Un filo invisibile collega via Arenula a piazza del Viminale ed entrambe guardano poi a palazzo Chigi. Non solo con i ministri per la linea politica, ma anche e soprattutto con gli uffici legislativi per scrivere le norme di legge che poi verranno approvate dal cdm e dal parlamento. Norme che, però, sempre più spesso traballano dal punto di vista dei puntelli giuridici e della armonizzazione con il diritto comunitario e la Costituzione.

La piramide delle responsabilità è chiara: praticamente tutti i decreti portati in consiglio dei ministri di in materia di immigrazione sono state scritte a quattro mani dal ministero dell’Interno, Matteo Piantedosi, con gli uffici legislativi del guardasigilli Carlo Nordio.

Questo per una ragione evidente: le norme in materia di immigrazione e di ordine pubblico nascono al Viminale ma hanno un impatto sulla giurisdizione e hanno un ovvio impatto su procure e tribunali, per questo un coordinamento rispetto alle procedure è fondamentale. Il tutto con un controllo e una supervisione costante, però, che è diretta emanazione di palazzo Chigi: il Dipartimento degli affari giuridici e legislativi, che ha di fatto l’ultima parola sui decreti interministeriali.

Ognuno di questi uffici è guidato da fior fior di giuristi – professori, consiglieri di Stato, magistrati e avvocati – e di giuristi è popolato ad ogni livello. A via Arenula il consigliere giuridico del ministro Nordio è il professore di diritto penale Bartolomeo Romano, già componente laico del Csm in quota Popolo delle Libertà; al Viminale Piantedosi ha preferito un amministrativista, il professor Giuseppe Caia.

La premier Meloni, invece, ha puntato su un altro nome della galassia conservatrice come Francesco Saverio Marini, costituzionalista e figlio d’arte visto che il padre era l'ex giudice costituzionale Annibale che, indicato da An, è stato presidente della Consulta.

Se questi sono gli apparati ministeriali chiamati a supportare i ministri nel contestualizzare i desiderata politici nei margini del diritto, a mettere poi nero su bianco i testi sono poi gli uffici legislativi dei ministeri: in alcune occasioni il testo parte dal ministero della Giustizia e poi viene controllato ed emendato dall’Interno, altre volte si fa il contrario ma il ping-pong è prassi. A via Arenula il capo del legislativo è il fidatissimo Antonio Mura, magistrato ed ex componente del Csm, al Viminale invece c’è il prefetto Paolo Formicola.

A supervisionare tecnicamente ogni testo e a dargli il via libera però è appunto il Dagl, guidato dalla consigliera di Stato Francesca Quadri, che a palazzo Spada è arrivata per concorso dall’Avvocatura dello Stato ma ci è rimasta pochissimo tempo, privilegiando la carriera tra ministeri e dipartimenti nel 1994, passando dal ministero dell’Economia agli Affari esteri, dalle Comunicazioni al ministero dei Beni culturali per citarne solo alcuni.

É in questa triangolazione con al vertice il Dagl che sono nati tutti i più discussi provvedimenti approvati dal governo Meloni. Compresi quelli – come il decreto delegato che ha previsto la cauzione di 5000 euro per i migranti che vogliono uscire dai cpr – che sono poi stati disapplicati dai giudici perchè in contrasto con la normativa europea.

Del resto, la lista di testi a rischio incostituzionalità e riscritti in corsa in parlamento, oppure rimasti lettera morta perchè inapplicabili si sta inesorabilmente allungando.

I decreti in bilico

La qualità della legislazione, infatti, è diventata sempre più una questione per il governo Meloni. L’ultima questione a porsi in ordine di tempo stata quella del decreto delegato che ha stabilito la cauzione di circa 5000 euro (che sarebbe stata parametrata sui costi per il rimpatrio) per non venire trattenuti nei cpr. La previsione è stata disapplicata dal tribunale di Catania, che non ha convalidato il trattenimento anche in mancanza di cauzione ritenendo che la previsione fosse in contrasto con la normativa europea.

I testo, frutto del palleggio tra Viminale e Giustizia ma con la paternità finale del Dagl, è stato descritto da fonti interne come una sorta di male necessario nella forma che ha assunto e nato con lo scopo di evitare ricorsi, visto che una direttiva Ue imponeva di individuare un metodo per rendere possibile ai migranti di non essere trattenuti. Negli uffici, insomma, si riteneva che la norma sulla cauzione non avrebbe avuto massiccia applicazione pratica. Invece ha provocato uno scontro tra poteri esecutivo e giudiziario e la disapplicazione in sede giudiziaria.

In bilico, tuttavia, sono anche molti altri testi considerati caratterizzanti per la linea politica del governo ma a rischio bocciatura da parte della Corte costituzionale.

In materia di giustizia, dubbi riguardano il ddl Giustizia appena approvato che contiene una norma che estende l’uso di intercettazioni e il decreto che punta ad abrogare l’abuso d’ufficio, che però è in bilico rispetto ai trattati europei impegnano l’Italia nella lotta alla corruzione (con una proposta di direttiva al vaglio, che prevede l’obbligo per ogni stato di prevedere un reato di “abuse of functions”).

Nella lista si inserisce anche la tassa sugli extraprofitti delle banche: materialmente compilata dagli uffici legislativi del ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgietti ma politicamente rivendicata da palazzo Chigi direttamente da Meloni in una intervista e quindi probabilmente passata proprio al vaglio del Dagl. Anche questa considerata a rischio costituzionalità e ritoccata in extremis prima dell’arrivo in parlamento.

A fronte di questo stillicidio, possibile che i numerosi giuristi nei posti chiave siano gli artefici di questi errori? Più probabilmente è la politica a guidare: dalla presidenza del Consiglio arrivano degli ordini imperativi, da tradurre in leggi senza se e senza ma. E ogni scontro che producono alimenta la retorica di Meloni: il governo di centrodestra oggi vittima delle toghe politicizzate, ieri dell’Unione europea e in futuro chissà, ma un nuovo nemico è sempre alle porte.

 

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