Mentre le diaspore di tutto il mondo si mobilitano per votare, gli italiani all’estero possono contare su uno strumento di rappresentanza ancora poco conosciuto: i Comites. C’è tempo fino al 4 novembre per iscriversi al voto
I serbi all’estero hanno fatto code chilometriche per votare, gli elettori brasiliani all’estero sono quadruplicati dall’ultima consultazione elettorale, israeliani e statunitensi nel mondo saranno i prossimi a votare e daranno certamente un contributo importante alla sfida democratica dei loro paesi.
La forza delle diaspore in questi giorni non può che essere evidente, nella sua vitalità, e gli italiani non dovrebbero sentirsi da meno perché hanno molto di più; la forza dei numeri, per cominciare: con più di sette milioni di connazionali iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). La forza di una capillarità unica, con una presenza attestata in ogni continente. La forza di una storia dell’emigrazione lunga, combattiva e significativa. La forza di realtà associative, istituzionali e informali che nascono dalla nostra capacità di fare rete e di mantenere un rapporto leale con il paese di provenienza come con quello di approdo.
Una forza grandemente minacciata dalla nuova legge elettorale, che sottrae ai territori la possibilità di essere rappresentati nelle proprie specificità, generando la figura di un “supersenatore” mondiale, che dovrà fare campagna elettorale dall’Artico alla Nuova Zelanda.
Ma soprattutto una forza che, da 40 anni, si è dotata di preziosi strumenti di azione spesso misconosciuti proprio da coloro che dovrebbero affidarcisi. Sto parlando dei Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero, istituzioni elettive su base volontaria che in questo momento vanno al rinnovo in ogni circoscrizione consolare con almeno tremila connazionali residenti.
La legge italiana li riconosce come il punto di contatto della comunità italiana sia con le autorità diplomatico-consolari (per mantenere e migliorare il dialogo tra Stato italiano e comunità) sia con le autorità locali. Sono cioè uno strumento di soft power popolare capace di agire contemporaneamente dai due lati della partecipazione emigrata: il territorio di origine e quello di approdo.
Anche se non ne sentite parlare sui media nazionali, da due mesi migliaia di italiani all’estero si sono attivati per presentare liste elettorali, tra mille difficoltà burocratiche, e permettere a tutti di scegliere da chi farsi rappresentare. Il sistema è proporzionale con le preferenze, consente cioè di scegliere direttamente i propri rappresentanti. E chi si impegna lo fa in maniera volontaria, senza nessun tipo di emolumento o indennità.
Di fronte a così tanta generosità, come non rispondere con il gesto più sacro, quello del voto? Ma attenzione: per essere ancora più certi dell’assoluta devozione allo spirito di partecipazione democratica, per votare, occorre addirittura iscriversi: un unicum nel sistema italiano. E rimane ancora solo una settimana per farlo, tramite la piattaforma Fast It o riempiendo l’apposito modulo disponibile sui siti di ogni Consolato, dove si trovano anche le informazioni riguardanti le liste presentate.
Questa possibilità di azione, di esplorazione delle forze organizzate che animano i territori, di scelta, si chiuderà il 4 novembre. Parlatene quindi a tutti i connazionali all’estero che conoscete, girate questo articolo, criticate pure un sistema istituzionale pensato per l’emigrazione delle scorse generazioni che sta faticosamente rinnovandosi con il contributo delle nuove, ma non restate nell’ignoranza.
Serbi, brasiliani, israeliani, statunitensi, hanno mostrato e stanno per mostrare al mondo che la partecipazione è sempre più globale e interconnessa. Noi, rispetto a loro, abbiamo qualcosa in più: una capacità di azione collettiva che può essere esercitata nell’ordinarietà della vita quotidiana, e può, grazie al collegamento istituzionale dei singoli Comitati con il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – che dialoga con le istituzioni nazionali e fa sintesi di necessità e prospettive – dare prova della capacità di attuare quella politica della prossimità, concreta e attiva, di cui tutti sentiamo il bisogno.
* L’autrice dell’articolo è segretaria generale del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie)
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