Il testo in discussione in parlamento mantiene la flessibilità in uscita, con la proroga di Ape sociale e Opzione donna. Il bonus Maroni viene detassato e la previdenza integrativa guadagna più spazio. Ma a fare notizia è quello che manca, dall’abolizione della legge Fornero a Quota 41
In questa scheda aggiorneremo le novità della manovra 2025 sul tema pensioni fino alla sua approvazione:
- Il 19 dicembre abbiamo dato conto della possibilità, per chi è nel sistema contributivo, di andare in pensione a 64 anni (con 25 di contributi) cumulando previdenza obbligatoria e complementare.
- I nuovi assunti potranno aumentare il montante contributivo, e quindi l’assegno futuro, versando all’Inps una maggiorazione della quota di aliquota pensionistica a loro carico.
- Nel testo presentato in parlamento a fine ottobre si chiarisce che l’aumento delle pensioni minime sarà del 2,2 per cento, anziché del 2,5 come si era detto in precedenza.
- Il 23 ottobre abbiamo aggiornato il passaggio sul bonus Maroni, spiegando che viene confermato e «non concorrerà alla formazione del reddito».
Con il via libera della commissione Bilancio della Camera, è arrivato in aula il testo della manovra 2025, con 144 articoli che comprendono misure fiscali come il taglio del cuneo, le norme sulle pensioni e quelle sulla revisione della spesa. Dopo il voto di fiducia a Montecitorio, l’iter normativo porterà – entro il 31 dicembre – all’approvazione al Senato del ddl definitivo, per cui sono previste misure per 30 miliardi.
Tra gli aggiustamenti rispetto alla versione depositata a ottobre ci sono precisazioni sul riordino delle detrazioni: le spese sanitarie e quelle relative ai mutui per la casa saranno escluse dal tetto della revisione. È previsto un piccolo rialzo per le pensioni minime e un’estrazione in più del Superenalotto, ogni venerdì. Sul fronte delle pensioni, comunque, la legge non presenta grosse novità, con la conferma degli strumenti per la flessibilità in uscita e qualche incentivo per chi resta al lavoro.
Un percorso tormentato
La strada della legge sembrava in discesa a causa delle poche risorse e di un limitato spazio per nuove misure, ma i tempi per l’approvazione si sono allungati rispetto alle previsioni, con l’approdo in aula che è slittato al 19 dicembre. Ora l’obiettivo del governo è licenziare il testo, ricorrendo alla fiducia, il 20 dicembre. La manovra si sposterà poi in Senato, dove la commissione Bilancio la approverà senza ritocchi e l’aula darà il via libera definitivo entro la fine dell’anno, così da evitare l’esercizio provvisorio.
I ritardi sono legati alle mosse dei relatori di maggioranza, che hanno depositato molti emendamenti, tra cui quello sull’aumento degli stipendi per i ministri non parlamentari (poi riformulato). In una lettera al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, le opposizioni hanno criticato la mancata presenza delle relazioni tecniche, denunciando «l’impossibilità di valutare le misure». Fontana ha però confermato l’iter, dato che la manovra è «fisiologicamente eterogenea e comprensiva di vasti interventi».
Il ritocco alle minime
Nel 2025 non scatteranno tagli alle rivalutazioni. Il testo discusso in parlamento chiarisce che dal prossimo anno si tornerà ad applicare il meccanismo a scaglioni – con penalizzazioni progressive – previsto dalla legge 388 del 2000. La norma prevede una rivalutazione al 100 per cento per gli importi fino a 4 volte il minimo, al 90 per cento per la quota eccedente tra 4 e 5 volte e al 75 per cento per la quota eccedente 5 volte il minimo.
Nel 2025 l’aumento delle pensioni minime sarà del 2,2 per cento e nel 2026 sarà dell’1,3 per cento. Da gennaio le pensioni più basse passeranno così da 614,77 a 617,9 euro: solo tre euro in più, come ha notato il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, che ha parlato di «una mancia da dieci centesimi al giorno». Ma su questo punto il partito più deluso fa parte del governo: è Forza Italia, che negli anni di Silvio Berlusconi aveva fatto delle pensioni minime un cavallo di battaglia.
Quota 103 e Ape sociale
L’articolo 24 della legge conferma per il prossimo anno – con le restrizioni già in vigore – alcune delle misure esistenti in tema di flessibilità in uscita, con la proroga di Quota 103, Ape sociale e Opzione donna. Come è noto, Quota 103 prevede la possibilità di andare in pensione in anticipo, con 62 anni d’età e 41 di contributi, imponendo però il ricalcolo contributivo. Nel 2024 all’Inps sono arrivate circa 7mila domande per accedere alla misura, molte meno delle 17mila inizialmente previste.
L’Ape sociale è invece un anticipo pensionistico che può essere ottenuto, una volta raggiunti i 63 anni e cinque mesi d’età, dai lavoratori svantaggiati: disoccupati, caregiver, persone con invalidità (almeno del 74 per cento) e almeno 30 anni di contributi, o impiegati in attività usuranti (con almeno 36 anni di contributi). Grazie a Opzione donna, infine, le lavoratrici possono andare in pensione a 61 anni (60 per chi ha un figlio e 59 per chi ne ha più di uno) con 35 anni di contributi.
Gli incentivi per restare
Eppure non manca qualche novità di segno opposto al pensionamento. Giorgetti e il viceministro Maurizio Leo hanno confermato il mantenimento e l’estensione del cosiddetto bonus Maroni, il meccanismo che incentiva chi intende restare al lavoro anche dopo aver maturato i requisiti per andare in pensione. «Vogliamo spingere i lavoratori a rimanere in attività, ma solo su base volontaria», ha precisato il ministro.
Anche nel 2025 i dipendenti in possesso dei requisiti per la pensione anticipata potranno, se restano in servizio, chiedere al datore di lavoro di trasformare in stipendio la quota di contributi a loro carico: è il 9,19 per cento della retribuzione, che quest’anno (ecco la novità) sarà detassato. Il meccanismo sarà esteso ai dipendenti pubblici che vorranno restare fino a 70 anni per «attività di tutoraggio e di affiancamento ai neoassunti», per cui verrà meno l’obbligo di andare in pensione a 65 anni.
I fondi complementari
Cambiano le regole per la pensione anticipata a 64 anni con 20 di contributi, possibilità ora prevista per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995 (regime contributivo) a patto che maturi un importo pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, cioè 1.600 euro al mese. Un emendamento della Lega prevede che, dal 2025, per superare tale soglia si possa utilizzare l’eventuale rendita maturata presso un fondo integrativo. I requisiti, però, diventano più stringenti: per lasciare il lavoro a 64 anni d’età ne serviranno 25 di contributi, aumentati a 30 dal 2030.
«L’emendamento della Lega premia la flessibilità in uscita. Per la prima volta si potranno cumulare la previdenza obbligatoria e quella complementare per andare in pensione prima», ha rivendicato il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Critica invece la Cgil, che considera la norma un peggioramento della legge Fornero: «Anziché rimuovere i valori soglia, ormai irraggiungibili per i più, il governo inasprisce i requisiti e aumenta le ingiustizie», ha detto la segretaria confederale Lara Ghiglione.
I contributi in più
Da gennaio i nuovi assunti potranno aumentare il montante contributivo, cioè l’importo complessivo dei contributi versati nella carriera lavorativa, versando all’Inps «una maggiorazione della quota di aliquota pensionistica a proprio carico non superiore ai due punti percentuali». I contributi extra non conteranno ai fini della maturazione degli importi soglia per andare in pensione prima, ma saranno deducibili dal reddito al 50 per cento. L’obiettivo è aumentare l’assegno futuro, una volta raggiunti i requisiti per uscire dal lavoro.
Quello che non c’è
La legge di Bilancio va quindi a replicare le misure di un anno fa e di fatto allontana la rivoluzione invocata da più parti per la sostenibilità del sistema pensionistico. In questo senso, la manovra fa più notizia per ciò che non contiene che per i suoi contenuti: non ci sono misure più stringenti ma non c’è neanche l’abolizione della Fornero, storica promessa del leader della Lega, né la Quota 41 tanto cara a Matteo Salvini.
«Nessuno ha mai detto che avremmo abolito la Fornero in un giorno: il superamento era e resta graduale. Forse qualcuno non si è accorto che abbiamo rifinanziato Quota 103, Opzione donna e l’Ape sociale, tre forme di flessibilità importanti. Noi abbiamo un orizzonte lungo», ha detto a Domani il sottosegretario all’Economia Federico Freni. A parole Quota 41 (magari in versione light) resta un traguardo possibile, anche se ora si fatica pure a confermare lo status quo.
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