Dopo aver sperato a lungo di essere invitata, ora la premier è cauta sull’ingresso nell’organismo voluto dal presidente Usa. I contatti con il Colle: «Massima consonanza». E la decisione di nascondersi dietro alcune «incompatibilità» con la Costituzione
L’apertura di Giorgia Meloni al Board of Peace su Gaza rimane. Per la presidente del Consiglio, l’organismo voluto da Donald Trump è «interessante» e l’ingresso dell’Italia non è del tutto escluso. Anzi. Parlando a Porta a Porta, la premier si è esposta: «Noi siamo aperti, disponibili e interessati». «L’Italia può giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due stati», ha spiegato, aggiungendo: «Non considererei una scelta intelligente da parte dell’Italia e dell’Europa quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante».
Tuttavia, «dalla lettura dello statuto è emerso che ci sono alcuni elementi che sono incompatibili con la nostra Costituzione e questo non ci consente di firmare sicuramente domani. Però ci serve più tempo, c’è un lavoro che va fatto» ha sottolineato.
Da una parte, quindi, l’attenzione di Roma alla proposta della Casa Bianca è alta, con Meloni che mantiene la sua opera di equilibrismo con gli Stati Uniti. Non vuole rovinare il ruolo che si è ricamata nell’ultimo anno, mostrandosi come l’alleata europea più fidata di Donald Trump.
Dall’altra, però, ha deciso di temporeggiare, non prendendo una decisione netta, non strappando con gli alleati europei, e celandosi dietro ai dubbi sulla costituzionalità di un ingresso nell’organismo che dovrebbe supervisionare la governance della Striscia.
Quirinale e Costituzione
«La questione legale e regolamentare è soprattutto in rapporto all’articolo 11» ha affermato la premier. Che martedì ha avuto dei contatti con il presidente Sergio Mattarella. Tra il Colle e Palazzo Chigi si sarebbe registrata «massima consonanza» sulla linea da seguire, come è rimbalzato ieri da ambienti parlamentari. Da Mattarella non è arrivata nessuna particolare indicazione, né tantomeno uno stop.
L’interlocuzione con il Colle è servita per fissare alcune perplessità, che solo in parte riguardano lo steccato costituzionale, cioè il fatto che l’Italia potrebbe aderire a un organismo internazionale solo a «condizioni di parità con gli altri stati». Uno scudo che invece è stato prontamente usato ieri da governo e maggioranza, dai ministri Antonio Tajani, Giancarlo Giorgetti e Tommaso Foti, passando per il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari.
E che serve a Meloni per procrastinare una scelta che nel frattempo altri leader europei stanno facendo. Un rifiuto netto è arrivato subito dal francese Emmanuel Macron, seguito poi da Svezia e Norvegia. Ma anche il britannico Keir Starmer e il tedesco Friedrich Merz sono propensi a declinare l’invito. Il cancelliere, infatti, oggi lascerà Davos prima della prevista cerimonia di presentazione del nuovo Consiglio.
Meloni si smarca ancora dagli alleati europei, che hanno sottolineato i propri dubbi sulla natura dell’organismo. Per la premier, il Board è «uno strumento previsto anche dalle Nazioni unite». Nessun problema, dunque, neanche sulla possibile presenza di dittatori come Vladimir Putin: «In qualsiasi organismo multilaterale ci sono e ci si siede al tavolo con persone che sono distanti da noi». La premier ha deciso di temporeggiare fino all’ultimo anche sulla sua presenza al forum di Davos.
Stasera sarà sicuramente a Bruxelles, dove andrà in scena il Consiglio europeo straordinario, organizzato per parlare in primis del dossier Groenlandia. Ma la questione del Board rientra nella più ampia reazione europea a Trump, e quindi i capi di stato e di governo Ue ne discuteranno insieme. Sullo sfondo, c’è attesa anche per il Vaticano. «Il papa ha ricevuto un invito e stiamo valutando cosa fare», ha detto il segretario di Stato Pietro Parolin.
Groenlandia e opposizioni
L’intervista da Bruno Vespa (che ieri sera celebrava i trent’anni della sua trasmissione ndr) è stata l’occasione anche per scrollarsi di dosso le accuse di appeasement nei confronti di Trump rivolte dalle opposizioni. «Vengo contestata per essere una persona che cerca di abbassare la tensione, risolvere il problema, trovare degli accordi», ha detto. «Sono convinta che i toni vadano abbassati e si debbano cercare delle soluzioni, questo non vuol dire che il mio atteggiamento è remissivo».
Quindi c’è stato spazio per un attacco agli alleati europei: «Quando c'è stata la questione dei dazi, in Europa credo che nessuno si sia battuto con Donald Trump come si è battuta la sottoscritta, solo che io lavoravo per trovare un accordo e altri preferivano un escalation. Perché? Per interesse americano? No, per l’interesse italiano. Groenlandia, stessa cosa».
Secondo la premier, la scelta di alcuni leader Ue di mandare soldati a Nuuk per le esercitazioni militari è stata interpretata come un attacco da parte di Washington piuttosto che una difesa europea della sovranità dell’isola. «È la ragione – ha precisato Meloni – per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto: “Guarda, credo che non si sia capito. E credo che sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta”. Ma c’è una parte di questi problemi che è dato forse da un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare».
A ogni modo, la presidente del Consiglio ha accolto con favore le dichiarazioni di Trump di non voler invadere militarmente la Groenlandia. «A me non ha stupito, sono contenta che l’abbia messo nero su bianco, dopodiché però bisogna cercare delle soluzioni».
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