Il sistema italiano esce da un 2022 liberato dal fardello del governo Draghi. Sembra ingeneroso definire in tal modo uno dei governi più apprezzati della storia repubblicana. Eppure l’esecutivo guidato dall’ex governatore della Bce lascia una eredità pesante che grava non tanto sulle gracili spalle del governo Meloni quanto sul sistema politico-istituzionale italiano nel suo complesso.

In primo luogo l’arrivo di Mario Draghi a palazzo Chigi non è giunto come un necessario, indispensabile, intervento salvifico per una paese allo sbando. La sua missione si condensava, esplicitamente quanto meno, su due assi portanti - gestione delle vaccinazioni e Pnrr – che tuttavia erano già indirizzati dal precedente governo lungo il loro percorso. In secondo luogo la missione di Draghi avrebbe dovuto quindi limitarsi a “efficientare” le due grandi emergenze che il paese aveva ereditato da un 2020 mozzafiato. La quasi unanimità a sostegno del nuovo governo si motivava solo con un mandato a termine. Anche perché era gravato da alcune zavorre fin dall’inizio: il corteggiamento della galassia No vax da parte dei leghisti e l’inevitabile, e comprensibile, malmostosità dei Cinque stelle. L’anomala maggioranza avrebbe dovuto aver termine alla fine dell’anno con il passaggio di Draghi da palazzo Chigi al Quirinale. Ma qualcosa è andato storto. E l’anomalia ha continuato a infettare il sistema.

I risultati si sono visti il 25 settembre quando l’unico partito di opposizione è stato beneficato da una pioggia di voti. Quasi nessuno ha collegato la vittoria di Fratelli d’Italia con l’insofferenza per un governo tecnico e sempre più slabbrato dovendo accontentare posizioni così divaricate. Giorgia Meloni, oltre ad avvantaggiarsi dal crollo politico-strategico del Pd, andato in splendida solitudine a farsi paladino di Draghi di fronte agli elettori, ha raccolto il fastidio per una ulteriore operazione di chirurgia plastica politica.

Ridefinire il sistema

La ricostruzione della politica, a questo punto, è (purtroppo) nelle mani rozze e illiberali della destra. Non sembra che, dall’altra parte della barricata, la sinistra democrat e pentastellata, e il Terzo polo, si stiano attrezzando adeguatamente a fronteggiare il lungo inverno di opposizione.

In realtà, sulla coppia Renzi-Calenda va sospeso il giudizio: il loro movimento è in bilico tra sfondamento e sfarinamento. Le elezioni lombarde saranno decisive. Qui si sono realizzate le condizioni migliori per portare a regime il progetto di erosione del bacino forzista attraverso il loro sostegno alla candidatura di Letizia Moratti. Se questa operazione ha successo, allora il Terzo polo può giocare in grande. Tuttavia non esiste solo la Lombardia. O il successo è bissato nel Lazio, da dove è partito Carlo Calenda con grandi ambizioni, oppure si riduce a un fuoco fatuo: qualcosa di simile ai successi del Partito liberale di Giovanni Malagodi agli albori del centro-sinistra, nei primi anni Sessanta.

Per ridefinire il sistema partitico con nuovo un assetto tripolare – destra, centro, sinistra – sulla falsariga di quello della fine degli anni Dieci – destra, sinistra, altrove (M5s) – è necessario che il Terzo polo vada ben oltre le percentuali che ha raccolto fin qui.

Per questo deve sperare in una rotta del Pd. Mentre con i Cinque stelle non c’è nessuna contiguità politico-culturale, e tantomeno sociale in quanto i due elettorati non hanno punti in comune, la componente borghese del Pd, il ceto medio-alto delle Ztl, potrebbe rifluire verso Calenda-Renzi. Ma avverrebbe più per sfinimento che per convinzione. Frastornati e depressi da una gestione disastrosa della campagna elettorale, e soprattutto del post elezioni – scene di un suicidio da lemming impazziti – gli elettori del Pd, esasperati, potrebbero tagliare gli ultimi legami di fedeltà con “il” partito della sinistra.

D’altro lato, una competizione per la leadership vigorosa e nutrita di idee forti fornisce un’ultima ancora di salvezza. Anche perché gran parte del voto di sinistra delle Ztl è composto da quegli elettori maturi, spesso baby boomer, che hanno maturato attraverso le loro esperienze di socializzazione politica giovanile una visione di sinistra libertaria tutt’altro che sensibile alle sirene neoliberiste di Calenda & co. I loro riferimenti simbolici echeggiano ancora delle aspirazioni egualitarie, di libertà e liberazione, degli anni in cui si sono formati politicamente, e che il Pd ha interpretato meglio di ogni altro (insieme ad alcuni lampi grillini).

Il ritorno alla politica avviene sotto l’egida della destra meloniana. FdI ha assunto una tale posizione dominante da consentirgli di lasciare alla Lega il ruolo dell’“estremista” e da ridurre Forza Italia a un residuo pronto a essere assorbito magari in un nuovo contenitore ad hoc, una riedizione a parti decisamente invertite del PdL berlusconian-finano. Gli oppositori, invece, si muovono in ordine sparso. C’è chi vuole incidere ai margini della destra come il Terzo polo, chi punta al primum vivere come il Pd, e chi continua a veleggiare sull’onda lunga postelettorale come il M5s, inconsapevole che questa finirà presto. A ogni modo il sistema partitico è tutt’altro che stabilizzato. Il 2023 sarà ricco di novità.

 

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