«Lo ripeterò all’infinito, esiste un solo modo per fermare le partenze e l’immigrazione illegale di massa: blocco navale subito». Mentre Matteo Salvini è in visita all’hotspot di Lampedusa, è Giorgia Meloni a rilanciare un cavallo di battaglia della destra sovranista.

Corsa alla premiership

Il tema degli sbarchi si deve affrontare «con una missione europea per trattare insieme alla Libia la possibilità che si fermino i barconi in partenza», ha detto oggi la leader di Fratelli d’Italia.

Intervistata da Fox News, Meloni ha anche ufficializzato l’intenzione di guidare il nuovo governo, qualora il suo partito ottenesse più voti di Lega e Forza Italia. È la prima volta che si esprime senza ambiguità su questo tema: «Io sono il leader del partito, potrei essere la prima donna a guidare il governo nella storia d’Italia».

Blocco alle frontiere

Negli ultimi anni, il tema del blocco delle frontiere italiane è divenuto un mantra dei sovranisti. Basta scorrere a ritroso le cronache per notare come, a fronte dell’aumento degli sbarchi o in concomitanza con appuntamenti elettorali, il blocco navale è stato invocato da Lega e Fratelli d’Italia come unica soluzione per fermare l’esodo sulle coste italiane; un modo per scoraggiare gli sbarchi di immigrati clandestini, riportare i migranti che non hanno diritto all’accoglienza nei porti di partenza e sequestrare le imbarcazioni. La soluzione individuata da Salvini e Meloni appare però inattuabile, oltre che inutile.

Cos’è un blocco navale?

Il blocco navale è tecnicamente un’azione militare finalizzata a impedire l’accesso e l’uscita di navi militari e mercantili dai porti di un paese. La misura non serve a intercettare micro-natanti come i barchini e gommoni che, tra l’altro, sfuggono ai radar di bordo. Essa è regolata dal diritto internazionale, in particolare dall’articolo 42 dello statuto delle Nazioni unite, secondo cui il blocco non può essere attivato unilateralmente se non nei casi previsti di legittima difesa, aggressione o guerra.

Una misura inadeguata

Inoltre, attivare un blocco navale non cambierebbe l’attuale situazione, dato che tutti gli individui fermati verrebbero comunque portati in Italia: le procedure operative prevedono infatti di sbarcare i passeggeri nel paese che ha effettuato il fermo e dove, esattamente come accade ora, sarebbero liberi di presentare domanda di asilo.

Sul piano giuridico, attorno al mito del blocco navale per fermare i migranti si sono creati orientamenti contrapposti, con parte della dottrina che ha richiamato le legittime limitazioni al transito e alla sosta di navi mercantili disciplinate dal Codice della navigazione e dalla Convenzione di Montego Bay.

Ma, orientamenti minoritari a parte, a sgombrare il campo dai dubbi sulla fattibilità di una sua realizzazione c’è il Glossario di diritto del mare, per cui il blocco è «una classica misura di guerra» volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante, non più attuabile dopo l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite del 1945 al di fuori dei casi di legittima difesa, perché compresa tra gli atti di aggressione.

Un brutto precedente

Parlare di blocco navale riporta poi alla mente l’episodio della nave militare Sibilla, un precedente di 25 anni fa. Durante la crisi del 1997 il primo governo Prodi, di concerto con le autorità albanesi, avviò l’Operazione bandiere bianche.

L’esecutivo fu aspramente criticato dalle Nazioni unite per aver attuato quello che de facto era un blocco navale illegale, sebbene si trattasse più propriamente di un’operazione di interdizione marittima (Mio). Il blocco si concluse con l’affondamento della nave Katër i Radës e la morte di 81 persone.

La responsabilità penale della tragedia del Canale d’Otranto ricadde interamente sul comandante della nave Sibilla, che dovette affrontare quasi dieci anni di processi, culminati in una condanna penale definitiva.

Anche a causa di questo precedente, oggi il blocco navale appare politicamente – oltre che legalmente – inaccettabile. In caso di incidente, ciascuno degli stati di provenienza delle potenziali vittime (Nigeria, Eritrea, Somalia) potrebbe anche denunciare il nostro paese alle autorità internazionali.

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