti e nuovi reati introdotti, più di cinquanta, dai provvedimenti della maggioranza che hanno contribuito a ingolfare procure e tribunali, rendendo la giustizia una macchina ancora più elefantiaca.

Il modello è l’impunità per i colletti bianchi, questo è il governo che ha cancellato l’abuso d’ufficio, e la repressione per chi vive nella marginalità sociale. La presidente del Consiglio ha rivendicato anche lo sgombero dei palazzi, c’è sempre un assente ingiustificato: lo stabile di Casapound. La legalità è un concetto elastico, si applica in modo stringente ai nemici e molto lasco per i vecchi amici. 

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