In una qualche forma si può parlare di una sconfitta del governo. Che di certo non si aspettava questa decisione e, probabilmente, non l’accetterà. Ma alla fine, dal punto di vista pratico, poco dovrebbe cambiare. Ieri la Cassazione ha ammesso il quesito sul referendum sulla giustizia, proposto dal Comitato dei quindici coordinato dall’avvocato Carlo Guglielmi, su cui sono state raccolte oltre 500mila firme.

In questo modo, il prossimo 22 e 23 marzo, ai cittadini non verrà più chiesto se «approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?».

Ma se «approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 100 comma 1 della Costituzione?».

Per dirla con le parole dei promotori si tratta di un quesito «essenziale» che permetterà agli elettori di cogliere «la profonda revisione dei ben sette articoli della Costituzione». Ma l’unica domanda che conta è: cosa cambia? Giunti a questo punto potrebbe esserci uno slittamento della data?

Gli effetti

Secondo diversi giuristi non succederà nulla. «Credo che la data del referendum non cambi – dice il costituzionalista Stefano Ceccanti – il referendum è già indetto per decreto, verrebbe solo aggiornato il quesito e non servirebbero altri decreti che ne posticiperebbero la data. Quindi il quesito cambia ma la data no. Non escluderei però che la questione potrebbe protrarsi qualora i promotori ritengano di chiedere di cambiare la data ricorrendo alla Consulta per conflitto di attribuzione. Anche in quel caso penso che però il ricorso non verrebbe ammesso».

La pensa un po’ diversamente Michele Ainis, professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico all’università di Roma Tre: «Nel quesito referendario proposto dal governo certamente non erano indicati gli articoli della Costituzione allo scopo di rendere più semplice la comprensione del quesito stesso. Ma se a questo punto la Cassazione, tornando sui suoi passi dopo aver approvato il precedente quesito ha stabilito che occorre rimodularlo, non c’è dubbio che slitti la data delle votazioni, perché quella data è incorporata nel decreto. Penso che possa e che debba slittare. Se questo non avverrà sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta».

Il punto centrale è quindi questo. Cosa farà il Comitato dei quindici? Sembra complicato che possa sollevare conflitto di attribuzioni dinnanzi alla Corte costituzionale impugnando, di fatto, il decreto presidenziale che ha indetto la data (anche perché significherebbe, di fatto, trascinare il Capo dello stato nell’agone della campagna referendaria).

Il nodo della schede

Altra questione è quella che riguarda le schede. Il nuovo quesito dovrà comparire su quelle che verranno distribuite il 22 e 23 marzo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, proprio in attesa della decisione della Cassazione, ha consigliato di non stamparle. Quindi non dovrebbero esserci grossi problemi ma, come spesso accade quando si tratta del governo Meloni, ora che anche il pasticcio referendario è compiuto, tutto potrebbe accadere.

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