Quando Piero Calamandrei, appena conclusi i lavori dell’Assemblea Costituente, si trovò a dare una descrizione sintetica – e forse eccessivamente realistica – della Costituzione, parlò di una «rivoluzione promessa», tutta sulla carta, in cambio di una «rivoluzione mancata» che le forze di sinistra hanno dovuto accettare.

Mi è tornato in mente questo episodio ripensando alla vittoria – che nessuno o pochi avevano visto arrivare – di Elly Schlein alla segreteria del Pd. Una vittoria che in molti hanno salutato come rivoluzionaria, o almeno dirompente, ma che a me pare, per il momento, ancora tutta da realizzare.

Certo, resta il risultato inatteso di una donna divenuta, per la prima volta, leader del principale partito della sinistra italiana. E resta la rottura con una parte dell’apparato partitico che ha mostrato tutta la sua distanza rispetto alla volontà dei propri simpatizzanti e, più in generale, dei propri elettori. Ma quella rottura segna, a oggi, soltanto un momento di svolta, una volontà di cambiamento, anche piuttosto radicale.

Riuscirà Schlein a trasformare quella promessa di rivoluzione interna al Pd in decisioni e politiche concrete? O l’ombra – peraltro l’ennesima – di un’occasione mancata continuerà a inseguire il destino di un partito malnato (o forse mai nato)? È ancora presto per capire di che pasta è fatta la leadership politica di Schlein, però si possono già indicare le sfide principali che dovrà superare se vorrà rimanere in carica così a lungo da permetterle di sfidare alle urne l’underdog della destra radicale italiana. Di queste sfide mi limito a indicarne tre che riguardano tutte, più o meno direttamente, il Partito democratico.

L’organizzazione

La prima sfida è tutta interna all’organizzazione del Pd. Quello che gli elettori hanno chiesto nelle (cosiddette, cioè erroneamente definite) primarie del 26 febbraio è prima di tutto un diverso modello di organizzazione partitica.

Non si tratta, come molti sostengono, di riportare in vita modelli passati, con sedi, circoli, ramificazioni territoriali, burocrazie inossidabili. Quel modello (del partito di massa) era adatto a una società che oggi non esiste più e che nessuno potrà resuscitare.

Il Pd ha certamente bisogno di compiere una transizione, ma non deve farla con la testa all’indietro rimbalzando nel XX secolo. L’obiettivo è – e deve essere – quello di mettere l’intera macchina organizzativa del partito in grado di competere nella nuova società delle piattaforme, di stare al passo con quella rivoluzione digitale che nel giro di pochi decenni ha stravolto, nel bene e nel male, le nostre vite.

AI di là di qualche ritocco poco più che cosmetico, la struttura organizzativa del Pd vive ancora oggi con la testa rivolta al passato. Per dirla con Luciano Floridi, i dem sopravvivono ancora nel mondo analogico dell’offline, mentre tutta la società, a partire dalle sue componenti più giovani, si è ormai trasferita in quella dimensione onlife dove ormai la stessa distinzione tra fuori e dentro la rete, tra essere o non essere connessi, ha perso totalmente di senso.

Tra i principali partiti italiani, ormai è rimasto soltanto Forza Italia – come diretta filiazione di un mezzo di comunicazione di massa predigitale – a non essersi adeguato alle nuove tecnologie della comunicazione, mobilitazione e organizzazione digitali. E, per intenderci, non basta lo sbarco da boomer di Silvio Berlusconi su TikTok per invertire la rotta, con tanto di effetto cringe incorporato.

Tutti gli altri partiti hanno messo in piedi il loro quartier generale digitale, in grado di influenzare o controllare le nuove leve della formazione della sfera pubblica digitalizzata: lo hanno fatto, da veri apripista, i Cinque stelle, poi ci è arrivato il Matteo Salvini della svolta neo-nazionalista affidando le chiavi dei social alla “bestia” ammaestrata da Luca Morisi e, infine, anche i Fratelli di Giorgia (Meloni) si sono adattati al nuovo ecosistema digitale.

Tutti dunque, tranne il Pd, che fino a oggi è rimasto sotto il controllo di un’oligarchia di formazione novecentesca, che ancora predilige il controllo delle tessere a quelle dei social. Ma se Elly Schlein ha uno spazio per innescare una trasformazione/rivoluzione dentro il Pd, il grimaldello da utilizzare è quello del digitale.

Che servirebbe, da un lato, a dissodare il terreno sul quale il notabilato locale del partito coltiva la sua sempre più ristretta rete di consensi. Dall’altro lato, permetterebbe alla nuova leader del Pd di costruire un nuovo esercito di attivisti online (e non solo) per condurre quelle battaglie politiche di cui si è fatta portavoce.

Peraltro, ed è questo un punto decisivo, nella modernizzazione organizzativa del partito, Schlein avrebbe al suo fianco la stragrande maggioranza degli iscritti Pd, presenti e futuri. Infatti, come mostrano i dati di una rilevazione condotta tra i tesserati dem dal gruppo di ricerca Candidate & Leader Selection (C&LS) della Società Italiana di Scienza Politica (figura 1), quasi l’80 per cento degli iscritti ritiene che gli strumenti digitali consentano al partito di allargare la propria base di simpatizzanti, diluendo se non neutralizzando il potere di molti capibastone.

Inoltre, per il 67 per cento degli iscritti Pd il digitale favorirebbe un migliore/maggiore confronto interno e, per il 60 per cento, aiuterebbe anche a iniettare un po’ di trasparenza nei circuiti decisionali del partito. Insomma, se la nuova segreteria del Pd è in cerca di alleati per la sua impresa rivoluzionaria, il “fattore D” (dove la “d” sta per digitale e non per donna e neppure per Dario…Franceschini) è certamente quello più promettente.

Le alleanze

La seconda sfida che Elly Schlein si troverà ad affrontare è quella delle alleanze per il nuovo centro-sinistra. È chiaro che, nel breve periodo, cioè nel tempo che ci separa dalle prossime elezioni europee, la “mozione Prodi” (cioè, prima il Pd, con la sua identità e il suo programma, poi le alleanze) è quella in grado di accontentare tutti non scontentando nessuno.

Ma prima o poi, a cominciare dalle imminenti elezioni amministrative, il tema della coalizione e del suo perimetro andrà affrontato. E qui cominciano le grane per il Pd targato Schlein perché le differenze tra i suoi sostenitori e quelli di Stefano Bonaccini sono tutt’altro che irrilevanti.

I dati riportati nella figura 2, derivanti da un exit poll nazionale condotto sempre da C&LS durante le primarie, indicano due prospettive di alleanze piuttosto diversificate: tra chi ha votato Schlein prevale un’apertura netta verso il M5s (45,4% per cento), mentre tra i simpatizzanti di Bonaccini si preferisce l’ipotesi di un allargamento al centro (direzione Azione/Italia viva: 27,1 per cento) o di una coalizione catch-all da Giuseppe Conte a Matteo Renzi (27,8 per cento).

Ma oltre a questa divisione tra i sostenitori dei due principali esponenti del Pd, esiste un’altra potenziale linea di frattura che divide la base del partito – in cui prevalgono i favorevoli a un’alleanza giallorossa (35,8 per cento) – e i delegati all’Assemblea nazionale Pd, dove invece i sostenitori di un campo largo dell’intero centro-sinistra sono in netta maggioranza (57,4 per cento).

Le prime mosse della leader del Pd sono andate nella direzione dell’unità e della collaborazione nei confronti delle minoranze interne, ma il tema delle alleanze, da cui dipende in non piccola parte anche l’identità del partito, presto o tardi tornerà a farsi pressante e sul punto non sono ammesse posizioni incerte o intermedie (già viste all’opera alla vigilia delle ultime elezioni politiche).

Il “paradosso Schlein”

Infine, la terza sfida per le neo-segretaria del Pd è di tipo squisitamente elettorale e la maggiore difficoltà sta nel superare quello che si può definire il “paradosso di Schlein”: portata al successo dalla sua promessa di radicale cambiamento nel Pd, essa rappresenta alla perfezione l’attuale profilo elettorale del partito. In sintesi, è espressione di quello stesso status quo che gli elettori le hanno chiesto di rovesciare.

Quindi, se vuole ridare slancio al partito, Schlein deve riuscire ad andare oltre sé stessa e, soprattutto, oltre l’attuale elettorato Pd: prevalentemente urbano, centrale sul piano socio-economico, sensibile a tematiche post-materialiste e composto in gran parte dal quel ceto medio creativo che si trova a proprio agio in una società aperta, senza muri identitari e barriere nazionali. Sotto questo profilo, Schlein è lo specchio fedele e rassicurante nel quale può riflettersi quel che resta del consenso al Pd dopo 15 anni di vita.

Anche il “popolo delle primarie” che ne ha decretato la vittoria riproduce un’immagine alquanto deformata dall’elettorato italiano. Ce lo dicono bene i dati della figura 3, dove le caratteristiche dei votanti delle primarie sono messi a confronto con quelli più ampi dell’elettorato Pd, di tutti gli elettori italiani e infine con quella fetta di cittadini “periferici” che sempre più spesso si astiene dal voto.

Come si può vedere, non c’è nulla di più distante dal “popolo del non-voto” del “popolo delle primarie”: se in quest’ultimo prevalgono i laureati (44,2 per cento), nel primo chi ha la laurea è appena il 10 per cento; se tra i partecipanti alle primarie chi si definisce di sinistra (49,2 per cento) o di centro-sinistra (38,4 per cento) rappresenta la stragrande maggioranza, tra gli astensionisti primeggiano coloro che si collocano al centro (31 per cento), non volendosi definire né di destra né di sinistra; se il “popolo delle primarie” è politicamente impegnato e interessato alla politica (84,4 per cento), quello dell’astensione è totalmente distaccato e disinteressato (89,8 per cento); se tra chi si è recato ai gazebo si respira un atteggiamento positivo nei confronti dell’immigrazione (85,1 per cento), tra chi non va alle urne l’opinione verso gli immigrati è tendenzialmente negativa (55,5 per cento); infine, se tra i simpatizzanti Pd prevale una posizione progressista nel campo dei diritti civili (ad esempio, il 78,4 per cento è favorevole all’adozione per le coppie omosessuali), tra i non-votanti risultano maggioritari atteggiamenti conservatori (il 63,6 per cento si dice contrario a quella proposta di adozione).

È chiaro già da questi dati che l’impresa per Elly Schlein di ridare slancio al Pd parte in salita. Il consenso che ha ottenuto ai gazebo è certamente un punto di partenza, soprattutto se saprà valorizzarlo anche attraverso i nuovi canali digitali, su cui il partito sconta un ritardo più che decennale. Ma se la sfida è quella indicata dalla nuova leader del Pd, cioè di riportare il partito nelle periferie dove si annidano – e si alimentano – il disagio sociale e la disillusione politica, allora la strada da percorrere è ancora lunga. Ed è la distanza che separa una rivoluzione per ora soltanto promessa da una rivoluzione pienamente realizzata. Ora che finalmente sono arrivati/e, è bene ci dicano dove vogliono andare, in che modo e con quali compagni di strada.

Fonte: Candidate & Leader Selection per i dati sui votanti alle primarie (N = 1938). European Social Survey - Round 10, con periodo di interviste tra ottobre 2021 e aprile 2022 (N = 2640), per i dati sugli elettori Pd, sull’elettorato nazionale e sugli astensionisti.

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