«L’esasperazione del nazionalismo è un virus insidioso». Con queste parole, pronunciate accanto alla nuova presidente europeista della Slovacchia, Zuzana Čaputová, Sergio Mattarella ha concluso la sua visita di cinque giorni nell’Europa dell’est.

Un viaggio denso di significati politici, che lo ha portato ad Auschwitz, dove ha condannato i «regimi fascisti» che «consegnarono i propri cittadini ai carnefici», e a Varsavia, dove ha criticato le «norme preistoriche» dell’Europa in materia di immigrazione accanto al presidente Andrzej Duda, alleato di Giorgia Meloni, ma che al cambio di quelle regole si oppone.

Arrivate a pochi giorni dal delicatissimo 25 aprile e dopo che il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha fatto riferimento alla teoria suprematista della «sostituzione etnica», sono parole che rappresentano un chiaro promemoria per la presidente del Consiglio: ci sono limiti, costituzionali, che non si possono superare.

Mattarella, però, non è Giorgio Napolitano e il suo stile non è quello imperioso dei «severi moniti». Gli ultimi mesi hanno dimostrato che il suo rapporto con Meloni è molto più complesso. Quasi un minuetto. Pur mantenendo fermi i suoi punti, il presidente dà segno di apprezzare l’evoluzione politica della premier, che a sua volta ricambia. La questione è semmai se questa armonia potrà durare. E chi o cosa la minaccia.

Stonature

Le potenziali stonature sono parecchie e tra queste l’attuazione del Pnrr è una delle più delicate. È proprio di questo che i due hanno parlato nel loro ultimo incontro, lo scorso primo aprile. Un colloquio di due ore così importante che Meloni ha saltato il previsto comizio di chiusura per le regionali in Friuli Venezia Giulia, mandando nel panico gli alleati. Al centro della discussione i ritardi nell’attuazione del Pnrr e la minaccia leghista di rinunciare a parte dei fondi piuttosto che indebitarsi senza ragione.

Mattarella suggerito a Meloni di fare ciò che possiamo con il Pnrr, senza panico o scossoni. L’Europa al momento ci guarda con benevolenza e qualsiasi problema potrà essere risolto in un secondo momento. Questo episodio ha dimostrato anche il ruolo protettivo che Mattarella sa assumere nei confronti di Meloni. Quando alcuni giornali hanno ipotizzato che dietro l’incontro si nascondesse un “commissariamento” del governo da parte di una Troika occulta formata da Mattarella, Draghi e Gentiloni, il Quirinale ha smentito «in modo divertito» gli incontri ipotizzati tra i tre. Una mossa che ha contribuito a proteggere Meloni dal fuoco amico degli alleati che non sarebbe tardato ad arrivare.

L’agenda del Quirinale

Mattarella vede il suo ruolo come quello di un garante degli interessi del paese e del rispetto dei trattati internazionali: quindi salda collocazione europeista, allinearsi agli alleati sul conflitto in Ucraina e portare a casa il Pnrr nel modo più ordinato possibile. Meloni condivide. I suoi alleati meno. La Lega, soprattutto, è per Meloni una costante minaccia e, allo stesso tempo, una tentazione di ritorno al recente passato populista: sopratutto in caso di cattivi risultati alle europee.

Questa situazione richiede da parte del Quirinale delicatezza e capacità di scegliere bene le battaglia da combattere. Un’opposizione in difficoltà, invece, chiede interventi forti e cerca di interpretare in senso oppositivo le parole del presidente. Ma Mattarella sembra sapere perfettamente che alzare il livello dello scontro rischia solo di peggiorare la situazione. Certo, a volte il presidente sembra costretto a richiami espliciti. Come quando la sua firma sull’ultimo decreto Milleproroghe è arrivata solo con «riserva» ed accompagnata da una dura lettera sull’uso della decretazione d’urgenza e sulla tendenza ad infilare norme eterogenee nei decreti più svariati.

In altre occasioni, ha esercitato un più discreto ruolo di “supplente”, come quando con la sua visita a Cutro dopo il naufragio ha riparato all’assenza di Meloni. In altre occasioni ancora è questione di proteggere il governo da sé stesso, ossia dal rischio di involuzione verso i modi e i toni populisti e bombaroli che la maggioranza ostentava fino a non molto tempo fa. Da qui discende ad esempio la rapidità con cui il presidente ha firmato il cosiddetto “decreto rave”, sul cui contenuto e sulla cui effettiva “urgenza” molti giuristi avevano espresso dei dubbi. Oppure il discreto intervento per il decreto ponte, su cui i tecnici del Quirinale avrebbero agito con qualche piccola modifica per assicurarsene la correttezza.

Il ruolo di Meloni

Altrettanto importante per Mattarella è la tutela dei valori della Costituzione: sostanziali, come l’attenzione sulla decretazione d’urgenza, e immateriali, come il rispetto della mitologia laica del paese (dall’Unità alla Liberazione). Meloni, per il momento, sembra voler mantenere la sua parte del patto, anche se a volte dà l’impressione di non riuscire a controllare i suoi – il fatto che la seconda carica dello stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, sia tra i più sguaiati esponenti della maggioranza, non può che essere fonte di imbarazzo personale per il presidente.

Ma anche questi contrasti rischiano di impallidire di fronte alla minaccia di una riforma presidenziale. I quirinalisti scrivono che Mattarella starebbe facendo a suo modo muro su questo tema. La sua ospitata a Sanremo per assistere al monologo sulla Costituzione dell’attore Roberto Benigni e i suoi sempre più frequenti interventi sulla carta fondamentale sarebbero il modo per segnalare al governo la linea rossa sul presidenzialismo.

Possibile, certo. Ma più che con i discorsi, la deriva presidenziale sudamericana si evita mantenendo neutrale il presidente. Per la destra sarebbe molto più facile sostenere la necessità di eleggere direttamente il capo dello stato con un presidente-giocatore in campo. L’opposizione che chiede a Mattarella le barricate sembra non saperlo. Le delicate manovre che il presidente ha condotto in questi mesi, invece, raccontano un’altra storia.

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