Pareti grigie, poche suppellettili e un diffuso senso di abbandono. Potrebbe essere uno dei tanti centri di detenzione per migranti libici, dove perdi la libertà solo per il fatto di aver lasciato il tuo paese. Ma è via Corelli, cuore di Milano. Un Cpr, Centro di permanenza per rimpatri, la terra di nessuno dove finiscono gli stranieri destinati all’espulsione. Negli atti legislativi e burocratici non viene mai definito per quello che è, una prigione, ma “luogo di trattenimento” amministrativo.

Sabato i senatori Gregorio De Falco (gruppo misto, membro del comitato parlamentare Schengen) e Simona Nocerino (M5S, membro della commissione diritti umani) hanno svolto un’ispezione nel Cpr milanese, accompagnati da alcuni collaboratori della rete milanese “No Crp”, composta da diverse associazioni. Erano presenti quaranta “trattenuti”, in un clima di sospensione della vita e dei diritti.

La testimonianza

«Appena entrati - racconta il senatore De Falco a Domani - i militari di guardia ci hanno mostrato la sala controllo». La scena ha subito reso l’idea del luogo: «Le telecamere di sorveglianza mostravano un ragazzo che si stava ferendo il corpo». Non era una protesta, ma il disperato tentativo di poter uscire dalla terra di nessuno, dal luogo del “trattenimento” destinato ai colpevoli di migrazione. «Quell’uomo ha poi raccontato - aggiunge De Falco - che non ce la faceva a spezzarsi le gambe lanciandosi dalla rete, come avevano fatto altri qualche mese fa».

Rischiare la vita per riottenere la vita. Sono stati sei i casi di decessi segnalati dal Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, morti registrate tra il giugno del 2019 e il luglio del 2020. «Il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia», aveva già evidenziato l’ufficio del Garante nel suo ultimo rapporto dello scorso 12 aprile.

In tre ore di ispezione parlamentare, con quaranta persone registrate, «l’ambulanza per i casi gravi è entrata due volte», spiega il senatore. Ed è la punta di un iceberg. Parlare con le famiglie per i migranti “trattenuti” è una sorta di roulette quotidiana. Appena dieci minuti al giorno per utilizzare un cellulare, e se in quel momento non risponde nessuno perdi il turno. Nessuna videochiamata, quello che è quel luogo puoi provare solo a descriverlo. La videocamera è coperta da un nastro adesivo, perché nessuna immagine può uscire dai cancelli di via Corelli. «No, non potevamo filmare né fotografare», spiega De Falco. Nessuno può documentare i volti dei “trattenuti”.

L’opacità

Le loro voci, gli sguardi, i corpi feriti rimangono chiusi a chiave. Poter raccontare quello che avviene all’interno dei Cpr è di fatto impossibile: «Le visite realizzate hanno confermato la sostanziale opacità delle strutture di detenzione amministrativa - si legge nell’ultimo rapporto del Garante - generalmente chiuse al mondo dell’informazione e della società civile organizzata, che anche prima dell’emergenza sanitaria si vedevano regolarmente negare dalle prefetture le richieste di accesso». Il Garante, nella stessa relazione, ha poi denunciato la violazione del diritto alla comunicazione con l’esterno per i reclusi nei Cpr, ricordando come i regolamenti non vietino l’utilizzo di cellulari personali o le videochiamate, permesse all’interno negli istituti penitenziari.

Per i due parlamentari è stato impossibile verificare la documentazione obbligatoria che i Cpr devono tenere. «Non c’era nessuno dei gestori, abbiamo chiesto di poter vedere i registri, di poter consultare gli eventi critici, i Tso (trattamenti sanitari obbligatori), ma ci hanno spiegato che non erano consultabili, chiusi a chiave, dove il personale presente non aveva accesso», prosegue il racconto. Eppure molte cose andavano chiarite.

«Abbiamo incontrato un uomo chiuso a via Corelli da aprile; ha due figli nati in Italia, lavora da 22 anni per le Ferrovie dello Stato, con un contratto a tempo indeterminato e quindi assolutamente regolare; aveva avuto un litigio violento con la moglie, era stato recluso cinque giorni in carcere e poi liberato. Ci ha raccontato che dopo la scarcerazione gli hanno detto di presentarsi in Questura: da lì lo hanno portato direttamente nel Cpr. Perché?». La domanda di De Falco è rimasta senza una risposta.

Peggio di un carcere

Il tempo è senza fine. «L'isolamento, l'abbandono, l'assenza di informazione legale, di assistenza medica e psicologica, la superficialità mista a discrezionalità assoluta nella gestione dei diritti e l'abbrutimento dell'esasperazione per la chiusura in una gabbia senza senso da mesi», è la situazione registrata dai due senatori, che oggi si ripresenteranno davanti ai cancelli della struttura. «In Marina si dice ‘lasciare alla branda’, ovvero senza poter far niente; ecco, così passa il tempo per le quaranta persone rinchiuse nel CPR, senza nessuna attività, senza poter far nulla», aggiunge De Falco.

Un Cpr non è un penitenziario, ma forse qualcosa di peggio: «Oggi abbiamo visto una struttura che è peggio di un carcere - racconta De Falco - non c'è alcuna organizzazione gestionale, critichiamo l'Egitto che reitera continuamente la detenzione di Patrick Zaki ma noi facciamo la stessa cosa». Il Cpr di Milano è l’ultimo dei nuovi centri aperti in Italia; ha iniziato l’attività il 28 settembre dello scorso anno, ma ha fin da subito mostrato diverse criticità, già segnalate nel rapporto del Garante.

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