Come fare se la querelle su Schengen si ritorce contro Roma e se ci si mette anche Berlino a rispedire richiedenti asilo? La premier ha la soluzione: gettare scompiglio a sinistra cavalcando la strana coppia con Frederiksen, premier danese eterodossa
Stavolta hanno scelto la versione influencer. Un post congiunto su Instagram che rompe gli schemi della comunicazione istituzionale e cementifica il loro rapporto attorno al dossier immigrazione: no ad arrivi irregolari, sì ad hub per i rimpatri in paesi terzi. È la coppia dell’estate: Giorgia Meloni e Mette Frederiksen. Un’intesa personale e una convergenza politica che Meloni sfrutta per creare scompiglio a sinistra – «ma come, una socialista che sposa le politiche migratorie di Meloni?» – e che fa gongolare lo schieramento conservatore – «in Europa, Giorgia non è sola».
Subito dopo l’arrivo a Ceuta di circa 70mila migranti irregolari dal Marocco, la presidente del Consiglio e la premier danese avevano promosso una lettera – poi sottoscritta da altri 20 paesi Ue – per chiedere una riunione d’urgenza dei ministri dell’Interno dell’Unione e una risposta coordinata alla crisi in corso in Spagna. Lunedì, la “strana coppia” è tornata sul tema, scegliendo un canale comunicativo diverso, lontano dalla freddezza delle note, più veloce e a portata di smartphone. Una foto insieme – era il 2025, riunione informale dei leader europei a Copenaghen – e un messaggio.
Sono le uniche donne alla guida di un paese Ue e ci tengono a sottolinearlo. Quando si vedono – oltre ai vertici Ue e Nato, si sono incontrate tre volte a palazzo Chigi tra 2023 e 2025 – appaiono sempre contente. Le prime a sapere che questa intesa alimenta gossip politici sono proprio loro due. «Siamo consapevoli che molti potrebbero interrogarsi sulla nostra collaborazione», esordiscono, «certamente non siamo d'accordo su tutto» ma «siamo unite dal nostro desiderio di difendere l'Europa». Insieme, dunque, contro «un’immigrazione incontrollata» che ha portato a impatti negativi che «nessuno può negare»: impennata di criminalità e del costo dei servizi pubblici e calo della fiducia dei cittadini. La risposta disegnata da Meloni e Frederiksen è nota: centri di rimpatrio in paesi terzi e «altre soluzioni innovative al di fuori dell'Europa».
Il messaggio è in inglese, ma c’è anche un sottotesto che è tutto in italiano. Perché Meloni di questo rapporto ha bisogno: ha deciso di cavalcare l’emergenza di Ceuta a fini propagandistici, sospendendo gli accordi di Schengen con Madrid e rifiutandosi di annullare la decisione. Un attacco frontale duro ma con un rinculo ancora più forte. Non solo i rapporti con la Spagna si sono incrinati, ma il governo Sánchez ha potuto sbattere in faccia a Meloni la forza dei numeri: la Spagna opera più rimpatri dell’Italia mentre registra meno ingressi irregolari. Uno smacco per un governo conservatore che fa del contrasto all’immigrazione una questione di bandiera, per giunta se arriva da un governo socialista.
Anche a Bruxelles, i successi rivendicati da Meloni sono parziali. È vero che la proposta di creare hub in paesi terzi riscuote consensi – l’ultimo a ribadirlo è stato il presidente e capogruppo del Partito popolare europeo, Manfred Weber, subito applaudito dal ministro degli Esteri Antonio Tajani –, ma non si tratta di una novità: la Commissione ci lavora dal suo insediamento a gennaio 2025 e il dossier non registra grossi passi in avanti, se non a livelli mediatici.
E poi c’è il nuovo screzio con Berlino, che ha annunciato di voler applicare il Patto migrazione e asilo entrato in vigore da giugno, rispedendo in Italia i migranti irregolari giunti in Germania passando appunto dal nostro paese. Sebbene a Palazzo Chigi non siano preoccupati e abbiano bollato le dichiarazioni tedesche come un'interpretazione prematura e discutibile delle nuove norme, rimane un sintomo delle difficoltà del governo Meloni ad affermarsi credibilmente in Europa.
Ed è qui che entra in gioco Frederiksen: presentarsi accanto a un altro capo di governo e provare a dettare insieme la linea su un tema sensibile come l’immigrazione permette a Meloni di continuare a raccontarsi come leader di peso nel contesto europeo, mentre anche in Italia le cose non vanno per il meglio. Se la prima ministra danese non ha la statura mediatica di un Macron o di un cancelliere tedesco, ha dalla sua l’essere socialista.
Un posizionamento utile a Meloni per due motivi. Da un lato, riaffermare la bontà della sua proposta, secondo la logica per cui se è sposata da un “avversario” allora vuol dire che è ragionevole e non identitaria. Dall’altro, mette a nudo le contraddizioni della sinistra. Frederiksen non è una puritana del socialismo, tanto che nel Partito socialista europeo non è vista molto di buon occhio, eppure è lì a dimostrare ai suoi compagni che sicurezza e immigrazione si possono affrontare in un altro modo.
In carica dal 2019 – a 41 anni è stata la più giovane premier della storia danese – Frederiksen si è sempre mostrata intransigente sulla questione migratoria. Innanzitutto, come ha anche scritto nella propria autobiografia, a causa dell’impatto negativo di globalizzazione e immigrazione di massa sul costo del welfare state danese. Ma poi c’è anche l’aspetto identitario, che emerge ora nel rapporto con Meloni: «Siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell'Europa e vogliamo proteggerlo», si legge nel post. «Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri paesi e sceglie di fare dell'Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo». Attenti a quelle due.
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