Due carabinieri si presentano nella sede di un giornale per chiedere la stampa di un articolo che era disponibile a chiunque online. L’articolo serviva per essere allegato a una querela per diffamazione che – evidentemente – il querelante non aveva prodotto.
Apparentemente la storia potrebbe concludersi così, con contorni che hanno del grottesco.
Ma sarebbe un grande errore: la querela presentata dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, e il provvedimento di sequestro con il quale due Carabinieri sono entrati nella redazione di Domani, richiedono la massima attenzione da parte di tutti coloro che hanno a cuore la libertà di stampa.

L’insofferenza

Nel paese si respira – a onor del vero, non da oggi – un clima crescente di insofferenza nei confronti dell’informazione, e in particolare del giornalismo di inchiesta.
La Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) sempre più spesso si trova ad affiancare giornaliste e giornalisti che devono fronteggiare querele bavaglio, che hanno il solo scopo di intimidire.
Ed è bene ribadirlo una volta di più: queste forme di intimidazione “esercitate attraverso strumenti legali” (Osservatorio sul Giornalismo dell’AgCom) evidentemente colpiscono i giornalisti. Ma in realtà il prezzo più alto viene pagato dai cittadini, e dal loro diritto a essere informati, garantito dall’art. 21 della Costituzione.
Nella stragrande maggioranza dei casi (7 volte su 10) le querele vengono archiviate ancor prima di arrivare a processo. Di quelle che effettivamente arrivano in aula di tribunale, 9 su 10 si concludono con l’assoluzione del giornalista.
Basterebbero questi dati per spiegare perché è urgente approvare una legge che ponga fine a quella che è una vera e propria molestia alla libertà di stampa.

Una norma

Per questo la Fnsi chiede da tempo l’approvazione di una norma di civiltà molto semplice: in caso di bocciatura, il querelante deve essere tenuto a pagare il 50 per cento del risarcimento da lui richiesto. E sarebbe un segnale molto importante se questa somma venisse messa a disposizione di un fondo contro le querele e le azioni civili temerarie a disposizione dei precari, dei free lance, e di tutti coloro che non hanno un grande gruppo editoriale a proteggergli le spalle.
Una norma contro i bavagli e la creazione di un Fondo per l’Art.21 della Costituzione. Così come i fatti degli ultimi mesi dimostrano che per una tutela reale del diritto di cronaca è di assoluta urgenza intervenire sulle norme sulla presunzione di innocenza e sulla tutela del segreto professionale e delle fonti.
Ed è arrivato il momento che su questi temi si costruisca una mobilitazione europea, insieme alla Federazione europea dei giornalisti, a tutela della libertà di stampa in Italia.
In conclusione, a nome della Fnsi, voglio ribadire la totale solidarietà alla redazione di Domani. E ringraziare il direttore, il Comitato di redazione, tutte le giornaliste e i giornalisti del quotidiano per non aver piegato la schiena di fronte ad alcun tentativo di intimidazione. E anzi, di aver alzato la testa e la voce per avviare una campagna che – ci auguriamo – porti all’approvazione di norme a protezione della libertà di stampa.
Mi rassicura la grande mobilitazione di queste ore: i messaggi, le mail, gli attestati di solidarietà. Perché vuol dire che la comunità di lettori di Domani ha ben compreso che questa è una lotta non solo e non tanto a difesa di una redazione, ma del loro diritto costituzionale a continuare a essere informati.

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