Se effettivamente fosse il piano di pace del secolo per risolvere il conflitto israelo-palestinese ci sarebbe la corsa per entrare a farne parte.

Ma per ora non è così e stando a quanto dichiarato dall’inviato statunitense, Steve Witkoff, sono 25 i paesi che hanno risposto alla chiamata di Donald Trump. Circa la metà per un progetto annunciato pubblicamente già oltre tre mesi fa e di cui tutti ne erano a conoscenza. «Sarà il Consiglio più prestigioso mai formato. Tutti vogliono farne parte», ha detto ieri Trump dal palco di Davos.

I membri attuali

In blocco hanno aderito i paesi musulmani, interessati a monitorare la questione guidati sempre dal principio di realpolitik e di controllare cosa avviene nella regione. Poco importa se siederanno in un organismo di cui farà parte anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

E quindi per ora ci sono i sì di: Marocco, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Giordania, Emirati, Bahrein, Turchia, Indonesia e Pakistan. Oltre ai già aderenti: Argentina, Ungheria, Bielorussia, Kazakistan, Vietnam, Uzbekistan, Ungheria, Albania, Azerbaigian, Armenia e Kosovo.

Gli indecisi e le defezioni

Resta da capire cosa faranno Russia e Cina, invitate anche loro. Pechino per ora si è limitata a dire che ha ricevuto l’invito senza commentare la notizia. Tuttavia, le defezioni alla partecipazione al Board of peace rischiano di essere tante. Il blocco dei paesi che compongono il motore economico europeo appare compatto a non aderire in questa forma attuale. Norvegia, Svezia e Francia hanno già detto che non hanno intenzione di aderire al Consiglio di pace.

La Germania ha fatto sapere che in questa sua attuale forma non può partecipare, la paura è che l’organismo diventi un’istituzione parallela alle Nazioni unite con Trump come unico decisore. Dubbi anche a Tokyo dove l’invito è arrivato anche sulla scrivania della premier e alleata di Trump, Sanae Takaichi.

Ma l’attesa più grande è quella per il Vaticano. «Il papa ha ricevuto un invito e stiamo valutando cosa fare», ha detto il segretario di Stato Pietro Parolin. «Credo che sarà qualcosa che richiederà un po’ di tempo per essere valutato prima di dare una risposta», ha aggiunto. Un eventuale adesione della Santa sede al Board of peace sicuramente sposterebbe alcuni equilibri.

Sulla Santa Sede c’è da valutare che tipo di adesione sarebbe, se completa o defilata come nelle Nazioni unite dove il Vaticano ha lo status di osservatore permanente di stato non membro.

La posizione dell’Italia

Dopo giorni di riflessioni la premier Giorgia Meloni ha ribadito il suo interesse nel partecipare all’iniziativa di Donald Trump. Noi siamo aperti, disponibili e interessati», ha detto. «L’Italia può giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due Stati», ha spiegato la premier, aggiungendo: «Non considererei una scelta intelligente da parte dell’Italia e dell’Europa quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante».

Ma l’adesione non è così semplice. «Dalla lettura dello Statuto – ha detto ancora Meloni in un’intervista a Porta a Porta – è emerso che ci sono alcuni elementi che sono incompatibili con la nostra Costituzione e questo non ci consente di firmare sicuramente domani. Però ci serve più tempo, c’è un lavoro che va fatto» ha sottolineato. Una posizione assunta di comune accordo anche con il Quirinale.

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