Alessandro Zan, eurodeputato italiano, ha partecipato nel 2025 al Pride di Budapest vietato dal governo Orbán, esperienza che considera emblematica del restringimento degli spazi democratici nel paese. Alla luce della recente sconfitta del premier ungherese, legge il risultato come un possibile segnale politico più ampio: «I sistemi costruiti per restare al potere possono essere messi in discussione quando cresce la partecipazione e si rafforza la società civile»
Non ha dubbi Alessandro Zan, europarlamentare e responsabile Diritti del Pd: il voto contro Orbán in Ungheria arriva in Italia come un terremoto per «i sovranisti nostrani». A darne la misura sono le reazioni delle destre, sottolinea l’eurodeputato a Domani: «Si stanno affrancando dalla sconfitta di Orbán ma lo hanno sostenuto attraverso video, viaggi. Il modello nazionalista che Meloni tenta di importare qui da noi mostra tutte le sue crepe». Più che un voto un passaggio che riapre interrogativi sul futuro delle destre nel continente: «Meloni che si rifà a una cultura politica post fascista tra limiti alla libertà di stampa e decreti sicurezza è destinata a perdere»
Alessandro Zan, la sconfitta di Orbán segna davvero un’inversione di tendenza per i governi illiberali in Europa, oppure è un caso isolato?
Indubbiamente diventano più deboli per tutti i governi illiberali. Il voto dimostra che un sistema costruito per restare al potere come quello di Orbán può essere messo in discussione quando la partecipazione cresce. E quando la società civile si organizza. Lo abbiamo visto anche con il nostro referendum sulla cosiddetta riforma della giustizia.
Péter Magyar proviene da un’area conservatrice ma oggi guida un progetto riformista. A destra vi stanno sbeffeggiando: state celebrando un uomo di destra. Che ne pensa?
Magyar è stato il leader dell’opposizione a Orbán e ha vinto costruendo una proposta che parla dei bisogni dei cittadini. Quei bisogni che sono stati ignorati, dello stato di diritto e dell’Europa. L’Ungheria era diventata una democratura sempre più povera e con meno spazi di libertà, pensiamo al Pride di Budapest negato lo scorso anno. Ho ascoltato il discorso della vittoria di Magyar con interesse adesso aspettiamo che si passi dalle parole ai fatti. Da parlamentare europeo continuerò a monitorare e pretendere di più però con questo voto in Ungheria si è riaperto uno spazio democratico.
Quella contro Orbán è stata una sconfitta senza precedenti. Perché secondo lei?
In 16 anni ha messo in campo un modello che vorrebbe imitare da noi anche Giorgia Meloni. Lentamente ha messo sotto controllo la stampa, attaccato lo Stato di diritto, isolato l’Ungheria dall’Europa. Flirtato con Putin dicendosi al suo servizio. L’Ungheria era diventata il cavallo di Troia per la Russia di Putin che punta a distruggere le democrazie europee. Ha compresso gli spazi democratici. Ma c’era qualcosa che montava nei cittadini, ero al Pride di Budapest vietato da Orbán, nonostante i divieti e i pericoli si sentiva una richiesta di libertà e democrazia montare. Quando riduci gli spazi democratici e perseguiti chi cerca di far respirare la democrazia, per esempio il sindaco di Budapest o gli attivisti Lgbtq come Beza hai perso qualsiasi relazione con la società. E i cittadini ti presentano il conto.
Lei ha citato Giorgia Meloni che ha sostenuto Orbán durante questa tornata elettorale e non è stata l’unica.
Loro si stanno affrancando alla sconfitta di Orbán. Ma i video e le dichiarazioni sono lì. Da Meloni a Salvini. Trump ha addirittura mandato JD Vance, una mossa irrituale mandare nel bel mezzo di un’elezione democratica un vice presidente per sostenere uno dei candidati. Il modello nazionalista autoritario ostile all’Europa, con questa sconfitta, mostra tutte le sue crepe.
E che legame vede con Meloni?
Guardi che Meloni non si faceva i selfie con Orbán solo per una simpatia personale ma quello era un progetto politico. Orbán aveva già fatto il lavoro sporco per 16 anni, lei lo sta imitando. L’Italia di Meloni dopo tre anni con lei al governo ha perso posizioni nella libertà di stampa, siamo a pari merito con Capo verde. Viviamo un tempo fatto di querele temerarie, tentativi di smantellare la costituzione, spyware ai giornalisti, decreti sicurezza. Quando fai la guerra alla democrazia le persone si ribellano. La prova in Italia è stata il referendum. Meloni e il suo partito si rifanno a una cultura politica post fascista, ma quello che le hanno detto chiaramente i cittadini è: non puoi stringere gli spazi democratici. Se non avrà imparato la lezione del referendum prenderà altre sconfitte.
Questa è un’elezione pesa sul dibattito europeo?
Pesa su tutti i sovranisti che hanno fatto campagna elettorale e hanno tentato di importare quel modello. Non è vero che i cittadini sono indifferenti alla politica, quando è in gioco la democrazia partecipano e si fanno sentire. Scandiscono bene il coro “Europa”. E questo parla anche al governo Meloni che in questi anni ha cercato di indebolire l’Europa, convinta di poter restringere gli spazi democratici senza che nessuno alzi la voce.
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