Il verdetto della Corte di cassazione è arrivato a metà pomeriggio, e ha sancito non solo la condanna definitiva per Denis Verdini, ma ha anche il crepuscolo del suo potere, abile tessitore di alleanze, carriere politiche e artefice di quel patto del Nazareno, che a Ferruccio De Bortoli, all'epoca direttore del Corriere della sera, odorava «di massoneria». L'ex coordinatore di Forza Italia, uomo forte del partito azzurro, fedelissimo di Silvio Berlusconi, è stato condannato a sei anni e sei mesi di reclusione nell'ambito del processo per il crac del Credito cooperativo fiorentino. Aveva sperato quando il procuratore generale aveva chiesto un nuovo processo in appello, ma il pronunciamento della Suprema corte ha sepolto ogni auspicio. «L'onorevole Denis Verdini non attenderà alcun provvedimento, affronterà la situazione e si costituirà in carcere», ha detto Franco Coppi, suo avvocato, poco dopo la sentenza, senza celare «l'amarezza per la decisione». Quella del crac del credito coopertivo fiorentino è una delle tante grane giudiziarie che l'ex senatore berlusconiano ha affrontato in questi anni, ma forse quella che meglio definisce lo stile verdiniano. La banca trasformata in una dependance di casa, un luogo dove tutto era concesso e possibile, con elargizioni e prestiti agli “amici miei”, che hanno mandato in malora l'istituto e causato l'indagine penale ora arrivata a sentenza definitiva. Un epilogo, quello della cooperativa ridotta a bancomat personale, che ricorda gli inizi della sua carriera quando, come scrisse Alberto Statera su Repubblica, i detrattori lo chiamavano «banchiere supercazzola» ricordando la battuta celebre di Ugo Tognazzi nel film ‘Amici miei’ di Mario Monicelli. La sua condanna rappresenta la fine politica di uno dei protagonisti della vita pubblica dell'ultimo ventennio, ma anche di una certa idea di potere priva di scrupoli e limiti. Folta chioma, corpulento, «che manacce che ha», disse Fiorello mentre celebrava sul palco, con al fianco Verdini, i cento anni del credito cooperativo, l'ex senatore azzurro ha iniziato da macellaio, originario di Campi Bisanzio, dove la carne è una ragione di vita. Si è fatto da solo, venuto su con il sogno dei quattrini e del successo. Memorabile la sua intervista a Report quando ammise di aver preso soldi in nero per la vendita di un terreno. Normalizzare l'evasione è il miglior modo per combatterla, gli mancò di aggiungere. Verdini è cresciuto politicamente all’ombra di Giovanni Spadolini, suo vicino di casa sulle colline toscane, poi è diventato berlusconiano, non uno tra i tanti, ma il coordinatore del partito dopo Sandro Bondi, cerimoniere del berlusconismo, e Marcello Dell'Utri, inguaiatosi e condannato per le collusioni con la mafia. In Forza Italia entra nel 1995, diventa parlamentare nel 2001, ma è nel 2009 che diventa il mazziere di nomine e liste. Controllava chi entrava e chi usciva dai palazzi quando il partito azzurro viaggiava su cifre vicine al 40 per cento. Verdini si incontrava ogni mattina al bar con Antonio Angelucci, re della sanità privata, dove veniva pizzicato dai cronisti a caccia di scoop. Gli altri amici li accoglieva nella lussuosa casa, vicino Piazza Venezia, in un giardino favoloso, prima di abbandonarsi al riposo in una stanza da letto che ricorda, per grandezza, un «hangar aeroportuale» con al centro un enorme letto a baldacchino, stando ai dettagliati racconti del Giornale. Più cresceva il suo potere più aumentavano le inchieste, come quella ribattezzata P3, dove emersero le relazioni intessute con il piduista Flavio Carboni, il cui nome affiora nei peggiori scandali italiani. L'ex macellaio favorisce il patto del Nazareno, Berlusconi entra nella sede dei democratici in nome di riforme e di un futuro di rispetto reciproco. Attorno all'elezione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si consuma lo strappo con Berluconi, Verdini però ha la forza di reinventarsi. Fonda un partito senza voti, ma con un potere gigantesco. Diventa la stampella del governo di Matteo Renzi, in fondo Luca Lotti, fedelissimo dell'ex presidente del consiglio, è suo ottimo amico. Verdini si gonfia di potere e gloria, diventa padre costituente. Ma è vana gloria e potere a tempo. La riforma costituzionale di Boschi, Renzi e Verdini finisce bocciata dagli italiani. A Verdini resta solo una parentela, quella che arriva quando la figlia, Francesca, si fidanza con Matteo Salvini. Appena un anno fa, a tramonto annunciato, indiscrezioni, poi smentite, parlavano di incontri tra Renzi e Salvini alla presenza dell'amico Denis. Ultimi vagiti di un potere in disfacimento. Verdini, inseguito dalle inchieste e ora anche dalle condanne, stava scivolando, tardivamente, nella categoria degli impresentabili. Ma, alla fine, per capire che un certo mondo non c'è più, basta leggere le reazioni alla condanna, una sentenza che ha suscitato giusto qualche sbuffo di protesta. «Sentenza fuori da ogni logica», dice il senatore semplice forzista Massimo Mallegni. In altri tempi sarebbero venute giù le agenzie, anche questo racconta la fine di un'epoca.

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