Il partito spinge per la trattativa per il terzo mandato con Meloni e si stringe intorno al presidente del Veneto. Romeo: «È interesse della premier trovare una soluzione che ci soddisfi». Intanto il leader leghista studia le prossime mosse per placare i malumori interni, senza rompere l’alleanza
Alla fine per Matteo Salvini è venuto il tempo della paura e dei guardiani alla porta. Nel giorno del consiglio federale, nella sala Salvadori alla Camera, della sua Lega resta questo: un monumento alle paure del capitano. Riunione blindata, giornalisti allontanati dalla sede parlamentare del gruppo, i funzionari di Montecitorio hanno impedito anche solo l’accesso al primo piano. Vietato l’ingresso.
Questo l’ordine del ministro che da giorni è sotto il fuoco incrociato delle opposizioni per il caos ferroviario e degli alleati, compresi i dirigenti del suo stesso partito, per il tema del terzo mandato.
Dietro la porta chiusa della sede dei gruppi della Lega il segretario Salvini e i tre vice: Claudio Durigon, Alberto Stefani e Andrea Crippa. Presente anche il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, e il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari. Da remoto invece i presidenti di regione che più in questi giorni hanno strattonato il partito per il terzo mandato: Luca Zaia (Veneto), Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia) e Attilio Fontana (Lombardia).
In mattinata Zaia era tornato ad attaccare lo stop al terzo mandato. «Il limite dei mandati oggi c'è solo per 100 sindaci in Italia e per i governatori. Ma sindaci e governatori sono le uniche due cariche elettive. Vi sembra coerenza questa?», aveva scritto sui social.
Mano tesa
Il consiglio leghista è durato tre ore. Poteva finire malissimo. L’inciampo dei giorni scorsi, il rifiuto di concedere il terzo mandato ai presidenti delle regioni, ha coalizzato sempre di più contro Salvini gli amministratori del Nord, che non si sono sentiti tutelati.
A poche ore dell’inizio della riunione è stato Alberto Stefani, vicesegretario della Lega e segretario veneto a pronunciare l’ultimatum: «Se non potrà esserci un nuovo mandato per Zaia, comunque il candidato dovrà essere leghista. Se non si trova un accordo, correremo da soli. Il plenum certificherà questa linea Salvini capirà».
Capirà, ripetevano in molti. Quasi a voler evidenziare una resistenza da parte del leader convinto fino all’ultimo di poter governare un partito ormai in rivolta. Di fronte a strappi e ultimatum, Salvini ha aperto il Consiglio in ritardo, controvoglia e con cautela, snocciolando gli aumenti degli iscritti degli eletti rispetto all'anno scorso.
I sindaci, ha ricordato, sono ormai diventati 500, più di 5.000 i consiglieri e gli assessori comunali, 150 i consiglieri e gli assessori regionali. Poi le concessioni: prima l’ok all'elezione diretta dei presidenti di provincia. «In particolare, è stata espressa la volontà di renderlo possibile in Sicilia già dalla prossima primavera».
La mano tesa al partito del Nord è arriva con una nota: «Totale sintonia e condivisione degli obiettivi fra Matteo Salvini, Luca Zaia e l'intero Consiglio federale. Il Veneto è un modello di buon governo apprezzato a livello nazionale e internazionale. Squadra che vince non si cambia».
Le strategie
Ma chi sarà il giocatore protagonista? Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega è stato il primo a concedersi ai giornalisti: «La Lega ovviamente, essendo un partito del territorio, si vuole tenere le regioni dove governa, il buon governo. È interesse della Meloni trovare una soluzione soddisfacente che faccia sì che gli alleati leali e collaborativi siano soddisfatti».
Nessun dubbio per Giorgetti: «Siamo assolutamente al fianco del governatore Zaia. Un accordo con gli alleati? Si trova, certo che si trova». Anche Durigon ha appoggiato il presidente del Veneto: «Zaia è un bravissimo amministratore, poi vedremo. Se sarà lui il candidato del centrodestra unito? Speriamo».
E mentre i leghisti si stringevano intorno a Zaia, Salvini è rimasto all’angolo. Solo con l’onere di trovare una soluzione con il rischio concreto di destabilizzare l’alleanza con Fratelli d’Italia che vorrebbe governare una regione del Nord e con Forza Italia. «Pensiamo che due siano più che sufficienti per fare il lavoro necessario» la stoccata che è arrivata dal deputato e portavoce azzurro, Raffaele Nevi.
Tra le ipotesi per non far crollare tutto resta in piedi quella di convincere Zaia a candidare al suo posto un nome gradito a lui e alla Liga veneta. Tra i più gettonati c’è quello di Stefani. A quel punto verrebbe dato al presidente un ruolo di rilievo nel governo, magari come ministero delle Infrastrutture. Una soluzione ideata a tavolino da Salvini che così si libererebbe dall’impaccio di guidare un ministero che non riesce a governare e che, giorno dopo giorno, sta erodendo il suo consenso. Il leader della Lega potrebbe quindi trasferirsi al Viminale al posto di Matteo Piantedosi, candidato alle regionali in Campania quota FdI.
Per adesso, però, Giorgia Meloni non vuole rimpasti. L’unica ipotesi alternativa è il possibile slittamento alla primavera 2026 delle elezioni regionali, così come già accaduto per le comunali, Venezia compresa. Zaia a quel punto potrebbe lasciare la regione che guida da quindici anni per correre da sindaco della città lagunare, subito dopo aver inaugurato, da presidente, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Appuntamento «a cui tiene personalmente moltissimo», fanno sapere fonti a lui vicine.
«La scelta di Salvini è quella di un uomo che si vuole blindare dentro il partito – dice un alto esponente di partito – Salvini teme più i suoi perché sa che stanno lavorando al “dopo”. È ossessionato da Zaia, teme le imboscate dei nordisti». Adesso si apre la trattativa con Meloni. E la resa dei conti interna è, per ora, solo rimandata.
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